DIZIONARIO DELLE IDEE POLITICHE

IL MANIFESTO CONTRO L’UGUAGLIANZA

Il diritto all’uguaglianza, come il diritto alla libertà, sono una conquista dell’uomo occidentale da due secoli a questa parte. Quando nel ‘600 John Locke scriveva il fondamentale volume “Due trattati sul Governo”, in Europa si stava piano, piano affermando il pensiero, seppur ancora in termini primordiali e nebulosi, che l’individuo non era più una creazione della società, ma che anzi veniva prima di essa, e che la società era una creazione di più individui: il famoso contrattualismo seicentesco, ovvero il passaggio dallo Stato di Natura allo Stato civile. L’idea, dunque, era che l’individuo aveva sì doveri nei confronti della società, ma allo stesso tempo poteva godere di una sfera privata, e unica per ogni uomo, nella quale il sopruso e la prevaricazione degli altri individui non avevano accesso: è la libertà da (dal potere altrui), o più propriamente chiamata libertà negativa. Ma la libertà negativa, in se’, è quasi un niente, perché si esaurisce nell’affermazione di un’arbitraria indifferenza: la sua passività sta nel fatto che si è sì indipendenti e liberi dal potere degli altri, ma non si è comunque liberi di autodeterminarsi. È il liberalismo monco del ‘700. Intorno all’Ottocento il concetto di libertà assume altri connotati, questa volta positivi: la libertà non è indeterminazione e arbitrio, ma capacità dell’uomo a determinarsi da se’. La libertà negativa consisteva nel negare ogni autorità ed ogni legge; la nuova e positiva libertà (definita libertà di) consiste nel trasferire l’intimità del proprio spirito la fonte dell’autorità e della legge  (libertà di associazione, di religione, di parola, di pensiero, eccetera). Sono i nuovi diritti liberali. Diritti che, presi singolarmente, forgiano la libertà liberale. È solo nel secolo scorso (alla fine della Seconda Guerra) che ai diritti liberali si affiancano i diritti sociali, o di uguaglianza. Diritto alla salute o all’istruzione, per fare alcuni esempi: sono l’insieme delle pretese o esigenze da cui derivano legittime aspettative che i cittadini hanno, non come individui singoli, ma come individui sociali.

Ma che succede quando l’uguaglianza e la libertà finiscono con il diventare dispotismi da esportare? Che succede quando l’uguaglianza, soprattutto questa, sconfina oltre il campo dei diritti sociali e finisce la corsa collimando con la diversità, che è pure anch’essa, se vogliamo, un diritto?Oggi l’universo occidentale sta correndo all’impazzata verso una direzione pericolosa: anziché preservare il tutto mantenendo le parti, tende a trasformare le parti in un tutto. Mi spiego meglio: il movimento della globalizzazione, che nasce nel lontano ‘500 ma si è enormemente sviluppato dopo la Rivoluzione Industriale, sta portando l’uomo alla mondializzazione, la cui tendenza è quella di arrivare ad un unico Stato mondiale, ad un unico governo mondiale e, di conseguenza, ad un unico tipo di individuo: il Grande Consumatore. La diversità, la particolarità, l’individualismo del primo mondo liberale – e non liberista – non esiste più. Se vogliamo, questo meccanismo dell’uomo unico, possiamo dire che nasce proprio dal liberalismo, ovvero dalla sua degenerazione economica, il liberismo. Ma in un mondo siffatto come si potrà dire che al centro di tutto vi è l’individuo? Nelle democrazie liberali, che per questo si distinguono dagli altri regimi, prima della società viene il singolo. Ma se il futuro della democrazia, o dell’umanità, è quello della globalizzazione estrema dove tutti sono uguali, non tanto davanti alla legge ma davanti al mercato unico, che è mondiale, e alle sue etichette omologatrici, che fine farà, e dove sarà disperso, l’individuo e l’indipendenza del suo pensare da unico e non da società? A ben guardare una realtà come questa, dove il Dio unico si chiama denaro, al centro del tutto non ci sarà più l’uomo, ma l’economia, e l’uomo gli girerà attorno. D’altra parte è sotto gli occhi di tutti, la concezione occidentale della globalizzazione è proprio questa: libera circolazione dei capitali e merci ma non degli uomini. Cioè il capitale può andare a cercare la propria collocazione geografica là dove è meglio remunerato, gli uomini, che spesso proprio da quel capitale sono stati resi dei miserabili, no, non avrebbero questo diritto.

L’omologazione, il dispotismo nevrotico dell’uguaglianza, è un processo che parte da quel diavolo invisibile che è l’economia (la Coca Cola, simbolo della globalizzazione, oggi la si trova anche negli angoli remoti del Congo dove, guarda caso, si muore di fame: le lattine d’acqua zuccherata arrivano, ma il cibo neanche a parlarne), ma si manifesta in altri ambiti: è la diversità, oggi, il nemico numero uno. L’Occidente non accetta la diversità, “l’altro” da sé, oppure la accetta ma nella misura in cui si occidentalizza.

Quali le grandi crociate dell’uguaglianza dispotica oggi? Parlo di quelle battaglie che, all’apparenza, mostrano l’animo buono e la buona coscienza del fine, ma che sotto, sotto altro non sono se non il grigiore anonimo dell’omologazione forzata.

MA E’ DAVVERO NECESSARIA LA TOLLERANZA?

Fiumi di inchiostro sono stati scritti sul tema della tolleranza. La moderna rivendicazione del suo concetto nasce intorno al XVI e al XVII in un contesto definito e racchiuso nel rapporto tra Stato e Chiesa. Deve lo Stato decidere per l’uomo quale sia la religione della verità, e quali siano quelle eretiche? Furono le guerre di religione a sancire il definitivo pluralismo degli ordini sacri, dapprima, e da sempre, uniformati sotto l’insegna crociata del cristianesimo. Forse il più grande teorico della tolleranza, in quel periodo, fu John Locke, che vedeva nella tolleranza la capacità di scelta e di determinazione propria del singolo. Ognuno, insomma, purché non sia ateo, è libero di decidere a quale Dio prostrarsi.

Oggi, invece, la tolleranza ha diversi significati: in generale può essere vista come una forma di nuovo ed evoluto razzismo, oppure come una sorta di male minore. La prima tipologia comincia quando due culture s’incontrano, e di conseguenza si scontrano, la seconda  – il male minore – è invece una forma di tolleranza verso chi ha idee differenti dalle nostre, e la incontriamo all’interno di una stessa società.

1)Tolleranza come forma di razzismo

È di questi giorni la notizia del niet assoluto della destra al diritto di cittadinanza ai bambini degli immigrati nati in Italia. Al no categorico è seguito subito il dito puntato degli indignati contro l’intolleranza e il razzismo leghista. Ebbene di razzismo si tratta, ma è il razzismo della tolleranza: io tollero lo straniero a patto che non acquisisca i miei stessi diritti.

L’odierna idea di tolleranza, infatti, supera i confini della religiosità – ma non li esclude – e spazia fino agli estremi sociali: diritto di cittadinanza, problema del pluralismo culturale e sociale e riconoscimento di identità da parte di nuovi soggetti politici. In poche parole aiuta a definire cos’è il razzismo contemporaneo. Scrive il professor Marco Tarchi: “per parlare sensatamente di razzismo nel contesto dell’odierno clima politico-culturale delle società occidentali occorre riferirsi ai fenomeni di diffidenza, rifiuto e intolleranza connessi all’incontro/scontro tra popoli di diversa estrazione etnica (…), la vitalità di questo fenomeno non fa pernio su pretese di superiorità di un gruppo razziale sugli altri, ma su meccanismi di rifiuto della condivisione dell’uso di porzioni del territorio abitato, di servizi sociali, di opportunità di lavoro”.

Il razzismo, insomma, non è più la cultura della razza superiore, ma la cultura della diffidenza: i nazisti sterminavano i “diversi” proprio perché tali. Oggi, con il mito dell’uguaglianza a tutti i costi, il diverso  o si omologa alla nostra cultura, ai nostri schemi mentali e alle nostre tradizioni (senza però poter acquisire i nostri stessi diritti), oppure è sì tollerato – e talvolta nemmeno questo -, ma sarà comunque una tolleranza rivestita da uno strato di diffidente razzismo.

2) Tolleranza come male minore all’interno di una stessa società

Ma la questione della tolleranza e dell’intolleranza non può essere vista solo come il tema dell’omologazione di una cultura differente, sarebbe riduttivo. L’argomento è ben più ampio e tocca anche la questione delle opportunità: in generale la società tende ad imporre con la violenza o con sanzioni civili le idee e le opinioni comuni a coloro che dissentono da essa. E da qui la domanda classica: anziché perseguirlo, come male minore si può tollerare il diverso (colui che la pensa diversamente)? Ebbene, a parer mio il quesito è malposto. Infatti ci si dovrà chiedere: è proprio necessario tollerare?

A ben guardare, infatti, la tolleranza non è il contrario dell’intolleranza, come si vorrebbe far credere, ma una sua degenerazione. Perché chi è tollerante, per forza di cose, è anche intollerante. Se tollero lo straniero, di conseguenza non tollero il razzista. Se in una società tollero l’esperienza democratica, non tollero l’antidemocratico. E così via. Viste così, tolleranza e intolleranza sono armi pericolose, perché entrambe accettano soltanto le idee interne al proprio partito o setta.

Che fare dunque? Non penso che l’individuo, per come è fatto, possa smettere di essere intollerante (o tollerante), essendo una sua principale prerogativa. Può però tentare di sostituire la tolleranza, che altro non è se non una ramificazione dell’intolleranza, con il rispetto: sarebbe meglio infatti che valesse sempre il principio voltairiano, io combatto la tua idea, che è diversa dalla mia, ma sono pronto a battermi fino al prezzo della mia vita perché tu, la tua idea, possa esprimerla liberamente, anziché infarcirsi le idee con parole come libertà e uguaglianza per poi, puntualmente, essere democratici con chi ci pare a noi. Il tema della tolleranza, infatti, è in seno al principio della liberaldemocrazia: il prezzo che la democrazia paga a se stessa è che tutte le idee devono essere accettate (e non tollerate), anche quelle che si ritengono ideologicamente più ripugnanti. Come possiamo, infatti, essere democratici con chi ci pare e a tutti gli altri imporre il silenzio? Se si sceglie la via della democrazia, deve essere utilizzata con tutti, nessuno escluso. Chiudo il pensiero: ovviamente le nostre argomentazioni si arrestano entro i confini del rapporto tra noi e “l’altro”, dove “l’altro” è colui il quale ha idee differenti dalle nostre. Non tutto, poi, è degno di rispetto o giusto da tollerare. E il rispetto preso da solo non è una caratteristica sufficiente per poter forgiare una società, che per sopravvivere ha bisogno della legge e di una grande morale in cui è possibile racchiudere la singola morale di ogni individuo. L’uomo, infatti, è un atomo a se’, con tanto di leggi e filosofie proprie. La società deve saper custodire meglio che può quest’atomo, ma non limitarlo, e allo stesso tempo nessun individuo può e deve limitare, con le armi della tolleranza o dell’intolleranza, i diritti dell’altrui individuo.

IL MANIFESTO CONTRO LA DEMOCRAZIA

Prima di intraprendere il discorso è necessario chiarire il titolo. Perché scrivere un manifesto contro la democrazia? Per due principali motivi: se la consideriamo come un dogma, ovvero un valore assoluto dal quale non si può trascendere, e dunque un regime di governo perfetto da difendere al costo di tacitare e, se necessario, eliminare chi non la pensa come noi – cioè l’antidemocratico -, allora l’uomo non saprà mai cogliere le piccole imperfezioni di tale regime, condannandolo al ristagnamento. È certo infatti che l’antidemocratico perseguitato ed escluso non diventerà mai un liberaldemocratico. Può dunque valer la pena di mettere a repentaglio la democrazia facendo beneficiare di essa anche il suo nemico, se l’unica possibile alternativa è di restringerla sino a rischiare di soffocarla. Meglio una democrazia sempre sotto esame ma espansiva, che una democrazia protetta ma incapace di svilupparsi.

Il secondo motivo è che la democrazia attuale, in estrema sintesi, non è mai stata tale. Per meglio chiarire bisognerebbe guardare la faccenda da una visuale più ampia: come scriveva Rousseau nel “Contratto sociale” possiamo sostenere che l’uomo, per quanto ci provi, non raggiungerà mai una democrazia pura: essendo infatti il governo del pubblico sul pubblico richiederebbe l’attenzione dei cittadini 24 ore su 24. Scrive Rousseau: “non si può immaginare che il popolo resti continuamente adunato per attendere agli affari pubblici”.  Una democrazia perfetta richiede poi una piccola comunità: più è grande uno Stato maggiore sarà la difficoltà nel controllarlo.

Che fare dunque? La necessità sarà cercare di avvicinarsi maggiormente ad un certo tipo di democrazia che possa soddisfare il classico concetto del governo del pubblico sul pubblico, sempreché l’intenzione della società sia quella di vivere in democrazia.

Ora, individuato il fine resta da chiedersi: la democrazia attuale soddisfa tale necessità? Il potere politico, qualsiasi esso sia, destra o sinistra, ingannando il cittadino, risponderà di sì. E con quale tesi? Semplicemente sfogliando la Costituzione e rispondendo: la sovranità appartiene al popolo, che la esercita attraverso l’elezione dei suoi rappresentanti: una testa uguale un voto. Sono grandi parole che non dicono nulla. Noi, in sostanza, non decidiamo le questioni, ma decidiamo chi decide le questioni. Ma non è tanto questo il guaio, pur essendo comunque una delega della sovranità, cioè un gap democratico: vivendo oggi in Nazioni che contano milioni di abitanti è infatti impossibile che un’intera società possa adunarsi per decidere le questioni, diventa quindi necessario scegliere un pugno di rappresentanti, chiamati a soddisfare le richieste dal basso, che si adunino in luoghi istituzionali e riconosciuti dal popolo, i parlamenti. Il vero guaio della democrazia contemporanea non è tanto chi decide, ma come si decide.

Diamo infatti per scontato, e assolutamente legittimo, che le decisioni sul nostro futuro provengano da luoghi al di fuori da quelli istituzionali. Oggigiorno il destino di uno Stato non è più deciso dalle sue forze politiche ma da tutt’altri poteri, i quali dettano legge nonostante non siano legittimati dal voto dei cittadini.  Scrive Massimo Salvadori: “Uno dei primi atti che legittima o meno la formazione di un governo è la sua quotazione in borsa, vale a dire il gradimento o non gradimento da parte della finanza nazionale e internazionale”. Il potere oligarchico nella democrazia rappresentativa, in sintesi, è espressione delle multinazionali, i cosiddetti poteri forti, sottratte non solo al controllo dei cittadini, ma anche al controllo dei governi e dei parlamenti stessi. Viviamo, insomma, in una democrazia senza democrazia, o in una democrazia di subordinati, dove il nostro unico potere, quando in realtà in noi risiderebbe la sovranità assoluta e indivisibile, è il voto elettorale. L’unica facoltà che si lascia al cittadino è la scelta di chi lo comanda: in dittatura il tiranno s’impone con la forza, in democrazia, che se vogliamo è un tipo di dispotismo armonico e dolce, gli oligarchi sono scelti dal popolo. Qualcuno sosterrà che questa è una tesi fin troppo qualunquista, asserendo con forza che i partiti politici non sono tutti uguali, perché c’è chi pensa al bene comune e chi ai propri interessi. Bene, fermo restando che ogni partito tende a salvaguardare la volontà dei propri elettori, facendo del loro interesse quello generale, in realtà con questa tesi non si vuole sostenere che i partiti sono tutti uguali, altresì che è il sistema politico ad essere sbagliato. Se è la democrazia che cerchiamo, allora è tempo di cambiarla, perché quella rappresentativa ha completamente esaurito il suo potere democratico. Paradossalmente c’era più democrazia nel primo sistema liberale, sorto con la “Gloriosa Rivoluzione”, di quanto ce ne sia oggi. Dico paradossalmente perché allora, nel ‘600, chi aveva il diritto di voto era soltanto il proprietario terriero, ovvero poco meno del 2% della popolazione, mentre il “Terzo Stato” non vantava alcun diritto politico. Ma quel 2%, a differenza di oggi, esercitava in maniera efficace la propria sovranità, anche perché allora non si parlava di “economie globali”, ma di “economie nazionali”, e dunque nessuna forza sovranazionale si permetteva di mettere il cappello sulle decisioni altrui, che erano affare del proprio governo.

Soluzioni? La democrazia dei nostri successori, per una legge dell’evoluzione che non si arresta mai, non sarà mai uguale a quella dei nostri predecessori: è necessario estendere la rappresentanza, cioè democraticizzare i grandi padroni dell’economia che oggi decidono, senza alcuna legittimità, le sorti del futuro mondiale (vedi la Bce). Ma ovviamente non basta, la necessità maggiore è insita nel nostro lontano passato: maggior partecipazione dei cittadini alla vita pubblica. Ne sanno qualcosa i vecchi ateniesi.

I PERICOLI DELLA DEMOCRAZIA ELETTRONICA

Tutti esaltano la comunicazione internet, la nuova (ormai non troppo) pionieristica frontiera dell’informazione. In realtà a me sembra uno strumento sì efficace, ma pericoloso. Pericoloso perché difficile da controllare. E qui apro una parentesi: come può una rivoluzione rovesciare un regime, che sia democratico oppure oligarchico poco importa, se il popolo non si riversa nelle piazze, se non imbraccia forconi e fiaccole –senso figurato e romantico delle rivoluzioni che furono– e non pretende furioso la testa dei grandi re? Quale altro potere efficace ha il popolo se non quello universalmente noto di cambiare gli assetti politici attraverso la violenza? (anche la guerra ha queste caratteristiche, ma è una risoluzione estrema tra le Nazioni, e non tra i cittadini e l’apparato governativo…). Nessun altro. Dicono che la sovranità popolare del cittadino oggi è il voto elettorale. Ma questo è ovviamente una truffa: in una democrazia rappresentativa, infatti, attraverso il voto il cittadino non decide le questioni, ma decide chi deve decidere le questioni.
Mi sono dilungato per dire che dall’alba dei tempi ciò che è forza e potere è il sacrosanto diritto della Rivoluzione nelle piazze. Ecco, ho quasi la sensazione che Internet possa stravolgere questa millenaria caratteristica. Oggi la protesta nei confronti dello Stato e dei suoi oligarchi –oligarchi travestiti da parlamentari– si riduce, spesso e volentieri, nel dissenso virtuale dell’universo dei socialnetwork. Prendiamo ad esempio Facebook. Basta un “mi piace” sotto un articolo o un commento di protesta per convincere lo scontento a dire “il mio l’ho fatto”. E’ sufficiente commentare l’invito di un sit-in contro la privatizzazione delle risorse idriche con un “non potrò esserci, ma col pensiero sarò con voi” per pulirsi la coscienza da ogni passività. Oggi lo scontento contesta davanti al Pc, raccogliendo firme virtuali e spedendole, virtualmente, alle istituzioni. E’ tutta una creazione intangibile del dissenso. Non che oggi le piazze siano sempre più vuote (o forse sì?), ma in futuro lo saranno? E se lo saranno, in che modo il popolo potrà ancora una volta rovesciare i regimi e ridisegnare gli assetti politici?
Vi è, in secondo luogo, un fattore intrinseco al potere di tutti i governanti della Terra, e di qualsiasi epoca, comunemente denominato “potere invisibile”, caratteristica che la nascente democrazia settecentesca intendeva, almeno idealmente, eliminare. Mafia, camorra, logge massoniche anomale, servizi segreti deviati e controllati, P2, P3 e P4: tutti poteri invisibili che funzionano e agiscono, segretamente, all’ombra del potere democratico.
Scrive Norberto Bobbio: “che la democrazia fosse nata con la prospettiva di fugare per sempre dalle società umane il potere invisibile per dar vita a un governo le cui azioni avrebbero dovuto essere compiute in pubblico è ben noto”. Anche Kant, nell’Appendice alla Pace Perpetua, dipinse la maschera del potere invisibile: “Tutte le azioni relative al diritto di altri uomini la cui massima non è suscettibile di pubblicità, sono ingiuste”. Che significa: un’azione che io sono costretto a tener segreta è certamente un’azione non solo ingiusta ma tale che se fosse resa pubblica susciterebbe una reazione tale da rendere impossibile il suo compimento.
Il controllo pubblico del potere, a fronte della potenza del sistema invisibile che gli ruota attorno, è dunque una necessità, tanto più in una età come la nostra, in cui chi detiene le redini del comando dispone di mezzi tecnologici così avanzati da poter controllare segretamente e illegalmente i cittadini. Nessun tiranno dell’antichità, infatti, come nessun monarca assoluto dell’età moderna, pur avendo a disposizione centinaia di spie e di informatori, poteva disporre di tutte le informazioni sui propri sudditi come oggi un qualsiasi governo democratico è in grado di disporre. “L’ideale del potente è sempre stato quello di vedere ogni gesto e di ascoltare ogni parola dei suoi soggetti”, scrive Bobbio.
Pensate allora in che mondo potremmo mai vivere se la potenza di internet, il suo occhio sul mondo globale, fosse unicamente a disposizione di quella elite di oligarchici che manovra l’intero sistema: chi controllerebbe i controllori? La democrazia come governo visibile, in questo caso, sarebbe perduta per sempre. La computer-crazia, ovvero il sistema di controllo del potere da parte del cittadino, non dovrà mai tendere al suo contrario, e cioè il controllo dei sudditi da parte del potere. In un mondo tristemente globalizzato e omologato, internet è il più grande potere di controllo nelle mani del popolo.
Ma se nutro certezze nella computer-crazia come sistema governante, al contrario, nutro dubbi nella computer-crazia come sistema governato. L’ipotesi, infatti, che la computer-crazia possa diventare fonte di democrazia diretta mi sembra una eventualità disastrosa.
Scrive infatti il politologo Giovanni Sartori: “La democrazia referendaria è un animale che non esiste ancora ma aleggia nell’aria: è un sistema politico nel quale il demos decide direttamente le singole questioni non più assieme, ma separatamente e in solitudine. E la democrazia elettronica ne costituisce l’incarnazione più avanzata. Qui il cittadino siede ad un tavolino davanti a un computer e ogni sera, mettiamo, gli arrivano dieci domande alle quali è tenuto a rispondere “sì” o “no” premendo un tasto. Con questo sistema arriviamo all’autogoverno integrale. Tecnologicamente la cosa è ormai fattibilissima. Ma è da fare? Il presupposto e la condizione necessaria di questi sviluppi è che per passare dalla democrazia elettorale fondata sull’opinione pubblica a una democrazia nella quale il demos decide da sé ogni questione, occore un nuovo demos, un popolo che sia davvero informato e competente. Altrimenti il sistema diventa suicida. Se affidiamo agli analfabeti (politici) il potere di decidere questioni su cui non sanno niente, allora povera democrazia e poveri noi”.
A giudicare infatti da tutte le leggi che vengono emanate ogni giorno nei parlamenti, il cittadino sarebbe chiamato a esprimere il proprio voto almeno una volta al giorno, anche su temi a lui sconosciuti e troppo tecnicisti. L’eccesso di partecipazione democratica, quindi, finirebbe con il trasformare il cittadino in “cittadino totale”: il soggetto di un mondo dove tutto è politica, e dove l’individualità e le libertà particolari si mischiano con quelle collettive e generali. Un mondo fantoccio. Nulla uccide la democrazia più dell’eccesso di democrazia.

IL MITO OSSESSIVO DELLA CRESCITA

L’accumulazione di denaro, inteso come principio del benessere, aiuta i vincenti a dimenticare la morte, ma la morte di milioni di perdenti sta lì a ricordare ogni momento la vanità dell’operazione.

L’uomo, dalla Rivoluzione francese a questa parte, ha in mente un mondo in cui l’uguaglianza deve essere, obbligatoriamente, il valore più alto. Percorre da secoli una strada che lui stesso ha costruito, giorno dopo giorno, e che dovrebbe condurre all’uguaglianza totale in diritti e opportunità. Eppure oggi un amministratore delegato guadagna 1000 volte quello che percepisce un operaio. Se è l’uguaglianza che cerchiamo, allora abbiamo imboccato il percorso inverso. Stiamo correndo all’impazzata verso una fine che noi stessi ci siamo creati, con le nostre mani, fondando la nostra società sul mito dell’interesse, della crescita e del denaro, e forse l’ultima crisi economica non sarà il tramonto del capitalismo, ma è la dimostrazione che c’è qualcosa di dannatamente perverso in tutto questo. Il mito della ricchezza è da tempo immemore una fissa dell’uomo, ma soltanto negli ultimi secoli, quello dei Lumi e della Rivoluzione industriale poi, ha finito col renderci oggetto della ricchezza, e non il soggetto. Prima era l’economia che girava attorno all’uomo, il quale ricopriva un valore centrale nell’universo, oggi è l’uomo, privo di valore, a girare intorno all’economia, la quale riveste l’essenza centrale del nostro universo. L’unico senso, l’unico valore umano nell’Occidente capitalista, ma che di umano non ha nulla, è fare sempre più denaro, o fare denaro col denaro, senza limiti e all’estremo, tanto che oggi l’individuo ha perso il suo status e viene chiamato consumatore. Siamo tutti consumatori: l’oggetto senza valore della crescita economica.

Vivendo in una società che fa dell’interesse, dello spread e della borsa l’unica essenza, abbiamo dimenticato che le società preindustriali avevano una certa riluttanza per il denaro e anzi, gli conferivano il valore per il quale fu ideato: quello dello scambio. Un tempo non troppo lontano, infatti, la combinazione era MERCE -DENARO – MERCE, dove la merce – come il pane o un indumento -, era il valore primario, quello per cui aveva un senso vivere, mentre il denaro serviva per lo scambio; oggi tutto è ribaltato: la combinazione è DENARO – MERCE – DENARO, dove il denaro è il bene primario da accumulare, mentre la merce non ha più un valore, e anzi è il mezzo che ci porta alla ricchezza. Ma in un mondo spoglio di valori, in cui l’unico fine è quello della crescita economica, va da se’ che il lavoro, come azione che genera denaro, ha assunto un aspetto fondamentale della vita. Chi oggi non lavora è un parassita della società, un reietto, un fannullone, un perditempo, tanto che pure la nostra Costituzione definisce l’Italia una “Repubblica fondata sul lavoro”. Così tanto ciechi e sicuri del nostro sistema, siamo abituati a credere che tutte le società hanno una vita economica e sono costrette al lavoro per sopravvivere. Ma non è così.

Nelle società primitive tutto è magico e sacro. Di conseguenza il lavoro, attività profana che soddisfa bisogni elementari,  è causa di profanazione della natura e non ha senso ne’ posto nella vita di tutti i giorni. Ci viene detto che queste civiltà primitive sono schiave delle loro stesse credenze. Ma è tanto diverso per noi, che siamo schiavi delle nostre? Noi crediamo fermamente nella religione del progresso e della scienza, posseduti dalla magia del lavoro, mentre nelle società primitive questa razionalità e l’economia non sono dominanti. Ma a ben guardare fino a 300 anni fa la società occidentale era più vicina a queste civiltà che a noi, pur essendo i posteri. Al tempo dei romani, ad esempio, l’idea che fosse necessaria una attività finalizzata per raggiungere il benessere del cittadino (terme, teatro, giochi circensi) non aveva ragione d’essere, perché veniva offerto dalla generosità dei grandi. Il concetto, pur in modo diverso, può valere anche per il periodo medievale e il primo Rinascimentale. Oggi niente è in regalo e tutto è in vendita.

La felicità, un tempo, era un valore senza prezzo. Oggi la si compra, e comprandola perde tutto il suo valore. Fino a prima della rivoluzione industriale non aveva ragione d’essere l’ideologia del lavoro, ma al contrario era viva quella del non-lavoro. L’idea dell’accumulare denaro era sì esistente, ma tuttavia non era ciò che realmente importava – i banchieri e i mercanti erano malvisti -. Il tempo della vita, invece, era un fine ben più grande: si lavorava le ore necessarie per sopravvivere, poi il tempo, che era il bene più prezioso, lo si dedicava alle cose che più si amavano. Oggi il mito è chi ha tempo non aspetti tempo, o il tempo è denaro, perché l’unico valore che esso può assumere in epoca industriale è quello del non-tempo: bisogna sfruttarlo il più possibile per produrre, per creare, per crescere inesorabilmente, tanto che nell’ambiente lavorativo, in certe aziende, si mangia davanti al computer pur di non perdere un attimo. Ma che poi, pensandoci bene, che senso ha tutto questo? Un senso umano, intendo. Continuare a cresce economicamente, per cosa? Si dice per produrre benessere. Il Pil delle nazioni, da cinquant’anni a questa parte, è aumentato grosso modo in Occidente come in Oriente – vedi la Cina – e, salvo la crisi economica, continua ad aumentare, eppure la ricchezza dei cittadini non è mai stata direttamente proporzionale a quella degli Stati.  La crescita infinita, poi, è una chimera impossibile da raggiungere: qualcuno può spiegarci com’è possibile in un mondo che ha dei limiti fisici, sia orizzontali che verticali, una crescita infinita?

L’idea è che la società del benessere, come noi intendiamo la nostra, sia contrapposta alla paura della morte. Si tende al benessere, qualunque esso sia (denaro, ricchezza, bene fisico, potere, gloria, felicità) per allontanarsi da tutto ciò che è male e che si riassume con il concetto di morte. Forse questo bisogno paranoico dell’accumulazione di denaro, inteso come principio del benessere, aiuta i vincenti a dimenticare la morte, ma come scrive Latouche “la morte di milioni di perdenti sta lì a ricordare ogni momento la vanità dell’operazione”. Così mentre noi affondiamo nell’ennesima crisi economica, sicuri che l’unica uscita sia la crescita, in una società che ha perso i suoi valori e che si crede “il migliore dei mondi possibili”, da qualche parte in Africa o in sudamerica le civiltà primitive vivono senza nevrosi, non sapendo una mazza di cosa sia lo spread e la borsa.

LAVORO E POSTO FISSO, STERCO DEL DEMONIO

Anche per l’epoca medievale, specialmente per il periodo Basso, gli storici hanno parlato di una società capitalista che, comunque sia, nonostante il termine, aveva regole e storia totalmente differenti dalla nostra: rispetto all’epoca moderna conservava una sorta di identità umana che oggi pare abbiamo perduto.  Può essere arbitrario, ora, mettere sullo stesso piano quello che era il mercante che fruttava il proprio “capitale”, con il padrone di una bottega che lo utilizzava per acquistare del tessuto, e il contadino, che lavorava le proprie terre pagando qualche contributo allo Stato. Ma guardando da più vicino queste tre classi possiamo dire di loro la stessa cosa: tutti possedevano un bene che avevano comprato o ereditato, e non dovevano render conto a nessuno, ne’ a padroni sotto cui lavorare, ne’ a signori che concedevano loro un manso. In estrema sintesi erano imprenditori di se’ stessi, e quando le cose andavano male, o andavano bene, tutto era causa loro. Non essendo dei salariati non erano sotto la tutela delle garanzie che oggi proteggono i lavoratori con il posto fisso. Ma questo era il doppio volto del mestiere: la libertà nel mondo del lavoro equivaleva al rischio di mettersi in gioco: ma certo, e forse anche per questo, si sentivano uomini liberi, e non alla stregua di ingranaggi o macchine di una catena di montaggio come ben si può identificare l’operaio moderno, oggetto della ricchezza del datore di lavoro (e non soggetto lui stesso), programmato per  spaccarsi le ossa 40 anni della propria vita.

Non che la fatica non esistesse al tempo, anzi, forse era ben più devastante di oggi, ma un lavoro faticoso, almeno sul piano morale, era considerato abietto. Si trattava della punizione inflitta dal Creatore, e coloro che lavoravano a vantaggio di altri – perché esistevano anche queste categorie -, erano considerati esseri asserviti, umiliati dal loro stesso contesto: “uomini spregevoli”, afferma addirittura Fossier nel suo Il lavoro nel Medioevo. Ancor prima, in epoca greca, l’occupazione normale del cittadino non era il lavoro, ma il tempo libero: il commercio e l’usura (mestieri che avevano a che fare con il denaro) venivano sì esercitate, ma erano attività inconfessabili e disprezzabili.

L’ideologia economica nella quale siamo sommersi ci ha invece abituati a credere che ogni società, passata o presente, abbia avuto una vita economica e ricorre al lavoro per sopravvivere. Ma è naturalmente una menzogna, a meno di ammettere che anche gli animali,  i quali hanno necessità di sopravvivenza, abbiano una vita economica e laboriosa.
Oggi tutto è ribaltato: il lavoro è diventato un diritto. Quello che al tempo era più vicino ad una punizione che altro, in epoca moderna è necessario per vivere. A cambiare è stato il contesto storico che, volendo usare una forzatura crudele, è arrivato da un’invenzione della borghesia: per screditare l’aristocrazia, intorno al XVI e al XVII, si utilizzò una propaganda lavorista del tipo: chi non lavora non mangia. Con questa ideologia siamo passati, in estrema sintesi, dall’immaginario dell’uomo libero che vive del frutto delle sue abilità al salariato della fabbrica, che per vivere è asservito completamente al lavoro. Il posto fisso, che nessuno oggi vuole toccare, è il paradigma di questa nuova ideologia.

Non che in epoca medievale – specialmente in quella Alta – i salariati con il posto fisso non siano esistiti. Esisteva tuttavia un fattore umano tra datore e salariato che oggi non si trova: il legame, infatti, era di tipo affettivo. Spesso il garzone divideva il pane con il padrone, che offriva addirittura l’alloggio situato sopra la propria bottega; il chierico accettava gli inviti a cena che gli giungevano dai genitori dei suoi allievi; il mugnaio prendeva posto a sedere nella stessa tavola del padrone del mulino. E così via. In epoca moderna l’operaio di fabbrica, o il dipendente in azienda – soprattutto quando questa è di grandi dimensioni – non ha nessun legame con il datore se non quello di iniziare e chiudere il lavoro come da contratto.
Tolta ogni tipo di unità umana con il proprio capo, il lavoratore viene letto come mezzo per la produzione, oggetto della crescita dell’azienda stessa. Null’altro.

Il meccanismo ci darà pur da vivere, ma a quale prezzo? Osservate con occhio riflessivo le strade principali di ogni città allo scoccare delle 7.30 del mattino. Quello che vedrete sono code chilometriche di macchine borbottanti, e in fila l’una all’altra, sotto il grigiore del periodo invernale – avvolte dal fumo tossico dello scarico -, tutte a rappresentare una processione meccanica simile a quella di un’enorme e noiosa catena di montaggio: è l’alba di ogni giorno lavorativo. Considerando sempre una generalizzazione che ha bisogno di essere studiata nel dettaglio, possiamo dire che oggi stiamo pagando le conseguenze di questo processo storico. Il problema, però, è nel cuore del sistema: mi ha sempre fatto effetto celebrare l’1 maggio come festa del lavoro. Siamo penetrati così tanto nel meccanismo da naturalizzare ciò che una volta era considerata una pena. Da perfetti masochisti autocelebriamo il giorno della nostra schiavitù.

LA TIRANNIA DELLA MAGGIORANZA

Il concetto di “tirannia della maggioranza” è stato fonte di discussione sin dalle origini liberali dell’Europa moderna. Là dove c’è una opinione condivisa dalla maggioranza della società, scrivevano allora i teorici della democrazia, vi sono anche delle opinioni contrarie, e condivise da pochi. Il guaio è che la maggioranza tende a credere che la sua sia la verità assoluta, dunque proverà con tutti i mezzi, violenti o civili, a neutralizzare chi la pensa diversamente. “Per me, quando sento la mano del potere appesantirsi sulla mia fronte – scriveva nell’Ottocento Toqueville -, poco m’ importa di sapere chi mi opprime, e non sono maggiormente disposto a infilare la testa sotto il giogo solo perché un milione di braccia me lo porge”. Non è importante, insomma, quanti la pensano diversamente da noi, e come la pensano: fossero anche un milione contro uno, l’importante è non farsi schiacciare dal loro peso. In realtà, a ben guardare, i primi teorici della “tirannia della maggioranza” erano quei democratici liberali che nel suffragio universale vedevano una minaccia: secondo loro, infatti, si sarebbe dato un peso politico ad una maggioranza con interessi ben diversi dal ceto borghese liberale cui appartenevano. Comunque sia c’è del vero, in democrazia bisogna sempre guardarsi dal pensiero comune. Ma è una cosa ovvia: ovunque ci sia una classe dominante, gran parte della morale deriverà dai suoi interessi di classe. Costoro, diceva Stuart Mill, si sono solo preoccupati di indagare cosa la società debba preferire o respingere, tenendo presente, però, le loro esclusive motivazioni. Ma qual è il pretesto attraverso cui la maggioranza si crede sempre nel giusto?
La giustificazione è data da un errore di fondo: che molti la pensano allo stesso modo. Anche se si tratta pur sempre di una preferenza di tanti rispetto ad uno solo, ciò che riteniamo sufficiente per avere ragione è sapere quanti ci danno ragione. Per l’uomo comune la propria preferenza giustificata in questi termini non solo è una ragione perfettamente soddisfacente ma, ci spiega Mill, è l’unica che egli ha per fondare tutte le proprie idee di moralità.

Tuttavia il problema non è solo intrinseco e tutto delle “maggioranze” – per cui esse sono sempre dispotiche e le minoranze tutte perseguitate – ma risiede nel concetto di verità assoluta, cioè quella verità che si considera vera oltre ogni ragionevole dubbio. Spesso maggioranza e verità assoluta vivono entrambe con lo stesso cuore, ma anche una qualsiasi minoranza potrebbe pensare di essere incondizionatamente nel giusto. Il guaio, se vogliamo, è che chi è certo della propria verità si possa considerare come il giudice assoluto della verità, e giudice che non ascolta la controparte. Ma esistono verità assolute? Sostenere che il bianco è bianco, è un conto (anche se la filosofia ci parla d’altro), ma sostenere che la democrazia è il migliore dei governi possibili, è tutt’altra cosa. Per ogni argomento con una percentuale sia pur risibile di dubbio non può esserci un’unica verità, e dunque è necessario il dibattito, in questo caso tra chi sostiene la democrazia con tutti gli altri. Dobbiamo perciò guardarci dall’imposizione al silenzio di quelle minoranze che non la pensano come noi, imparando a vincere la loro verità attraverso il dibattito, perché se sicuri di essere nel giusto, sarà limpida la percezione della nostra verità in contrasto con l’errore degli altri; se fossimo nel torto, invece, ci guadagneremmo in conoscenza. Se alla verità, però, ci dovessimo arrivare con la violenza, perderebbe sia la ragione che il torto: alla forza, infatti, ci si piega per necessità e non per volontà. Significa che chi è nel torto continuerà a pensare di essere nel vero, ma per paura dei soprusi altrui farà credere il contrario; chi è nel vero, invece, lo sarà soltanto per un certo periodo di tempo, perché se, come detto, alla verità del prepotente ci si piega per necessità, chi sarà più forte di noi a menar il bastone, un giorno, ci sostituirà nel nostro diritto. Provate ad imporre agli altri la vostra opinione e pensate: se la situazione fosse capovolta, non la trovate una grave ingiustizia?

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