<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?>
<rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>Libera Critica</title>
	<atom:link href="http://www.liberacritica.it/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>http://www.liberacritica.it</link>
	<description>La disinformazione è il primo potere politico in Italia</description>
	<lastBuildDate>Tue, 15 May 2012 12:46:59 +0000</lastBuildDate>
	<generator>http://wordpress.org/?v=2.9.2</generator>
	<language>en</language>
	<sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency>
			<item>
		<title>Destra, sinistra e Movimento 5 Stelle</title>
		<link>http://www.liberacritica.it/2012/05/15/destra-sinistra-e-movimento-5-stelle/</link>
		<comments>http://www.liberacritica.it/2012/05/15/destra-sinistra-e-movimento-5-stelle/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 15 May 2012 10:38:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marcello Frigeri</dc:creator>
				<category><![CDATA[POLITICA]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.liberacritica.it/?p=1389</guid>
		<description><![CDATA[Quel che le amministrative dei primi di maggio hanno chiarito è che il Parlamento, oggi, non rappresenta la scelta elettorale degli italiani. Il primo partito è il Pd – ma il Pdl vanta più parlamentari -; il Movimento di Grillo sarebbe la terza forza con il 15% &#8211; ma non è presente ne’ a Montecitorio, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.liberacritica.it/wp-content/uploads/2012/05/sinistra-destra1-e1318285488954.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-1390" title="sinistra-destra1-e1318285488954" src="http://www.liberacritica.it/wp-content/uploads/2012/05/sinistra-destra1-e1318285488954-300x226.jpg" alt="" width="300" height="226" /></a>Quel che le amministrative dei primi di maggio hanno chiarito è che il Parlamento, oggi, non rappresenta la scelta elettorale degli italiani. Il primo partito è il Pd – ma il Pdl vanta più parlamentari -; il Movimento di Grillo sarebbe la terza forza con il 15% &#8211; ma non è presente ne’ a Montecitorio, ne’ a Palazzo Madama -; con il 5% è scomparsa la Lega Nord (che è presente in Parlamento), mentre Sel, al 7%, come il Movimento 5 Stelle non ha nessuna rappresentanza.<span id="more-1389"></span> Aggiungiamo, poi, un governo tecnico non legittimato da alcun voto, altresì chiamato per il fallimento della politica: il risultato è che in Italia il potere esecutivo e legislativo sono una cosa, la volontà degli italiani un’altra. Un altro dato fondamentale è che il partito che negli ultimi vent’anni ha rappresentato la destra liberale (Forza Italia prima, Pdl poi) è oggi ai suoi minimi storici (19%), e pur non scomparendo registra una crisi di consenso. Il dopo Berlusconi è una fase di transizione da un leader carismatico a qualcosa di ancora indefinito.</p>
<p>In poche parole si sta passando da una destra esplicita &#8211; quella berlusconiana dell’immagine, della gerarchizzazione del potere, del concetto astruso di libertà, meritocrazia e democrazia e, in definitiva, della lotta politica e mediatica a tutto ciò che è contro – ad una destra poco chiara, quantomeno rinnovata al vertice (Alfano), ma ancora sotto il potentato dei berlusconiani nelle piccole realtà locali e nelle scuderie di partito. In pratica tende, o dovrebbe tendere, al cambiamento ma punta ancora sull’usato.</p>
<p>S<strong>e poi destra e sinistra sono termini antitetici</strong>,<strong> ciò che indebolisce l’una dovrebbe rafforzare l’altra</strong>, a meno che ad aumentare non siano gli astenuti &#8211; o gli estremismi -, oppure un terzo elemento, trasversale sia alla destra che alla sinistra, non si frapponga nella disputa. Il dato nazionale delle comunali, infatti, ci dice che il centrosinistra è stazionario laddove la controparte ha evidentemente perduto. Gli astenuti sono il primo partito italiano (36%), mentre <strong>il Movimento 5 Stelle  calmiera la rabbia di chi ancora crede nella democrazia, ma non in quella dei partiti</strong>.</p>
<p>La sostanza è che centrodestra e centrosinistra perdono consenso, mentre si allarga l’elettorato di chi si definisce <em>ne’ di qua</em>, <em>ne’ di là</em>. D&#8217;altro canto il Movimento 5 Stelle, che cavalca l’onda della <strong><em>non appartenenza</em></strong>, è convinto di guadagnare voti sulla pelle di ciò che è destra e ciò che è sinistra, prendendo voti sia dall’una che dall’altra parte: la tesi dei grillini è che i due termini, d’estrazione ottocentesca, oltrepassata la soglia del 2000, sono ormai vetusti. Eppure fatico a credere al M5s come a <em>qualcosa d’altro</em> oltre alle due espressioni. Alternativi sì, ma non alle parti storiche della politica, bensì ai partiti che dovrebbero rappresentarle. <strong>Essere ne’ di destra, ne’ di sinistra non significa non avere idee di destra o di sinistra, ma semplicemente non appartenere esclusivamente ad una delle due parti. Per questo non è del tutto corretto definirsi ne&#8217; di destra, ne&#8217; di sinistra, perché è vero il contrario: trasversalmente il movimento è sia di sinistra che di destra</strong>.</p>
<p>Oltreché per un fallimento sistemico – crisi economica, insolvenza della mission politica della Seconda Repubblica, inadeguatezza e mediocrità dei rappresentanti, ladrocinio e corruzione – i partiti sono in crisi anche perché, al contrario dei 5 stelle, non possono in nessun modo togliersi l’etichetta alla quale sono soggetti: peccherebbero di profonda incoerenza. Un partito di sinistra, in estrema sintesi, non può permettersi di pensare come un partito di destra. E viceversa.<strong> La novità introdotta dai grillini, a mio modo di vedere, è la totale libertà di poterla pensare sia in un modo di destra che in uno di sinistra, pur non perdendo la propria mission e soprattutto la coerenza</strong>.</p>
<p>Alle Regionali del 2010, in Piemonte, il Movimento 5 Stelle raccolse un buon numero di voti pescandoli dal calderone del centrosinistra; alle scorse comunali, a Parma, pescarono da quello del centrodestra. È un gioco “scorretto” al quale la vecchia politica dei partiti non può giocare. Negli anni della Prima Repubblica votare significava “appartenenza” ad un determinato contesto sociale (e il partito ne era il simbolo nella stanza dei bottoni), oggi questo valore ha completamente perso di senso. Si vota per un leader prim’ancora che per un ideale  &#8211; e su questo aspetto, tuttavia, non si può escludere nemmeno il Movimento 5 Stelle, che prende i voti anche grazie all’immagine di Grillo -.</p>
<p><strong>Sinistra e destra, in definitiva, non hanno perso significato, ne’ sono entrate in una crisi ideologica; semplicemente sono mal rappresentate dai rispettivi partiti</strong>, ai quali si pensa sempre più come ad un gruppo unico  – una casta, per intenderci -. “D’Alema, dì qualcosa di sinistra!”, gridava davanti alla tv Nanni Moretti in “Aprile”, il suo celebre film datato 1998. La <em>non appartenenza</em>, che ovunque la si guardi è anch’essa una forma di appartenenza, sarà tale fino a quando non vi sarà un rinnovamento nei partiti. Rimborsi elettorali, privilegi, poteri extra politici, legge elettorale, conflitto d’interesse, lotta serrata alla criminalità, collusione con il sistema finanziario – pubblica e privata –, meritocrazia: se la politica non tocca queste corde, non si potrà parlare di cambiamento. Il più è chiedersi se la politica, quella della stanza dei bottoni, abbia intenzione di autoregolamentarsi.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.liberacritica.it/2012/05/15/destra-sinistra-e-movimento-5-stelle/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Sulle comunali a Parma: sta cambiando qualcosa nella politica?</title>
		<link>http://www.liberacritica.it/2012/05/09/sulle-comunali-a-parma-sta-cambiando-qualcosa-nella-politica/</link>
		<comments>http://www.liberacritica.it/2012/05/09/sulle-comunali-a-parma-sta-cambiando-qualcosa-nella-politica/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 09 May 2012 08:20:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marcello Frigeri</dc:creator>
				<category><![CDATA[UN OCCHIO SU PARMA]]></category>
		<category><![CDATA[comunali]]></category>
		<category><![CDATA[Movimento 5 stelle]]></category>
		<category><![CDATA[parma]]></category>
		<category><![CDATA[Pd]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.liberacritica.it/?p=1386</guid>
		<description><![CDATA[Con un risultato così forte, radicale, e tutto concentrato sul fallimento dei partiti (perché di questo dobbiamo parlare) resta difficile una considerazione nel day-after. Ci si aspettava certo il cambiamento, ma non questo tipo di cambiamento. E soprattutto non così perentorio. Il Movimento 5 Stelle ha travolto la vecchia politica, penetrando nella realtà con irruenza [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.liberacritica.it/wp-content/uploads/2012/05/2012-05-07-20.14.16.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-1387" title="2012-05-07 20.14.16" src="http://www.liberacritica.it/wp-content/uploads/2012/05/2012-05-07-20.14.16-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a>Con un risultato così forte, radicale, e tutto concentrato sul fallimento dei partiti (perché di questo dobbiamo parlare) resta difficile una considerazione nel day-after. Ci si aspettava certo il cambiamento, ma non questo tipo di cambiamento. E soprattutto non così perentorio. <span id="more-1386"></span>Il Movimento 5 Stelle ha travolto la vecchia politica, penetrando nella realtà con irruenza e con modalità da Tsunami: in silenzio si sono ritirati dalla battigia su cui i politici, tutti quanti, vendevano le caramelle alla gente, poi hanno scatenato l’onda. Il 20% di Pizzarotti ed il ballottaggio con Bernazzoli hanno due significati: l’esasperazione dei cittadini che non hanno più forze per credere ancora ai partiti – anche il 36% di astenuti è un dato fortissimo -, e l’incapacità del centrosinistra, una volta sconfitto l’avversario naturale a destra, di far convergere i voti degli scontenti sul proprio candidato.<br />
Nonostante, tuttavia, sia presto per un’analisi lucida della questione, è comunque bene fare alcune considerazioni.<br />
La prima è la fine dell’epoca Ubaldi. Se qualcosa si sta commutando, nella quotidianità italiana, è il concetto di passato. Tutto ciò che viene considerato il vecchio lascia sempre più spazio ad una certa volontà di rinnovamento, tanto che lo stesso Ubaldi, forse raggiunto, e allarmato, dall’aria fresca che spira fuori dai palazzi del potere, ha azzardato un messaggio improbabile: con me un “Ritorno al futuro”. Non è servito. Vuoi per i suoi dieci anni da sindaco, vuoi per idee della città che erano valide, semmai, nell’epoca pre-crisi, il vecchio leader di Civiltà Parmigiana rappresenta una pagina andata della storia di Parma. E qui, a nostro modo di vedere, finisce la sua era. Il secondo dato da registrare, ancora più importante del primo ma meno clamoroso, è la scomparsa della destra. Ci si aspettava una debacle del Pdl, ma probabilmente non così forte. Scrivemmo non meno di una settimana fa che il centrodestra, ancor più del centrosinistra, ha un forte bisogno di autorigenerarsi, e anziché ripartire dai suoi vecchi uomini, ormai ridotti a mummie – Buzzi e Moine -, avrebbe dovuto giocare la carta dei giovani. La terza considerazione è che se, concettualmente, è morta la destra, è difficile che possa esistere una sinistra, compatta e duratura. Essendo destra e sinistra due termini antitetici, può esistere l’una se è morta l’altra? Eppure a questa domanda aveva già ampiamente risposto la campagna elettorale, suonando un campanello d’allarme: il Pcl di Spaggiari, Parma Bene Comune di Roberti, Parma che Cambia di Rossi e La Pietra, il Pdci di Arillo e lo stesso Partito Democratico avevano detto di loro la medesima cosa smentendo, allo stesso tempo, le parole degli altri: siamo noi la vera sinistra. Ognuno, a suo modo, si considera più a sinistra dell’altro.  In sostanza se è morta la destra, il centrosinistra, in quanto tale, non ride: lo troviamo spaccato in diverse piccole realtà e con il Partito Democratico dominante, ma nell’ala più destrorsa dell’emisfero. Non sorprende, infatti, la sua alleanza con i moderati di centrodestra di Altra Politica e di Fli – al termine del primo turno Enzo Raisi, deputato Fli, ha ufficialmente detto che Futuro e Libertà è al ballottaggio assieme a Bernazzoli -. Le conseguenze di questa spaccatura ideologica, presumibilmente, si tramuteranno in crisi nello stesso Consiglio Comunale.<br />
La quarta e ultima considerazione, invece, va tutta al Movimento 5 Stelle. I partiti, anche i più populisti e demagoghi, lo hanno etichettato come movimento qualunquista, fascista, antipolitico e demagogo; hanno sputato sentenze sui loro candidati: inesperti, populisti, xenofobi e razzisti. Hanno giudicato l’operato ancor prima che si potesse giudicare. Lo hanno deriso fino all’ultimo giorno, ridicolizzandolo e tenendolo fuori da ogni seria e rigorosa riflessione politica. Tutto questo mentre politologi e sociologi affermati come Ilvo Diamanti o Marco Tarchi – per citarne alcuni – li ammonivano: guardate che ciò che spira non è il vento dell’antipolitica, ma quello del cambiamento: o vi rinnovate o soccomberete. Il responso è arrivato, e checché ne dicano i politichetti senza capacità di riflessione, oggi a Parma hanno stravinto i cittadini incazzati. Nel day after, e senza vergogna, qualcuno tra le file partitiche abbozza ancora un certo tipo di rigurgito, “I parmigiani hanno votato il qualunquismo”. Ecco: più voi li denigrate, più loro vincono. E vi deridono.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.liberacritica.it/2012/05/09/sulle-comunali-a-parma-sta-cambiando-qualcosa-nella-politica/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Dalla Tangentopoli parmigiana al nuovo sindaco</title>
		<link>http://www.liberacritica.it/2012/05/03/dalla-tangentopoli-parmigiana-al-nuovo-sindaco/</link>
		<comments>http://www.liberacritica.it/2012/05/03/dalla-tangentopoli-parmigiana-al-nuovo-sindaco/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 03 May 2012 07:54:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marcello Frigeri</dc:creator>
				<category><![CDATA[UN OCCHIO SU PARMA]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.liberacritica.it/?p=1381</guid>
		<description><![CDATA[Le imminenti elezioni comunali saranno ricordate come quelle immediatamente successive alla tangentopoli parmigiana (a proposito: a che punto è la situazione in Procura? Pare tutto immobile da quando Vignali si è dimesso). Saranno ricordate anche come quelle della società civile che si fa politica: dalle rivolte in Piazza alla stanza dei bottoni, citando, ad esempio, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.liberacritica.it/wp-content/uploads/2012/05/elezioni.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-1382" title="elezioni" src="http://www.liberacritica.it/wp-content/uploads/2012/05/elezioni-300x231.jpg" alt="" width="300" height="231" /></a>Le imminenti elezioni comunali saranno ricordate come quelle immediatamente successive alla tangentopoli parmigiana (a proposito: a che punto è la situazione in Procura? Pare tutto immobile da quando Vignali si è dimesso). Saranno ricordate anche come quelle della società civile che si fa politica: dalle rivolte in Piazza alla stanza dei bottoni, citando, ad esempio, le azioni di La Pietra (candidato a consigliere con Parma che Cambia), di Arillo (dal Popolo Viola al Partito dei comunisti italiani) e dell’intera compagine di Parma Bene Comune, che da movimento d’incontro e confronto, si è riformato a movimento politico. <span id="more-1381"></span>E proprio perché la società civile (non tutta, ma le sue parti più forti) ha scelto questa strada a quella dell’agorà, le comunali saranno ricordate anche come una rivoluzione mancata. La rabbia dei cittadini è stata interamente assorbita dai partiti e dai civici: candidando vecchie facce e senza tentativi di rinnovo hanno così potuto rifarsi una verginità, spacciandosi addirittura per il nuovo che avanza. Ma tant’è. La campagna elettorale è stata fortemente centrata su una politica che si può definire dell’immagine: a spiccare più di tutti non sono stati i programmi elettorali – esistono, ma quanti parmigiani conoscono i contenuti? -, altresì la figura dei leader; è prevalsa, in sostanza, la politica dell’immagine carismatica a quella delle idee. Ogni candidato, nessuna eccezione, si è definito l’alternativa necessaria, lasciando intendere che è l’immagine di se’ ad essere alternativa, e non l’idea.</p>
<p>Eppure è altro che servirebbe ad una città disastrata e che, economicamente, non cresce (le industrie chiudono registrando una forte contrazione della produzione industriale), spendacciona (14 milioni di euro il costo del personale tra 2007 e 2011), debitoria (tra i 400 e i 600 milioni di euro è il rosso, diviso tra partecipate e Comune), e imprigionata nella ragnatela degli “uomini politici”, che si sono sostituiti a quelli amministrativi. Se è vero, infatti, che l’obiettivo principale è restituire la città ai cittadini, come si è ripetuto in questi ultimi mesi senza distinzione di colore politico, allora la prima cosa che si dovrebbe pretendere è che non più un nominato dai partiti infesti i consigli d’amministrazione delle società partecipate, oggi i naturali centri strategici e di sviluppo dell’ex ducato, trasformate in uffici di collocamento per trombati politici (che ci fa, ad esempio, Villani, ex coordinatore Pdl, come vice Presidente Iren?).</p>
<p>I prossimi anni dovranno essere, ad ogni modo, quelli dell’austerity e della politica spoglia di gigantografie. Nel programma del bilancio di previsione 2012-2014, infatti, sono previsti soltanto piccoli rifacimenti e modeste riqualificazioni. L’opera più importante in termini di costo sarà l’intervento sulla scuola Racagni, del valore di 8 milioni di euro, ma soltanto nel primo dei tre anni. Cosa dice il bilancio? Un dato abbastanza esplicito: non ci sono soldi. La disponibilità finanziaria di questo 2012 è di 32 milioni. Ancora meno nel 2013 (12 milioni) e nel 2014 (sempre 12 milioni). Tra tasse, imposte e tributi speciali, poi, saranno oltre 137 i milioni che il Comune di Parma pretenderà dai suoi cittadini. Lo stesso dicasi nel 2013 (137.208.000 mln) e nel 2014 (137.107.000 mln). Eppure la campagna elettorale è stata anche quella delle (false?) promesse: metropolitane leggere, via Emilia bis e chiusura dei cantieri  ancora aperti (stazione, ponte Nord).</p>
<p>Ma la scelta che faranno gli elettori il prossimo 6 e 7 maggio, oltreché una decisione basata più sul carisma del leader che sull’idea (ahinoi), sarà anche quella dell’influenza. La politica nazionale, comunque vada, avrà una forma di suggestione sull’elettorato: chiuderà “in rosso” il centrodestra – costretto al rinnovamento più di ogni altro settore politico -, ne guadagneranno il centrosinistra e il cosiddetto voto di protesta. Bernazzoli è il candidato più forte non tanto per meriti personali, quanto per i fallimenti altrui. E infine, come detto, sarà il maggio del voto della protesta e della ristrutturazione. Parma Bene Comune, Movimento 5 Stelle, Partito Comunista dei Lavoratori, Buongiorno Italia, siamo voi!: pur con ideologie diverse e con diversi metodi (e con un differente elettorato), rappresentano tutti, o tendono a farlo, ciò che è lontano oggi dalla politica dei partiti (nonostante il Pcl sia, a sua volta, di tradizione partitica): chi è sceso in piazza quest’estate con molta probabilità confluirà il voto tra queste sigle. Ecco: le comunali del 6 e del 7 maggio ci diranno anche se gli indignati parmigiani (così si facevano chiamare) sono ancora politicamente e ideologicamente una realtà ancora viva; oppure, al contrario, se la politica dei partiti è riuscita ad assorbire tutta la rabbia di chi, il 24 giugno, gridava “Ladri” davanti al Comune di Parma.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.liberacritica.it/2012/05/03/dalla-tangentopoli-parmigiana-al-nuovo-sindaco/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Gli anni del cambiamento</title>
		<link>http://www.liberacritica.it/2012/04/16/gli-anni-del-cambiamento/</link>
		<comments>http://www.liberacritica.it/2012/04/16/gli-anni-del-cambiamento/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 16 Apr 2012 12:52:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marcello Frigeri</dc:creator>
				<category><![CDATA[FOCUS]]></category>
		<category><![CDATA[POLITICA]]></category>
		<category><![CDATA[cambiamento]]></category>
		<category><![CDATA[democrazia]]></category>
		<category><![CDATA[parlamento]]></category>
		<category><![CDATA[partiti]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.liberacritica.it/?p=1377</guid>
		<description><![CDATA[Ci attende un decennio di trasformazioni nella società e nella politica italiana, e il cambiamento, che dagli anni 2000 ad oggi è già in graduale evoluzione, è dovuto ad un agente esterno, che in una certa misura è anche interno, e ad uno nazionale. Il fallimento politico della Seconda Repubblica ha condizionato gli ultimi vent’anni [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.liberacritica.it/wp-content/uploads/2012/04/Beppe-2011-010.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-1378" title="Beppe 2011 010" src="http://www.liberacritica.it/wp-content/uploads/2012/04/Beppe-2011-010-300x224.jpg" alt="" width="300" height="224" /></a>Ci attende un decennio di trasformazioni nella società e nella politica italiana, e il cambiamento, che dagli anni 2000 ad oggi è già in graduale evoluzione, è dovuto ad un agente esterno, che in una certa misura è anche interno, e ad uno nazionale. Il fallimento politico della Seconda Repubblica ha condizionato gli ultimi vent’anni dando vita ad un contesto sociale in cui si è radicata la protesta &#8211; fino a qualche mese fa di un ramo dell’elettorato di sinistra, oggi più ampio e anche di destra -, e il cui oggetto è stato, ed è tutt’ora, la mediocrità degli uomini politici, e l’incapacità dei partiti di aprire una nuova fase della storia italiana postuma a Tangentopoli.  <span id="more-1377"></span>La crisi economica della società capitalista, che è un fattore esterno alla nazione – ma interno al sistema economico cui siamo soggetti -, ha contribuito a velocizzare la fine, prossima, del modello politico della Seconda Repubblica, accentuando in questi ultimi anni i moti di protesta. A ben guardare la crisi della democrazia dei partiti ha radici più lontane. Già negli anni ’70, infatti, la società dei consumi mutò il sistema democratico in un modello politico in cui le richieste dei cittadini, ormai diventati <em>consumatori</em>,  superavano le possibilità di risposte dei governi.</p>
<p>Dopo la drammatica pagina di Tangentopoli, che svelò la corruzione ai vertici del sistema Italia, i partiti della Seconda Repubblica, sospinti dal vento dell’indignazione e dalla possibilità di cambiamento, ebbero l’opportunità di compiere un passo successivo nella storia italiana, aprendo una nuova fase di riforme tutt’oggi fondamentali, e dando alla Costituzione la condizione, e il contesto, per rinnovarsi dopo 40 anni dalla sua nascita.  Ma fino ad oggi la politica ha vissuto una lunga fase di stagnazione; destra e sinistra – unite nella mediocrità dei loro uomini – non hanno saputo anteporre ai loro interessi quelli di una Italia che necessita un cambiamento  &#8211; Università, lavoro, giustizia, economia e politica stessa -. Se il berlusconismo è stato artefice di una politica fondata sull’individualismo, e sulla logica del potere non già come fonte per la collettività, quanto per la scalata sociale al potere, la sinistra non ha saputo anteporre al berlusconismo un’idea di sistema politico efficace, tanto che instabilità e alternanza sono state le debolezze di questo ventennio. E proprio perché la democrazia dei partiti è un tipo di regime fondato sul compromesso parlamentare – la Casta è tale proprio perché destra e sinistra, in un emiciclo politico, sono un sistema unico con idee differenti, e il Parlamento è un luogo dove non vi è più deliberazione -, in venti anni non si è riusciti nemmeno a concettualizzare una legge contro il conflitto di interessi, oggi più che mai da costituzionalizzare, e dunque combattuto per mezzo della Costituzione.  La crisi dei partiti italiani della Seconda Repubblica, che si sono divisi il potere democratico senza concludere nessuna battaglia fondamentale, è un effetto collaterale del movimento di protesta.</p>
<p>Mentre un tempo, infatti, votare per un partito significava “appartenenza” ad un determinato contesto sociale (e il partito ne era il simbolo nella stanza dei bottoni), oggi il deflusso dei voti è sinonimo di “non-appartenenza”. Non sorprende, perciò, che il Movimento 5 Stelle, naturale movimento antipartitico, sia tanto temibile e gradualmente sempre più grande. Chi vota i 5 stelle si caratterizza per una <em>non-appartenenza</em>, non riconoscendosi, appunto, nell’attuale sistema politico. E proprio perché il movimento si concettualizza come estraneo al sistema vigente,  non sorprende che la sua idea democratica non sia quella storica della rappresentanza, altresì quella della partecipazione.</p>
<p>Gli anni ’60 del boom economico avevano visto una sinistra comunista e socialista accrescere il proprio elettorato, pur con una Dc sempre al governo; gli anni ’70, vuoi per una crisi energetica che condizionò l’agenda politica, riportò l’Europa sotto la stella della destra; gli anni ’80, soprattutto in Italia, furono quelli del moderatismo e del socialismo; gli anni’90 quelli della Seconda Repubblica. La seconda parte del primo decennio, e i prossimi dieci anni, sono stati e saranno quelli del cambiamento: destra e sinistra, oggi, sono appartenenze sempre più obsolete e politicamente indistinte, mentre dalla piazza il movimento di protesta, attraverso le elezioni, reagisce e si mobilita per entrare in Parlamento.  Soltanto una risoluzione veloce e decisa della crisi economica scongiurerebbe, o rallenterebbe, l’ascesa di un nuovo modello, chiudendo la fase di questa rivoluzione morale e di sistema, e tramutando il movimento di protesta in una rivoluzione mancata (proprio come avvenne nel ’68, anche se allora il movimento studentesco fu caratterizzato da un altro contesto, e da modalità e ideologie differenti).  Non inganni l’attuale fase dei tecnici: il governo Monti, pur non essendo politico, e non avendo nulla a che vedere con la società reazionaria, rappresenta soltanto la conclusione della parabola degli ultimi vent’anni, il culmine del fallimento repubblicano. I partiti sono così deboli che, oltreché guardarsi dai reazionari indignati che i sondaggi danno in ascesa, dovranno fare i conti anche con l’eredità che lasceranno i tecnici: il prossimo Presidente del Consiglio, e l’eventuale maggioranza, non potrà non tenere conto di Monti politico e del montismo. I partiti, in estrema sintesi, saranno sempre più minacciati e, sempre dai sondaggi, isolati, anche perché figure nuove e politicamente forti, all’orizzonte, non se ne vedono. D’altra parte la società ha un urgente bisogno di cambiamento sociale, morale e politico, e siccome i partiti hanno fallito la strada delle riforme e della Costituzione, e pare che non siano più in grado di risollevarsi, sono due le strade che dovrà percorrere: o si arriva al cambiamento attraverso un processo democratico, e dunque riformulando le questioni  in Parlamento, oppure attraverso un processo antidemocratico e storicamente degenerativo, che è quello delle rivolte in piazza. Entrambe, pur con modalità diverse, sono altrettanto efficaci.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.liberacritica.it/2012/04/16/gli-anni-del-cambiamento/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Della personalizzazione nella politica parmigiana</title>
		<link>http://www.liberacritica.it/2012/04/04/della-personalizzazione-nella-politica-parmigiana/</link>
		<comments>http://www.liberacritica.it/2012/04/04/della-personalizzazione-nella-politica-parmigiana/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 04 Apr 2012 08:31:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marcello Frigeri</dc:creator>
				<category><![CDATA[FOCUS]]></category>
		<category><![CDATA[UN OCCHIO SU PARMA]]></category>
		<category><![CDATA[parma]]></category>
		<category><![CDATA[POLITICA]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.liberacritica.it/?p=1368</guid>
		<description><![CDATA[Personalmente sono poco convinto, e molto demotivato, sul come è stata impostata la lotta per le comunali del prossimo maggio. Ho voluto analizzare questa campagna elettorale collocando le sue parti (partiti e movimenti civici) in uno schema geometrico a forma di arco. Le due estremità del semicerchio sono il Partito Comunista dei Lavoratori da una [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.liberacritica.it/wp-content/uploads/2012/04/bernazzoli-580x391.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-1369" title="bernazzoli-580x391" src="http://www.liberacritica.it/wp-content/uploads/2012/04/bernazzoli-580x391-300x202.jpg" alt="" width="300" height="202" /></a>Personalmente sono poco convinto, e molto demotivato, sul come è stata impostata la lotta per le comunali del prossimo maggio. Ho voluto analizzare questa campagna elettorale collocando le sue parti (partiti e movimenti civici) in uno schema geometrico a forma di arco. Le due estremità del semicerchio sono il <strong>Partito Comunista dei Lavoratori</strong> da una parte, e il <strong>Movimento 5 Stelle</strong> dall’altra. <span id="more-1368"></span>Il primo è caratterizzato dall’<em>appartenenza</em>. Dalla sua, infatti, il <strong>Pcl</strong> conserva un senso di identità ed un radicalismo ideologico tanto forti da collocarlo fuori da ogni schema attuale (e dunque all’estremità del nostro arco); i secondi, come i primi, sono il secondo estremo non già per l’appartenenza a qualcosa, altresì per la loro <em>non-appartenenza</em>. È pacifico che i <strong>grillini</strong>, sin dalla loro genesi, abbiano portato  avanti un certo tipo di modello politico che è quello della democrazia diretta (o partecipativa), avverso al classico, il rappresentativo. Entrambi, a loro modo, hanno in mente un tipo di società diversa dall’attuale, dove l’ideale non è l’immagine di un leader ma il programma elettorale.</p>
<p>I <strong>movimenti civici e i partiti</strong>, chi più e chi meno, sono invece lo specchio della crisi politica che stanno attraversando i paesi occidentali, pur con le dovute dimensioni locali, e rappresentano la realtà racchiusa tra i due estremi. Il gioco della politica che si sta avviando verso le comunali è interamente speso non tanto sulle differenze tra i programmi, quanto sulla costruzione dell’immagine dei leader. Novità, alternativa e continuità sono le parole chiave della sfida elettorale, ma i termini sono completamente svuotati di significato perché connessi non tanto alle idee, quanto, in realtà, all’icona di chi si definisce nuovo che avanza, in contrasto con il vecchio. Svuotando di contenuto parole che un tempo correvano parallele ai programmi, il dibattito tra le idee diventa una questione di secondo piano, perché dominato dalla sfida delle immagini: le gigantografie dei leader, e relativi slogan, possiamo notare, infestano la città. Un tempo le differenze tra i partiti erano un riflesso delle divisioni sociali, e di conseguenza il voto elettorale era dato per appartenenza ad una classe rispetto ad un’altra. In una certa misura, insomma, i partiti erano vicini molto più di adesso alla società civile, proprio perché votare rappresentava un legame con qualcosa.</p>
<p>Nella politica delle immagini, dove all’apice di un’idea o di un’associazione non vi è un partito ma un capo, la <em>leaderizzazione</em> ha invece accentuato il solco tra governo e cittadini: un leader, proprio perché tale, non assomiglia al cittadino perché diverso qualitativamente da chi lo vota. E oggi, qui a Parma, non si sceglie l’idea ma la persona. Se parliamo di crisi dei partiti è proprio perché essi sono diventati comitati al servizio di un capo. Cedendo lo spazio alla personalizzazione di una figura di spicco si indeboliscono e, rispetto al periodo della Prima Repubblica, perdono il contatto con la propria area elettorale, accentuando anch’essi il distacco tra cittadini e politica.</p>
<p><strong>LE LISTE ELETTORALI</strong><br />
Nel concetto di personalizzazione rientra anche la selezione dei nomi nelle liste elettorali. Chi li decide? E ancora, sulla base di quali qualità sono stati selezionati? L’idea è che sia nei grandi gruppi (come Pd e Pdl) che nei movimenti civici, i nomi delle liste &#8211; i prossimi consiglieri comunali – non vengono selezionati meritocraticamente o democraticamente. Secondo il processo meritocratico, si selezionano quelli con maggiori qualità oggettive decise dal gruppo; secondo quello democratico si votano i migliori sulla base di qualità che ogni votante considera, oggettivamente, le più adatte per governare. Nessuna di queste due forme, tuttavia, oggi viene utilizzata. I consiglieri comunali, infatti, non sono selezionati, ma scelti. Il termine di giudizio non sono ne’ le qualità oggettive, ne’ quelle soggettive. In linea generale è la vicinanza al leader, tanto che sono i direttivi partitici a porre il veto sui nomi proposti dalla base. La democrazia, infatti, seppur la si definisca sempre come il miglior modello governativo e di sviluppo, non ha ragione d’essere per quanto riguarda la selezione delle figure di spicco nei partiti.</p>
<p>Essa implica <strong>dissenso</strong>, ma il dissenso, proprio perché tale, lede il potere della leadership, che per sopravvivere e prosperare ha bisogno di circondarsi di un gruppo compatto. Anche le primarie del Pd, per certi aspetti, non sono del tutto democratiche. Esse permettono sì ai tesserati di scegliere il leader su una rosa di nomi, ma non permettono di scegliere<em> la rosa dei nomi</em>. O meglio: il processo democratico è l’elezione del leader, mentre quello non democratico, che è alla base delle primarie, sarà la selezione dei candidati leader. L’esempio della rinuncia di Pagliari alle primarie ne è una riprova: pur di non spaccare il partito in due fazioni (brenazzoliani e sostenitori dell’ex capogruppo in Consiglio), le quali avrebbero innescato una crisi di leadership, i democratici hanno fatto la loro scelta.</p>
<p>In estrema sintesi, e sulla base del voto, consegniamo l’importante fase decisionale di una comunità politica non già a chi possiede, secondo un soggettivo punto di vista, l’idea migliore per la città, valutata sulla base dei programmi elettorali (qualcuno li ha mai sfogliati? Dove si trovano?), ma al leader che riesce ad attrarre, sulla base dell’immagine e delle promesse – che si differenziano da un programma politico -, il maggior numero di votanti. E questo tipo di scelta, se vogliamo, oltreché deprecabile, è anche sinonimo di disuguaglianza: chi ha più denaro da spendere per la campagna elettorale avrà più visibilità. A tal proposito sarebbe opportuno che ogni candidato potesse utilizzare una eguale somma massima di finanziamento, tenendo presente che il finanziamento dovrà sì essere pubblico, ma accuratamente registrato e pubblicato. Siccome il cittadino non sceglie il migliore sul campo, ma chi percepisce come migliore, in un contesto dove l&#8217;immagine è tutto, è pacifico che ogni candidato debba avere uguali opportunità di apparire. Se questa è la democrazia che vogliamo, la democrazia dell&#8217;apparenza, allora cerchiamo di rendere egualitaria, e non elitaria, tale &#8220;virtù&#8221;.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.liberacritica.it/2012/04/04/della-personalizzazione-nella-politica-parmigiana/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>La metamorfosi della democrazia</title>
		<link>http://www.liberacritica.it/2012/03/21/la-metamorfosi-della-democrazia/</link>
		<comments>http://www.liberacritica.it/2012/03/21/la-metamorfosi-della-democrazia/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 21 Mar 2012 09:07:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marcello Frigeri</dc:creator>
				<category><![CDATA[FOCUS]]></category>
		<category><![CDATA[POLITICA]]></category>
		<category><![CDATA[democrazia]]></category>
		<category><![CDATA[liberale]]></category>
		<category><![CDATA[partiti]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.liberacritica.it/?p=1358</guid>
		<description><![CDATA[Se oggi dovessimo definire la democrazia, quello che per prima viene in mente – anche se non si riduce solo a questo &#8211; è la libertà e il diritto alla scelta: indipendentemente dalla classe sociale che occupiamo, purché cittadini del Paese in cui abitiamo, ognuno di noi ha infatti diritto a votare chi ritiene il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.liberacritica.it/wp-content/uploads/2012/03/berlusconi-dimissioni.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-1359" title="ITALY POLITICS GOVERNMENT" src="http://www.liberacritica.it/wp-content/uploads/2012/03/berlusconi-dimissioni-300x209.jpg" alt="" width="300" height="209" /></a>Se oggi dovessimo definire la democrazia, quello che per prima viene in mente – anche se non si riduce solo a questo &#8211; è la libertà e il diritto alla scelta: indipendentemente dalla classe sociale che occupiamo, purché cittadini del Paese in cui abitiamo, ognuno di noi ha infatti diritto a votare chi ritiene il migliore per governare e rappresentare la collettività. Uguale diritto (al voto) e uguale libertà (di scelta). Il binomio del nostro tempo, infatti, è un intreccio di uguaglianza e libertà valido per tutti i cittadini. <span id="more-1358"></span>Mentre precedentemente alla democrazia, fatte salve alcune eccezioni, il potere era totalmente nelle mani delle classi dominanti, con questo meccanismo abbiamo due distinti poteri: quello di scelta (che è dei cittadini) e quello decisionale (che rimane alla classe dominante, eletta dai cittadini). Ma il <em>potere di scegliere</em> è grande altrettanto quanto il <em>potere di decidere</em>? E poi ancora, possiamo realmente considerarci in un sistema democratico, che per definizione è il “potere del popolo” (inteso, il potere, nella sua totalità)? Molti critici contemporanei (guardo ad esempio a Massimo Fini, Massimo Salvadori, Serge Latouche e Alain De Benoist, e qualche secolo prima Rousseau) ritengono il governo democratico attuale <em>non democratico</em>, proprio perché la democrazia dei moderni, in contrasto con quella ateniese, è svuotata del suo significato, ridotto unicamente alla scelta di voto. Altri, come Alfio Mastropaolo, definiscono la democrazia come di tipo “formale”, tracciante una parabola discendente, in direzione di un ibrido: un tipo di governo che è difficile capire cosa e come diventerà. A tal proposito non saprei dire con certezza quale delle due tesi sia la più corretta. Proviamo ad analizzare oggi la versione di Mastropaolo soffermandoci però su un solo aspetto democratico, ovvero il <em>potere di scelta</em>, e chiediamoci: se il nostro sistema di governo e di vita è in movimento, e traccia un certo tipo di parabola,<strong> </strong><em>con quali modalità sta cambiando?</em></p>
<p><a href="http://www.liberacritica.it/wp-content/uploads/2012/03/rousseau_medium.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-1360" style="border: 10px solid black; margin-top: 10px; margin-bottom: 10px;" title="rousseau_medium" src="http://www.liberacritica.it/wp-content/uploads/2012/03/rousseau_medium.jpg" alt="" width="200" height="261" /></a>La cosa certa è che la fiducia della società nei confronti di chi è chiamato a decidere sulle questioni sia al minimo storico, e questo vorrà pur dire qualcosa. La crisi economica, poi, facilmente potrà diventare la molla che ribalterà le carte in tavola: del resto sono sempre state le rivoluzioni a cavallo delle crisi sociali a stravolgere i sistemi e i regimi governativi. Dunque che direzione stiamo prendendo? Un sociologo affermato come Ilvo Diamanti conferma implicitamente la tesi, e ci parla infatti di una democrazia rappresentativa in <em>continua metamorfosi</em> sin dalla sua genesi.</p>
<p>E se la democrazia, come afferma Mastropaolo, è in continua metamorfosi, quanto è cambiata dal sistema precedente a quello successivo?<br />
Sempre Diamanti ci parla di tre sistemi democratici, dalla nascita del governo rappresentativo ad oggi (ma sono sicuro che qualcuno ne saprà elencare di più: dipende sempre dai punti di vista).</p>
<p><strong>a) Democrazia di notabili</strong></p>
<p>In origine la rappresentanza, in contrasto con il potere ereditario, era formata da una elite di notabili (le persone degne di nota): il suffragio era di tipo ristretto e poteva essere eletto in Parlamento chi, a sua volta, aveva diritto al voto (solitamente il 2% della popolazione, i grandi proprietari terrieri). Si evince che secondo questo tipo di sistema il potere di scegliere, oltreché peculiare di una elite, seppur elettiva, era di una sparuta minoranza. E la formula era: un <em>individuo vota un altro individuo</em>.</p>
<p><strong>b) Democrazia dei partiti</strong></p>
<p>Con l’avvento del suffragio universale le classi senza diritto di voto accedettero al potere di scelta, e tale allargamento promosse l’avvento della democrazia dei partiti<strong> </strong>(siamo nel Novecento). Ma l&#8217;allargamento all&#8217;uguaglianza, che certamente fu un miglioramento democratico, di fatto plasmò il sistema di governo. In meglio o in peggio? Mentre prima, come detto, il voto lo si conferiva all’individuo su cui gli elettori fondavano la propria fiducia, ed egli rispondeva unicamente della propria coscienza, nella <em>democrazia dei partiti</em> i cittadini, prim&#8217;ancora che per la persona, votano per un partito, un involucro di diversi individui composto da un unico cervello. In Parlamento, infatti, gli eletti non risponderanno più in base al proprio, individuale giudizio (che può sbagliare quanto errare), ma in base ad una scelta collettiva che, spesso, risponde ad un istinto di sopravvivenza: le decisioni prese tenderanno a non essere di tipo autolesionistico, in grado cioè di compromettere la propria autoconservazione (mi rifaccio, ad esempio, ai voti della casta per salvare dalla giustizia un proprio parlamentare). Ma l’interesse autoconservativo che si somma a quello pubblico, non è forse una degenerazione democratica?</p>
<p><strong>c) Democrazia del pubblico</strong></p>
<p>Oggi, invece, viviamo una nuova metamorfosi del governo rappresentativo: dalla <em>democrazia dei partiti</em>, siamo passati<a href="http://www.liberacritica.it/wp-content/uploads/2012/03/palmiro_togliatti_1-19cca.jpg"><img class="size-full wp-image-1361 alignleft" title="palmiro_togliatti_1-19cca" src="http://www.liberacritica.it/wp-content/uploads/2012/03/palmiro_togliatti_1-19cca.jpg" alt="" width="165" height="210" /></a> alla <em>democrazia del pubblico</em>. Scrive a proposito Diamanti: “Nel nostro tempo i partiti cedono lo spazio alla<em> personalizzazione</em>, attraverso i media e il marketing politico. Si allontanano dalla società e, parallelamente, si <em>leaderizzano</em>, trasformandosi in comitati al servizio di un leader. Ciò ha favorito la costituzione di ‘partiti personali’, plasmati a loro immagine. Come hanno fatto in Italia – ad esempio &#8211; Silvio Berlusconi e Antonio Di Pietro”. La tv e i media, poi, hanno accentuato questa leaderizzazione: dalle piazze la politica si è progressivamente spostata in televisione, con il cittadino che può avvalersi solo di un’azione di tipo passiva (o indiretta), e cioè quella unica di ascoltare il messaggio politico, peraltro senza sapere se ciò che si dice nella scatola nera sia una verità o una falsità. Oggi per conoscere <em>ciò che è</em>, viene imposto un prodotto ben confezionato: è curioso che nella società dei consumi, quale la nostra, anche la politica stia diventando un’offerta per i consumatori.</p>
<p>La sintesi, insomma, è che a presentarsi alle elezioni sono dei capi sostenuti da partiti organizzati intorno a loro, e comunicano con gli elettori attraverso i media, i quali opinano (se hanno la libertà per farlo) per poi indirizzare le decisioni degli ascoltatori. E al cittadino quale potere rimane? L’unico ancora nelle sue mani: <em>la scelta</em>, il voto elettorale, la ics sulla scheda colorata. Anche perché l’opinione (che dovrebbe precedere la decisione) è cosa degli opinionisti.<br />
Resta da chiedersi, sulla scia della teoria di Mastropaolo sin qui analizzata, a quale nuovo stadio andremo incontro, fatto salve tutte le novità mediatiche come Facebook e Twitter che, in fin dei conti, accentuano la personalizzazione dell’individuo. Con la differenza che accentuano, oltreché quella del leader, anche quella dell’uomo comune.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.liberacritica.it/2012/03/21/la-metamorfosi-della-democrazia/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>L&#8217;autunno freddo del capitalismo storico</title>
		<link>http://www.liberacritica.it/2012/03/05/lautunno-freddo-del-capitalismo-storico/</link>
		<comments>http://www.liberacritica.it/2012/03/05/lautunno-freddo-del-capitalismo-storico/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 05 Mar 2012 10:11:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marcello Frigeri</dc:creator>
				<category><![CDATA[FOCUS]]></category>
		<category><![CDATA[capitalismo]]></category>
		<category><![CDATA[storico]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.liberacritica.it/?p=1351</guid>
		<description><![CDATA[Al progredire dell’ennesima crisi economica, si fa sempre più spazio l’idea che la società odierna, per come la conosciamo, abbia raggiunto l’autunno della sua esistenza. Quasi senza accorgercene siamo entrati in una fase storica di transizione dal capitalismo – l’attuale sistema storico che, come tutti i sistemi storici ha avuto un inizio e, di conseguenza, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.liberacritica.it/wp-content/uploads/2012/03/Capitalism1.jpg"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-1352" title="Capitalism1" src="http://www.liberacritica.it/wp-content/uploads/2012/03/Capitalism1-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>Al progredire dell’ennesima crisi economica, si fa sempre più spazio l’idea che la società odierna, per come la conosciamo, abbia raggiunto l’autunno della sua esistenza. Quasi senza accorgercene siamo entrati in una fase storica di transizione dal capitalismo – l’attuale sistema storico che, come tutti i sistemi storici ha avuto un inizio e, di conseguenza, avrà anche una fine – ad un nuovo <em>sistema delle società</em>. Ma la questione, oggi, non è tanto sapere cosa avverrà dopo – prevedere il futuro, diceva Weber, è per demagoghi -, altresì interrogarsi su <em>quanto è stato</em>, e chiedersi <em>com’è stato.<span id="more-1351"></span><br />
</em>La nostra società, cui il sistema storico, come detto, è quello capitalista – l’accumulazione senza fine di capitale -, è stata definita la “società del progresso”, sottintendendo il fatto che nessun altro sistema storico precedente è stato migliore di questo. Infatti, a ben guardare, la teoria del processo evolutivo afferma una cosa ben chiara: il sistema che viene dopo è sempre migliore di quello precedente. Quindi oggi il capitalismo costituirebbe un progresso rispetto al feudalesimo, ed essendo l’ultimo sistema storico della serie, non potrebbe che essere il “migliore dei mondi possibili”. <strong>Ma è davvero così?</strong></p>
<p>Non la possiamo fare soltanto una questione di crisi economica: pur non potendo parlare di “borse” e di “mercati”, di inflazione e di spread, infatti, anche 500 anni fa in Europa erano determinanti le crisi economiche. La differenza è che a causarle non era l’uomo, ma la natura: se per un anno andava male il raccolto perché faceva troppo freddo, o troppo caldo, la popolazione non mangiava, le riserve alimentari scarseggiavano,  e di conseguenza si sviluppavano le crisi sociali. No, la nostra domanda non è rivolta a fattori esterni al nostro sistema storico, ma a quelli interni: come afferma Wallerstein – e come lui diversi altri grandi politologi e storici del nostro tempo – il capitalismo ha millantato, fin dalla sua nascita, migliori condizioni di vita per gli individui, maggior ricchezza collettiva, maggior attenzione per i diritti umani e maggior libertà rispetto ai sistemi storici precedenti – sotto al capitalismo, infatti, si è sviluppata la democrazia, che per dirla alla Wallerstein sarebbe la massimizzazione della partecipazione ai processi decisionali a tutti i livelli sulla base dell’eguaglianza -. Promesse che, tuttavia, non poteva promettere, o quantomeno non a tutti.<br />
Prima dell’avvento del capitalismo il divario tra ricchi e poveri, almeno materialmente, era di gran lunga maggiore rispetto ad oggi, ed il povero – ad esempio il contadino dell’<em>Ancien Regime </em>– viveva in condizioni di vita miserrime, mentre il ricco godeva dello sfarzo della sua incommensurabile ricchezza. Oggi questo squarcio tra ricco e povero pensiamo di averlo appiattito, e di aver diminuito drasticamente la disuguaglianza esistente al tempo del feudalesimo. In parte è vero, ma <strong>fondamentalmente è falso</strong>. Tendiamo infatti a considerare il nostro stile di vita un modello universalmente unico, per cui crediamo che gli agi di cui godiamo siano disponibili e accessibili a tutti. In realtà nel periodo capitalista ciò che abbiamo appiattito, come afferma Wallerstein, è il divario tra l’1% dei ricchi mondiali con il 15% della cosiddetta popolazione del ceto medio. La restante popolazione, l’84%, è stata resa dal capitalismo miserrima, e forse ancor più miserrima di quanto lo fosse il povero dell’<em>Ancien Regime</em>. Il fatto è che, tirando le somme, non consideriamo mai il capitalismo in termini globali, cioè valido per tutto il mondo. In quanto occidentali, viviamo tra quel 15% della popolazione mondiale, e tendiamo a tener presente solamente la nostra condizione di vita. In più il ricco odierno è potenzialmente di gran lunga più ricco del nobile dell’<em>Ancien Regime</em>, per il fatto che la ricchezza, un tempo, si misurava in possedimenti terrieri, mentre oggi in quantità di denaro. E si sa: la terra ha dei limiti fisici, l’accumulazione di denaro no. Dunque è vero che il capitalismo ha offerto maggior ricchezza rispetto ai sistemi passati? In parte sì, ma per la gran parte della popolazione è vero il contrario.</p>
<p>E che dire sul miglioramento delle condizioni di vita dell’uomo? Nell’era premoderna il problema principale <a href="http://www.liberacritica.it/wp-content/uploads/2012/03/capitalismo_fondo-magazine.jpeg"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-1354" title="capitalismo_fondo-magazine" src="http://www.liberacritica.it/wp-content/uploads/2012/03/capitalismo_fondo-magazine-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>dell’umanità era la carestia, dovuta ai cambiamenti climatici che, come detto, annualmente colpivano la produzione di alimenti. Oggi, senza dubbio, i perfezionamenti tecnologici hanno protetto le zone del mondo dai capricci climatici, mentre i collegamenti stradali, navali e aerei hanno permesso agli alimenti di viaggiare più velocemente, di conseguenza di arrivare all’uomo con maggiore quantità e in minor tempo. Ma tuttavia ancora oggi si muore di fame. È incredibile come la Coca cola, infatti, arrivi negli angoli più remoti del mondo, come nei villaggi del Congo, dove ancora la mortalità è alta per mancanza di cibo. Vien da pensare, quasi spontaneamente, che in Africa si muoia di fame da sempre come se il problema, anziché esterno, derivasse da una peculiarità del territorio. Bisognerebbe invece avere il coraggio di dire che il dramma della fame in Africa è reale da quando gli europei lo hanno considerato un territorio depredabile. Il capitalismo ha prima reso miserrimi gli africani per poi tender loro la mano.<br />
Ma poi, anche se nel medio termine le condizioni di vita dell’uomo fossero anche migliorate – considerando solo alcune zone del mondo -, che dire del lungo termine? A quale prezzo? Ad oggi, a quanto so, non siamo del tutto in grado di valutare il danno causato dal disboscamento delle foreste, dalla desertificazione delle savane e dall’inquinamento chimico-biologico, ma è a tutti noto che questi processi saranno un grave problema per l’umanità e la natura nel lungo periodo. Dunque è vero che il capitalismo ha offerto migliori condizioni di vita, ma questo è stato per una residua parte della popolazione mondiale, e comunque nel breve termine.</p>
<p><a href="http://www.liberacritica.it/wp-content/uploads/2012/03/business.jpg"><img class="size-medium wp-image-1356 alignleft" title="business" src="http://www.liberacritica.it/wp-content/uploads/2012/03/business-197x300.jpg" alt="" width="197" height="300" /></a>E che dire dei diritti e delle libertà, da sempre cavalli di battaglia del capitalismo? Siamo nel periodo fiorente della universalizzazione delle libertà, iniziato con la Rivoluzione Francese, cui il capitalismo (mi rifaccio sempre alle parole del sociologo Wallerstein) ha avuto il “merito” di averne promosso l’espansione. A parte che esportare la democrazia con la forza non fa parte, per così dire,  di un gran concetto democratico della questione, e dunque non credo per nulla nella religione dei diritti esportati – ogni Nazione ha il dovere di rifilarsi la storia da se’, senza bisogno dei monopolisti della morale -, ma che pensare, tuttavia, al fatto che i diritti umani siano dolorosamente assenti nelle prassi reali del mondo? Ancora oggi, e soprattutto oggi, si combatte in Occidente per i propri diritti, che tendono ad essere ancora idealizzati e non realizzati, e comunque sia l’impressione è che siano maggiormente riconosciuti in alcune zone del sistema-mondo piuttosto che in altre, quasi come se alcuni non possano beneficiarne (<em>Amnesty International</em> non incontra difficoltà nello stilare lunghi elenchi di violazione di diritti in ogni parte del mondo). L’ipotesi, quasi sotto gli occhi di tutti, è che i diritti sembrano essere sacrosanti soltanto quando a goderne sono le zone centrali del sistema-mondo – ovvero quelle zone in cui il capitalismo si è sviluppato, come l’Occidente -, mentre le zone periferiche – i territori che il capitalismo l’hanno subito -, proprio in quanto tali, non hanno gli stessi diritti. Con ciò, in conclusione, non si vuole far credere che il capitalismo sia il “peggiore dei mondi possibili”: questo sistema storico si è offerto, anche prepotentemente, non a una parte della popolazione-mondo, ma al suo intero sistema, lasciando però a goderne soltanto una residua parte dello stesso.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.liberacritica.it/2012/03/05/lautunno-freddo-del-capitalismo-storico/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Berlusconi il magnifico disse&#8230;</title>
		<link>http://www.liberacritica.it/2012/02/27/berlusconi-il-magnifico-disse/</link>
		<comments>http://www.liberacritica.it/2012/02/27/berlusconi-il-magnifico-disse/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 27 Feb 2012 14:10:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marcello Frigeri</dc:creator>
				<category><![CDATA[POLITICA]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.liberacritica.it/?p=1349</guid>
		<description><![CDATA[Estratto di una intervista di Marcello Foa al Presidente Berlusconi, nda
Dica la verità: ma è davvero Alfano il suo erede? Guardi che ci credono in pochi…
 «Certo che sì. Alfano è stato eletto all’unanimità dal nostro Consiglio. Ha 35 anni meno di me, è autorevole e realizza il cambio di generazione di cui tutta la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Estratto di una intervista di Marcello Foa al Presidente Berlusconi, nda</em></p>
<h2><strong>Dica la verità: ma è davvero Alfano il suo erede? Guardi che ci credono in pochi…</strong></h2>
<p><strong> </strong>«Certo che sì. Alfano è stato eletto all’unanimità dal nostro Consiglio. Ha 35 anni meno di me, è autorevole e realizza il cambio di generazione di cui tutta la politica italiana ha bisogno. E le dirò di più. <strong>Sarebbe ora che anche gli altri politici che siedono in Parlamento da trent’anni</strong>, se davvero credono in ciò che dicono sui giovani e sulla necessità di innovare, facessero un passo indietro. Se qualcuno nel PdL non crede in questo cambiamento, dovrà ricredersi».</p>
<p><em>Disse Berlusconi dopo 20 anni di politica&#8230;</em></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.liberacritica.it/2012/02/27/berlusconi-il-magnifico-disse/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>La tirannia della maggioranza</title>
		<link>http://www.liberacritica.it/2012/02/20/la-tirannia-della-maggioranza/</link>
		<comments>http://www.liberacritica.it/2012/02/20/la-tirannia-della-maggioranza/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 20 Feb 2012 10:09:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marcello Frigeri</dc:creator>
				<category><![CDATA[FOCUS]]></category>
		<category><![CDATA[democrazia]]></category>
		<category><![CDATA[liberalismo]]></category>
		<category><![CDATA[maggioranza]]></category>
		<category><![CDATA[tirannia]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.liberacritica.it/?p=1344</guid>
		<description><![CDATA[Il concetto di “tirannia della maggioranza” è stato fonte di discussione sin dalle origini liberali dell’Europa moderna. Là dove c’è una opinione condivisa dalla maggioranza della società, scrivevano allora i teorici della democrazia, vi sono anche delle opinioni contrarie, e condivise da pochi. Il guaio è che la maggioranza tende a credere che la sua [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.liberacritica.it/wp-content/uploads/2012/02/world-needs-women.jpg"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-1345" title="world needs women" src="http://www.liberacritica.it/wp-content/uploads/2012/02/world-needs-women-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>Il concetto di “tirannia della maggioranza” è stato fonte di discussione sin dalle origini liberali dell’Europa moderna. Là dove c’è una opinione condivisa dalla maggioranza della società, scrivevano allora i teorici della democrazia, vi sono anche delle opinioni contrarie, e condivise da pochi. Il guaio è che la maggioranza tende a credere che la sua sia la verità assoluta, dunque proverà con tutti i mezzi, violenti o civili, a neutralizzare chi la pensa diversamente. <span id="more-1344"></span>“Per me, quando sento la mano del potere appesantirsi sulla mia fronte – scriveva nell’Ottocento Toqueville -, poco m&#8217; importa di sapere chi mi opprime, e non sono maggiormente disposto a infilare la testa sotto il giogo solo perché un milione di braccia me lo porge”. Non è importante, insomma, quanti la pensano diversamente da noi, e come la pensano: fossero anche un milione contro uno, l’importante è non farsi schiacciare dal loro peso. In realtà, a ben guardare, i primi teorici della “tirannia della maggioranza” erano quei democratici liberali che nel suffragio universale vedevano una minaccia: secondo loro, infatti, si sarebbe dato un peso politico ad una maggioranza con interessi ben diversi dal ceto borghese liberale cui appartenevano. Comunque sia c’è del vero, in democrazia bisogna sempre guardarsi dal pensiero comune. Ma è una cosa ovvia: ovunque ci sia una classe dominante, gran parte della morale deriverà dai suoi interessi di classe. Costoro, diceva Stuart Mill, si sono solo preoccupati di indagare cosa la società debba preferire o respingere, tenendo presente, però, le loro esclusive motivazioni. Ma qual è il pretesto attraverso cui la maggioranza si crede sempre nel giusto?<br />
La giustificazione è data da un errore di fondo: che <em>molti</em> la pensano allo stesso modo. Anche se si tratta pur sempre di una preferenza di tanti rispetto ad uno solo, ciò che riteniamo sufficiente per avere ragione è sapere <em>quanti</em> ci danno ragione. Per l’uomo comune la propria preferenza giustificata in questi termini non solo è una ragione perfettamente soddisfacente ma, ci spiega Mill, è l’unica che egli ha per fondare tutte le proprie idee di moralità.</p>
<p>Tuttavia il problema non è solo intrinseco e tutto delle “maggioranze” &#8211; per cui esse sono sempre dispotiche e le minoranze tutte perseguitate &#8211; ma risiede nel concetto di <em>verità assoluta, </em>cioè quella verità che si considera vera <em>oltre ogni ragionevole dubbio</em>. Spesso <em>maggioranza</em> e <em>verità assoluta</em> vivono entrambe con lo stesso cuore, ma anche una qualsiasi minoranza potrebbe pensare di essere incondizionatamente nel giusto. Il guaio, se vogliamo, è che chi è certo della propria verità si possa considerare come il giudice assoluto della verità, e giudice che non ascolta la controparte. Ma esistono verità assolute? Sostenere che il bianco è bianco, è un conto (anche se la filosofia ci parla d’altro), ma sostenere che la democrazia è <em>il migliore dei governi possibili</em>, è tutt’altra cosa. Per ogni argomento con una percentuale sia pur risibile di dubbio non può esserci un’unica verità, e dunque è necessario il dibattito, in questo caso tra chi sostiene la democrazia con <em>tutti gli altri</em>. Dobbiamo perciò guardarci dall’imposizione al silenzio di quelle minoranze che non la pensano come noi, imparando a vincere la loro verità attraverso il dibattito, perché se sicuri di essere nel giusto, sarà limpida la percezione della nostra verità in contrasto con l’errore degli altri; se fossimo nel torto, invece, ci guadagneremmo in conoscenza. Se alla verità, però, ci dovessimo arrivare con la violenza, perderebbe sia la ragione che il torto: alla forza, infatti, ci si piega per necessità e non per volontà. Significa che chi è nel torto continuerà a pensare di essere nel vero, ma per paura dei soprusi altrui farà credere il contrario; chi è nel vero, invece, lo sarà soltanto per un certo periodo di tempo, perché se, come detto, alla verità del prepotente ci si piega per necessità, chi sarà più forte di noi a menar il bastone, un giorno, ci sostituirà nel nostro diritto. Provate ad imporre agli altri la vostra opinione e pensate: se la situazione fosse capovolta, non la trovate una grave ingiustizia?</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.liberacritica.it/2012/02/20/la-tirannia-della-maggioranza/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Siete sempre le solite facce</title>
		<link>http://www.liberacritica.it/2012/02/15/siete-sempre-le-solite-facce/</link>
		<comments>http://www.liberacritica.it/2012/02/15/siete-sempre-le-solite-facce/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 15 Feb 2012 09:25:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marcello Frigeri</dc:creator>
				<category><![CDATA[UN OCCHIO SU PARMA]]></category>
		<category><![CDATA[comune]]></category>
		<category><![CDATA[parma]]></category>
		<category><![CDATA[sindaco]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.liberacritica.it/?p=1341</guid>
		<description><![CDATA[Per usare un paradosso, la tangentopoli parmigiana esplosa lo scorso 24 giugno ha avuto un merito: aver portato all&#8217;attenzione dei cittadini l&#8217;importanza di un controllo democratico sugli eletti e sui nominati. Piazza Garibaldi, da naturale centro di aggregazione di quella che noi tutti chiamiamo la Parma Bene, è diventato il nucleo attivo della protesta. E [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.liberacritica.it/wp-content/uploads/2012/02/prima-249.jpg"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-1342" title="prima 249" src="http://www.liberacritica.it/wp-content/uploads/2012/02/prima-249-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>Per usare un paradosso, la tangentopoli parmigiana esplosa lo scorso 24 giugno ha avuto un merito: aver portato all&#8217;attenzione dei cittadini l&#8217;importanza di un controllo democratico sugli eletti e sui nominati. Piazza Garibaldi, da naturale centro di aggregazione di quella che noi tutti chiamiamo la Parma Bene, è diventato il nucleo attivo della protesta. E sempre in quel caldo periodo di fine giugno i partiti, che ancora si pensa siano l&#8217;essenza della liberaldemocrazia quando invece rappresentano una sua patologia, erano diventati piccoli, piccoli, tanto che persino le bandiere dell&#8217;opposizione sventolate in piazza vennero mal digerite. La protesta, insomma, era dei cittadini e loro soltanto, rivolta contro una classe politica di pessimi amministratori, rea di non aver difeso la città dalla corruzione. <span id="more-1341"></span>La vera forza della protesta, poi, è stata quella di portare un&#8217;aria pulita di democrazia partecipativa che, se vogliamo, rappresenta il concetto fondante  del regime democratico: il controllo sulla classe dirigente &#8211; a Parma non c&#8217;è mai stato, altrimenti non ci troveremmo nella situazione debitoria in cui ci troviamo ora -. Seguirono incontri pubblici, dibattiti sul futuro della città, costituzioni di nuovi comitati, promesse di cambiamento; lo slogan, bene o male, metteva tutti d&#8217;accordo: <em>mai più le solite facce, cambiamo il volto della città</em>.</p>
<p>I politici, impauriti com&#8217;erano di perdere la loro leadership, corsero immediatamente ai ripari: il centrodestra, messo da parte Vignali, indisse un nuovo congresso provinciale; il centrosinistra si preparò alle primarie, ed entrambi gli schieramenti, furbescamente, si posero a cavallo dell&#8217;ira cittadina, usurpandone addirittura lo slogan: il messaggio in questi ultimi mesi di campagna elettorale, infatti, è ancora esplicito per tutti, cambiare il volto di Parma. E il bello, anzi il brutto, è che i parmigiani pare l&#8217;abbiano bevuta. Non che i partiti la loro crisi se la siano lasciata alle spalle &#8211; l&#8217;affluenza alle primarie del centrosinistra è stata tragica -, ma sono stati in grado di riportare in grembo una buona parte degli indignati. E ci sono riusciti, soprattutto, mantenendo al potere le solite facce. Villani, con esilarante verve, all&#8217;indomani dello scandalo giurava:<em> largo ai giovani, facciamoci da parte, la parola d&#8217;ordine sarà rinnovamento</em>. Infatti il coordinatore provinciale del Pdl è un giovin virgulto di nome Paolo Buzzi, due volte vicesindaco (Giunta Ubaldi e Giunta Vignali); vice coordinatore Massimo Moine (non un omonimo, proprio lui, l&#8217;ex coordinatore provinciale). Avvincente il messaggio al congresso pidiellino: &#8220;rinnovamento nella continuità&#8221;, che è un modo simpatico per dire che nulla è cambiato.<br />
Ma se Atene piange, Sparta non ride: dall&#8217;altra parte il Pd, che se non altro con Pagliari ha svolto una snervante quanto fondamentale campagna d&#8217;opposizione in Comune, è riuscito nell&#8217; impresa di candidare alle primare chi in Consiglio non c&#8217;è mai stato. Tra i democratici è successo un po&#8217; come accade in battaglia: al massacro si mandano i pretoriani, mentre la vittoria se la gustano i generali. La vittoria di Bernazzoli alle primarie è poi emblematica: c&#8217;è da chiedersi com&#8217;è che nel panorama politico e culturale del centrosinistra, storicamente fatto di filosofi, docenti universitari, storici e politici di tutto rispetto, gli unici candidati fossero Cantoni, La Pietra, Rossi e Dall&#8217;Olio &#8211; quest&#8217;ultimo l&#8217;unico ad avere, almeno intellettualmente, una spanna sopra gli altri -.</p>
<p>Nemmeno nell&#8217;area moderata e centrista troviamo uno straccio di rinnovamento: da una parte il civico Ghiretti (ex Giunta Vignali) e dall&#8217;altra Maria Teresa Guarnieri, da quindici anni ago della bilancia della volata finale per le comunali, tanto che sia Pd che Pdl non nascondono l&#8217;intenzione di &#8220;dialogarci&#8221;: un 7% di capienza elettorale può sempre far comodo.<br />
Per una estate, soltanto per una corta e calda estate, la città ha davvero avuto in mano la possibilità di spazzare via la vecchia nomenklatura, e se non i partiti, ormai ridotti ad una metastasi democratica, quantomeno i volti vecchi e stravecchi degli stessi. Si è sperato anche in uno scatto d&#8217;orgoglio della base dei partiti &#8211; quei sedicenti giovani che poi, alla fin fine, sono più vecchi dei vecchi -), sarebbe infatti bastato una piccola rivolta interna &#8211; chiamatela come volete, rottamazione o formattazione -.  Invece è accaduto tutt&#8217;altro: i partiti sono riusciti a spazzar via, o quantomeno a contenere, la rabbia generale della città che, un po&#8217; come gli italiani in genere, ha la memoria davvero corta. Così alle prossime elezioni comunali ci ritroveremo a votare quegli stessi politici, o gruppi di partito che, nel bene e nel male, hanno scritto la storia degli ultimi 15 anni del disastro parmigiano, quello del debito stellare (Ciclosi parla di 400 milioni, il Pd di 600 milioni), della corruzione, della cementificazione selvaggia, dei buchi di bilancio (eccetera).</p>
<p>È vero anche che alle prossime elezioni non saremo totalmente in balìa del claudicante sistema partitocratico: si stanno mobilitando infatti Roberta Roberti, leader di Parma Bene Comune, e i grillini, due novità nel panorama ducale. La riflessione, comunque, viene spontanea: se storicamente l&#8217;elettorato del centrodestra è ferreo nelle proprie posizioni e mal digerisce il rinnovamento, tantomeno dal basso &#8211; l&#8217;ultimo congresso del Pdl lo ha confermato -, ne consegue che i movimenti cosiddetti di &#8220;rivolta&#8221; e di &#8220;rivoluzione politica&#8221;, come possono essere il Mov5Stelle, Parma Bene Comune e lo stesso Simone Rossi, attireranno voti unicamente dall&#8217;elettorato del centrosinistra. Il fine ultimo è lo stesso, mandare a casa i soliti politici e stabilire una sorta di democrazia partecipativa, ma inevitabilmente finiranno per mangiarsi i voti tra loro. Questa è da sempre una condanna per Parma e per accidente converso dell&#8217;Italia: lo spezzettamento tra gli ideali dei cittadini fa sì che a guadagnarci siano i soliti: i grandi partiti che si mangiano la nostra democrazia.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.liberacritica.it/2012/02/15/siete-sempre-le-solite-facce/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
	</channel>
</rss>

