Ecco perché il nostro non è “il migliore dei mondi possibili”

1 Comment
Tags: , , ,
Posted 23 Jan 2012 in FOCUS, POLITICA

L’Occidente, più o meno dal ‘500 – ma nella seconda metà del ‘900 con  più insistente nevrosi – si è imposto un compito ben preciso come fosse una missione sacra: occidentalizzare il resto del mondo, con la convizione che la propria società sia a tutti gli effetti “il migliore dei mondi possibili”. La storia, tuttavia, ci insegna che ogni civiltà, dall’ellenica alla romana, dall’egiziana alla mesopotamica, si è sempre creduta un “vaso d’elezione”: l’uomo tende a far coincidere l’universo con il proprio modello etico, considerando la sua verità la più giusta. Ma mentre le altre civiltà, passate o presenti, non sono andate oltre il ritenersi le più grandi della loro epoca, noi occidentali siamo convinti che quanto abbiamo fatto negli ultimi secoli sia qualcosa di incomparabile, dunque non solo ci riteniamo i migliori, ma imponiamo il nostro modello al resto del mondo. Pretendiamo di inculcare, in estrema sintesi, il sistema liberal-capitalista a popoli la cui cultura – che sia tribale o di stampo medievalista o naturalista non importa – è lontana a noi migliaia di anni luce, sia per storia che per tradizione, contaminandole e, di conseguenza, cancellandole dalla faccia della terra. Il problema è che considerando l’universo occidentale una “creazione perfetta”, non lo si metterà mai in discussione, pur sapendo tuttavia che niente di ciò che crea l’uomo è perfetto. E non mettendo in discussione la nostra cultura ed il suo stile di vita, essa non progredirà e anzi, la condanneremo al ristagnamento.

Ciò che critico oggi è  il fondamento principe della cultura occidentale: la ragione illuminista che, come spiega il termine stesso, ha uno scopo ben preciso: rischiarare tutto ciò che all’uomo non è chiaro; si tratta dunque di sondare e vivisezionare la realtà che ci circonda, per comprendere ogni singolo mistero di questa terra e oltre – dall’astronomia alla medicina, dalla natura al modus operandi dell’individuo stesso -. Nulla, insomma, deve avere angoli d’ombra, perché la ragione è spinta da un desiderio insaziabile di conoscenza.

Ma la sete illuminista del sapere a tutti i costi ci ha tolto il sapore della filosofia, portandoci ad essere più calcolatori e più razionali ma meno filosofi, più materialisti ma meno sognatori. Galileo, che nel ‘600 è diventato il padre della scienza moderna, di fatto ha contribuito all’obbiettivo illuminista di spostare il campo visivo dell’uomo dalla filosofia delle cose alla scienza delle cose. Ma togliendo il chiaroscuro alla vita, si toglie anche il sogno e il dubbio. Il problema, però, è ben più grande: la ragione umana pretende di portare l’uomo alla conoscenza assoluta senza però poterla realmente raggiungere. Così quando arriveremo ad illuminare l’ultimo angolo remoto della nostra stanza, scopriremo che ci saranno altre stanze da far brillare, e così via, fino all’infinito. L’uomo occidentale, per questo, è un individuo frustrato perché ossessionato dal desiderio di agguantare la perfezione, cioè Dio, che in questo caso si personifica nella sapienza oltre ogni confine. Ma una volta avvicinatosi all’Onnipotente esso sfugge, generando una rincorsa che non avrà mai termine. I greci, ben si guardavano da questo “traguardo”, avendo nella loro etica il senso del limite. Noi, invece, questo senso lo abbiamo completamente perduto.
Ma poi, anche fosse, illuminando una stanza intera e ogni suo remoto angolo, cosa ci resterà ancora da fare se non tirarci un colpo di pistola?

L’illuminismo che tutto deve rischiarare e niente deve lasciare al buio ci ha portato ad essere fortemente individualisti: chi è materialista, infatti, penserà più a se’ stesso che alla propria comunità. Senza rendercene conto, infatti, siamo tutti scienziati alla ricerca dell’elisir del perenne benessere. Oggi lo spazio della nostra vita lo dedichiamo ad un unico scopo: la ricerca della felicità e dello star bene. Così ragionando abbiamo in pratica aperto le porte della nostra essenza all’interesse personale, all’egoismo e al bisogno di concorrenza. E cos’è che può minare questa ricerca infinita? Solo un ostacolo: la morte. Mentre alcune culture la considerano una seconda vita, l’uomo occidentale ne è terrorizzato, tanto che non la nomina mai – nelle ultime pagine dei giornali scriviamo “ci ha lasciato”, “è venuto a mancare”, “ne ricordano la dipartita” -, e anzi la si tiene il più lontano possibile dalla realtà – i cimiteri vengono costruiti sempre nelle periferie delle città -.

Tutto ciò che è male, insomma, allontana il nostro pensiero dalla felicità e lo avvicina alla morte. Dunque l’obiettivo principale è fuggire dalla morte per raggiungere, o quantomeno avvicinare, la felicità. E qui l’illuminismo ha contribuito allo strappo più grande con le altre civiltà: così razionali e materialisti, in nome della ragione, siamo arrivati ad identificare il denaro, che rappresenta invece il materialismo più becero, con la felicità stessa. In un’epoca come la nostra, industrial-liberista, infatti, il denaro non è più un mezzo utilizzato per scambiare materie prime – indumenti o alimenti -, ma da mezzo secondario è diventato il nostro ideale obiettivo. Oggi il denaro ha più diritti dell’uomo proprio perché lo riteniamo l’essenza della nostra felicità. In un Occidente privo di valori, l’unico ad averne è proprio il denaro, che in epoche passate è sempre stato considerato un oggetto cui l’unica essenza era quella del mero scambio. In un tempo non troppo lontano i privilegiati erano coloro che non lavoravano e che vivevano nell’ozio, proprio perché il lavoro era considerato una pena. Oggi tutto è ribaltato: il lavoro, come azione che genera denaro, è alla base della nostra società, e chi non lavora è considerato un reietto o uno scarto. Nessuno, in quest’epoca, potrà mai vivere senza generare denaro.

Perché, poi, dico che ha più diritti dell’uomo? Basta guardare ciò che succede sotto i nostri occhi: il capitale può cercare la sua collocazione geografica là dove è meglio remunerato – Marchionne, ad esempio, vuole spostare la Fiat dall’Italia all’America -, mentre gli uomini, che si trasformano in immigrati per andare alla caccia dei paesi in cui circola maggior denaro, e che spesso proprio da quel capitale sono stati resi dei miserabili, no, non avrebbero questo diritto. Allora la domanda sorge spontanea: siamo proprio sicuri che l’Occidente, terra del liberalismo e dell’illuminismo, sia il “migliore dei mondi possibili?”.


1 Comments

  1. Da molte parti si attaccano le idee illuministiche, con motivazioni in parte condivisibili ma in parte lontanissime da una reale distinzione tra le idee e quanto realizzato. Non ho certo la presunzione di ergermi a difensore delle idee illuministiche, ma semplicemente di analizzare le critiche distinguendo tra la teoria e la prassi.

    Il primo punto su cui muovono le critiche è legato al fatto che le idee illuministiche siano monolitiche ed abbiano la pretesa di ergersi a pensiero unico. L’illuminismo al contrario di molti altri modelli di pensiero e delle ideologie che tanto male hanno fatto, non ha un modello etico, sociale ed economico unitario, ma solo una base di valori comuni, riassunti nella triade che rappresenta i valori della rivoluzione francese: libertà, uguaglianza e fratellanza.
    Partendo proprio da questa triade possiamo analizzare i valori universali che sono la guida dell’illuminismo.

    Il primo termine, libertà, assume per sua stessa natura differenti significati, o meglio si contraddistingue per ambiti, a seconda della preposizione seguente:
    - liberta da: significa che ogni essere umano possa liberarsi dalle costrizioni e dall’oppressione di qualsiasi natura;
    - libertà di: estende il concetto di libertà all’azione individuale e si lega indissolubilmente alla possibilità pensare, parlare, esprimersi, agire ed associarsi in modo arbitrario, fissando vome unico vincolo quello che scaturisce dal non limitare la libertà altrui;
    - libertà per: costituisce un’ulteriore ampliamento del concetto di libertà, che si riferisce ad un fine, che costituisce l’obiettivo cui la libertà stessa, come ad esempio la costruzione di qualcosa, la realizzazione personale, ecc…

    In riferimento alla libertà si definisce la natura stessa dello stato, che non è (almeno, non dovrebbe essere) uno Stato teocratico, aristocratico, etico o oligarchico, ma solo il frutto di una libera e personale accettazione ad una limitazione delle libertà personali in nome del perseguimento di un bene comune e a cui i cittadini, nel caso che esso non ottemperi a questo proprio ruolo possono e devono ribellarsi.

    Il secondo termine, uguaglianza è direttamente collegato al limite stesso della libertà, come principio da cui scaturiscono tutte le libertà individuali e come fine cui la libertà dovrebbe tendere. La libertà per tutti è infatti garantita solo nella misura in cui tutti gli uomini sono uguali. In particolare l’uguaglianza assume un significato del tutto speciale in riferimento allo Stato e alle sue funzioni, in quanto di fronte ad esso tutti i cittadini hanno lo stesso uguale valore e la stessa dignità.

    Lo stato in particolare, fondato sulla libertà dei cittadini, ha il dovere di difendere la libertà di tutti i cittadini, mentre tutti i cittadini liberi hanno il dovere di difendere lo stato, a condizioni che esso persegua gli obiettivi costituzionali, che costituiscono la base del contratto tra cittadini e stato.

    Infine il tanto vituperato termine fratellanza, che si esplica nella solidarietà civile e umana tra i cittadini, che diventano appunto fratelli, in quanto capaci di assistersi, aiutarsi reciprocamente nel bisogno, cementando da un lato le istituzioni elementari e statali, e garantendo a tutti la libertà dal bisogno, che costituisce il fondamento vero di qualsiasi libertà.

    Qualsiasi modello sociale e statuale cche non sia fedele a questi principi non può essere definito nè liberale, nè tantomeno illuministico. Questo è infinitamente più vero nel caso di uno Stato corporativo e illiberale come appunto quello italiano…

    In particolare, come ci ricordano da un lato Lafayette e Washington, Gobetti e Saint Just, la cultura liberale non è necessariamente moderata e “borghese”, ma semmai riesce a divenire, quando le circostanze storiche lo richiedono, rivoluzionaria. Sempre comunque capace di adattarsi e modificarsi inquadrando, seppur in ritardo, a causa delle inevitabili resistenze, i bisogni degli uomini che si evolvono nel tempo.

    Michele Trancossi



Add Your Comment