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	<title>Libera Critica</title>
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	<description>La disinformazione è il primo potere politico in Italia</description>
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		<title>La tirannia della maggioranza</title>
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		<pubDate>Mon, 20 Feb 2012 10:09:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marcello Frigeri</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il concetto di “tirannia della maggioranza” è stato fonte di discussione sin dalle origini liberali dell’Europa moderna. Là dove c’è una opinione condivisa dalla maggioranza della società, scrivevano allora i teorici della democrazia, vi sono anche delle opinioni contrarie, e condivise da pochi. Il guaio è che la maggioranza tende a credere che la sua [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.liberacritica.it/wp-content/uploads/2012/02/world-needs-women.jpg"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-1345" title="world needs women" src="http://www.liberacritica.it/wp-content/uploads/2012/02/world-needs-women-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>Il concetto di “tirannia della maggioranza” è stato fonte di discussione sin dalle origini liberali dell’Europa moderna. Là dove c’è una opinione condivisa dalla maggioranza della società, scrivevano allora i teorici della democrazia, vi sono anche delle opinioni contrarie, e condivise da pochi. Il guaio è che la maggioranza tende a credere che la sua sia la verità assoluta, dunque proverà con tutti i mezzi, violenti o civili, a neutralizzare chi la pensa diversamente. <span id="more-1344"></span>“Per me, quando sento la mano del potere appesantirsi sulla mia fronte – scriveva nell’Ottocento Toqueville -, poco m&#8217; importa di sapere chi mi opprime, e non sono maggiormente disposto a infilare la testa sotto il giogo solo perché un milione di braccia me lo porge”. Non è importante, insomma, quanti la pensano diversamente da noi, e come la pensano: fossero anche un milione contro uno, l’importante è non farsi schiacciare dal loro peso. In realtà, a ben guardare, i primi teorici della “tirannia della maggioranza” erano quei democratici liberali che nel suffragio universale vedevano una minaccia: secondo loro, infatti, si sarebbe dato un peso politico ad una maggioranza con interessi ben diversi dal ceto borghese liberale cui appartenevano. Comunque sia c’è del vero, in democrazia bisogna sempre guardarsi dal pensiero comune. Ma è una cosa ovvia: ovunque ci sia una classe dominante, gran parte della morale deriverà dai suoi interessi di classe. Costoro, diceva Stuart Mill, si sono solo preoccupati di indagare cosa la società debba preferire o respingere, tenendo presente, però, le loro esclusive motivazioni. Ma qual è il pretesto attraverso cui la maggioranza si crede sempre nel giusto?<br />
La giustificazione è data da un errore di fondo: che <em>molti</em> la pensano allo stesso modo. Anche se si tratta pur sempre di una preferenza di tanti rispetto ad uno solo, ciò che riteniamo sufficiente per avere ragione è sapere <em>quanti</em> ci danno ragione. Per l’uomo comune la propria preferenza giustificata in questi termini non solo è una ragione perfettamente soddisfacente ma, ci spiega Mill, è l’unica che egli ha per fondare tutte le proprie idee di moralità.</p>
<p>Tuttavia il problema non è solo intrinseco e tutto delle “maggioranze” &#8211; per cui esse sono sempre dispotiche e le minoranze tutte perseguitate &#8211; ma risiede nel concetto di <em>verità assoluta, </em>cioè quella verità che si considera vera <em>oltre ogni ragionevole dubbio</em>. Spesso <em>maggioranza</em> e <em>verità assoluta</em> vivono entrambe con lo stesso cuore, ma anche una qualsiasi minoranza potrebbe pensare di essere incondizionatamente nel giusto. Il guaio, se vogliamo, è che chi è certo della propria verità si possa considerare come il giudice assoluto della verità, e giudice che non ascolta la controparte. Ma esistono verità assolute? Sostenere che il bianco è bianco, è un conto (anche se la filosofia ci parla d’altro), ma sostenere che la democrazia è <em>il migliore dei governi possibili</em>, è tutt’altra cosa. Per ogni argomento con una percentuale sia pur risibile di dubbio non può esserci un’unica verità, e dunque è necessario il dibattito, in questo caso tra chi sostiene la democrazia con <em>tutti gli altri</em>. Dobbiamo perciò guardarci dall’imposizione al silenzio di quelle minoranze che non la pensano come noi, imparando a vincere la loro verità attraverso il dibattito, perché se sicuri di essere nel giusto, sarà limpida la percezione della nostra verità in contrasto con l’errore degli altri; se fossimo nel torto, invece, ci guadagneremmo in conoscenza. Se alla verità, però, ci dovessimo arrivare con la violenza, perderebbe sia la ragione che il torto: alla forza, infatti, ci si piega per necessità e non per volontà. Significa che chi è nel torto continuerà a pensare di essere nel vero, ma per paura dei soprusi altrui farà credere il contrario; chi è nel vero, invece, lo sarà soltanto per un certo periodo di tempo, perché se, come detto, alla verità del prepotente ci si piega per necessità, chi sarà più forte di noi a menar il bastone, un giorno, ci sostituirà nel nostro diritto. Provate ad imporre agli altri la vostra opinione e pensate: se la situazione fosse capovolta, non la trovate una grave ingiustizia?</p>
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		<title>Siete sempre le solite facce</title>
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		<pubDate>Wed, 15 Feb 2012 09:25:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marcello Frigeri</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Per usare un paradosso, la tangentopoli parmigiana esplosa lo scorso 24 giugno ha avuto un merito: aver portato all&#8217;attenzione dei cittadini l&#8217;importanza di un controllo democratico sugli eletti e sui nominati. Piazza Garibaldi, da naturale centro di aggregazione di quella che noi tutti chiamiamo la Parma Bene, è diventato il nucleo attivo della protesta. E [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.liberacritica.it/wp-content/uploads/2012/02/prima-249.jpg"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-1342" title="prima 249" src="http://www.liberacritica.it/wp-content/uploads/2012/02/prima-249-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>Per usare un paradosso, la tangentopoli parmigiana esplosa lo scorso 24 giugno ha avuto un merito: aver portato all&#8217;attenzione dei cittadini l&#8217;importanza di un controllo democratico sugli eletti e sui nominati. Piazza Garibaldi, da naturale centro di aggregazione di quella che noi tutti chiamiamo la Parma Bene, è diventato il nucleo attivo della protesta. E sempre in quel caldo periodo di fine giugno i partiti, che ancora si pensa siano l&#8217;essenza della liberaldemocrazia quando invece rappresentano una sua patologia, erano diventati piccoli, piccoli, tanto che persino le bandiere dell&#8217;opposizione sventolate in piazza vennero mal digerite. La protesta, insomma, era dei cittadini e loro soltanto, rivolta contro una classe politica di pessimi amministratori, rea di non aver difeso la città dalla corruzione. <span id="more-1341"></span>La vera forza della protesta, poi, è stata quella di portare un&#8217;aria pulita di democrazia partecipativa che, se vogliamo, rappresenta il concetto fondante  del regime democratico: il controllo sulla classe dirigente &#8211; a Parma non c&#8217;è mai stato, altrimenti non ci troveremmo nella situazione debitoria in cui ci troviamo ora -. Seguirono incontri pubblici, dibattiti sul futuro della città, costituzioni di nuovi comitati, promesse di cambiamento; lo slogan, bene o male, metteva tutti d&#8217;accordo: <em>mai più le solite facce, cambiamo il volto della città</em>.</p>
<p>I politici, impauriti com&#8217;erano di perdere la loro leadership, corsero immediatamente ai ripari: il centrodestra, messo da parte Vignali, indisse un nuovo congresso provinciale; il centrosinistra si preparò alle primarie, ed entrambi gli schieramenti, furbescamente, si posero a cavallo dell&#8217;ira cittadina, usurpandone addirittura lo slogan: il messaggio in questi ultimi mesi di campagna elettorale, infatti, è ancora esplicito per tutti, cambiare il volto di Parma. E il bello, anzi il brutto, è che i parmigiani pare l&#8217;abbiano bevuta. Non che i partiti la loro crisi se la siano lasciata alle spalle &#8211; l&#8217;affluenza alle primarie del centrosinistra è stata tragica -, ma sono stati in grado di riportare in grembo una buona parte degli indignati. E ci sono riusciti, soprattutto, mantenendo al potere le solite facce. Villani, con esilarante verve, all&#8217;indomani dello scandalo giurava:<em> largo ai giovani, facciamoci da parte, la parola d&#8217;ordine sarà rinnovamento</em>. Infatti il coordinatore provinciale del Pdl è un giovin virgulto di nome Paolo Buzzi, due volte vicesindaco (Giunta Ubaldi e Giunta Vignali); vice coordinatore Massimo Moine (non un omonimo, proprio lui, l&#8217;ex coordinatore provinciale). Avvincente il messaggio al congresso pidiellino: &#8220;rinnovamento nella continuità&#8221;, che è un modo simpatico per dire che nulla è cambiato.<br />
Ma se Atene piange, Sparta non ride: dall&#8217;altra parte il Pd, che se non altro con Pagliari ha svolto una snervante quanto fondamentale campagna d&#8217;opposizione in Comune, è riuscito nell&#8217; impresa di candidare alle primare chi in Consiglio non c&#8217;è mai stato. Tra i democratici è successo un po&#8217; come accade in battaglia: al massacro si mandano i pretoriani, mentre la vittoria se la gustano i generali. La vittoria di Bernazzoli alle primarie è poi emblematica: c&#8217;è da chiedersi com&#8217;è che nel panorama politico e culturale del centrosinistra, storicamente fatto di filosofi, docenti universitari, storici e politici di tutto rispetto, gli unici candidati fossero Cantoni, La Pietra, Rossi e Dall&#8217;Olio &#8211; quest&#8217;ultimo l&#8217;unico ad avere, almeno intellettualmente, una spanna sopra gli altri -.</p>
<p>Nemmeno nell&#8217;area moderata e centrista troviamo uno straccio di rinnovamento: da una parte il civico Ghiretti (ex Giunta Vignali) e dall&#8217;altra Maria Teresa Guarnieri, da quindici anni ago della bilancia della volata finale per le comunali, tanto che sia Pd che Pdl non nascondono l&#8217;intenzione di &#8220;dialogarci&#8221;: un 7% di capienza elettorale può sempre far comodo.<br />
Per una estate, soltanto per una corta e calda estate, la città ha davvero avuto in mano la possibilità di spazzare via la vecchia nomenklatura, e se non i partiti, ormai ridotti ad una metastasi democratica, quantomeno i volti vecchi e stravecchi degli stessi. Si è sperato anche in uno scatto d&#8217;orgoglio della base dei partiti &#8211; quei sedicenti giovani che poi, alla fin fine, sono più vecchi dei vecchi -), sarebbe infatti bastato una piccola rivolta interna &#8211; chiamatela come volete, rottamazione o formattazione -.  Invece è accaduto tutt&#8217;altro: i partiti sono riusciti a spazzar via, o quantomeno a contenere, la rabbia generale della città che, un po&#8217; come gli italiani in genere, ha la memoria davvero corta. Così alle prossime elezioni comunali ci ritroveremo a votare quegli stessi politici, o gruppi di partito che, nel bene e nel male, hanno scritto la storia degli ultimi 15 anni del disastro parmigiano, quello del debito stellare (Ciclosi parla di 400 milioni, il Pd di 600 milioni), della corruzione, della cementificazione selvaggia, dei buchi di bilancio (eccetera).</p>
<p>È vero anche che alle prossime elezioni non saremo totalmente in balìa del claudicante sistema partitocratico: si stanno mobilitando infatti Roberta Roberti, leader di Parma Bene Comune, e i grillini, due novità nel panorama ducale. La riflessione, comunque, viene spontanea: se storicamente l&#8217;elettorato del centrodestra è ferreo nelle proprie posizioni e mal digerisce il rinnovamento, tantomeno dal basso &#8211; l&#8217;ultimo congresso del Pdl lo ha confermato -, ne consegue che i movimenti cosiddetti di &#8220;rivolta&#8221; e di &#8220;rivoluzione politica&#8221;, come possono essere il Mov5Stelle, Parma Bene Comune e lo stesso Simone Rossi, attireranno voti unicamente dall&#8217;elettorato del centrosinistra. Il fine ultimo è lo stesso, mandare a casa i soliti politici e stabilire una sorta di democrazia partecipativa, ma inevitabilmente finiranno per mangiarsi i voti tra loro. Questa è da sempre una condanna per Parma e per accidente converso dell&#8217;Italia: lo spezzettamento tra gli ideali dei cittadini fa sì che a guadagnarci siano i soliti: i grandi partiti che si mangiano la nostra democrazia.</p>
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		<title>Il comunismo alle elezioni di Parma</title>
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		<pubDate>Fri, 10 Feb 2012 13:10:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marcello Frigeri</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Mi fa un certo effetto leggere il messaggio con cui Liliana Spaggiari (partito comunista dei lavoratori) di fatto si candida a sindaco. Fa un certo effetto perché, oltre ad elencare le varie battaglie che i comunisti-lavoratori si sono prefissati per il domani, rispetto al messaggio degli altri partiti in lizza aggiunge un particolare non indifferente, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.liberacritica.it/wp-content/uploads/2012/02/xs-289x300.jpg"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-1336" title="xs-289x300" src="http://www.liberacritica.it/wp-content/uploads/2012/02/xs-289x300-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>Mi fa un certo effetto leggere il messaggio con cui Liliana Spaggiari (partito comunista dei lavoratori) di fatto si candida a sindaco. Fa un certo effetto perché, oltre ad elencare le varie battaglie che i comunisti-lavoratori si sono prefissati per il domani, rispetto al messaggio degli altri partiti in lizza aggiunge un particolare non indifferente, che se vogliamo è il paradigma della sua lotta: <em>Ci battiamo per il potere reale dei lavoratori e delle lavoratrici</em>, quasi a significare che la linea di comando, cioè la decisione sulle questioni politiche, debba passare nelle mani dei lavoratori. Da una oligarchia dall&#8217;alto, com&#8217;è di fatto oggi la democrazia, ci si sposta ad una oclocrazia dal basso. <span id="more-1335"></span>Tra l&#8217;altro, ragionandoci sopra, il messaggio della Spaggiari non differisce per nulla dal classico <strong>leit motiv marxista</strong>: il socialismo degli ultimi dell&#8217;Ottocento si è sempre prefissato la lotta delle <strong>classi </strong>come lotta del proletariato contro il capitalismo. Ma una classe, pur essendo un raggruppamento omogeneo di individui come lo può essere un partito, se ne distingue totalmente, perché mentre un partito tende a far convergere gli interessi particolari della sua setta con quelli generali di una società, la classe è un particolare puro e semplice. Come afferma giustamente <strong>De Ruggiero</strong>: &#8220;L’idea del partito è compreso nell’idea di un compito statale, da  attuare a servizio dell’intera comunità. Tanto è vero che un partito,  giunto al potere, <strong>non governa per se’ ma per tutti</strong>&#8220;. Un partito al potere, pur con tutte le sue degenerazioni democratiche, è il trionfo di una corrente politica; una classe al potere, invece, è il <strong>trionfo di un gruppo a danno di un altro</strong>. Non che la lotta di classe non esista, ma la Spaggiari, in sostanza, attraverso quelle parole <strong>confonde la società con lo Stato</strong>.</p>
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		<title>Lavoro e posto fisso, sterco del demonio</title>
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		<pubDate>Mon, 06 Feb 2012 16:35:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marcello Frigeri</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Anche per l&#8217;epoca medievale, specialmente per il periodo Basso, gli storici  hanno parlato di una società capitalista che, comunque sia, nonostante  il termine, aveva regole e storia totalmente differenti dalla nostra:  rispetto all’epoca moderna conservava una sorta di identità umana che  oggi pare abbiamo perduto.  Può essere arbitrario, ora, mettere sullo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.liberacritica.it/wp-content/uploads/2012/02/mercantilismo1.jpg"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-1325" title="mercantilismo" src="http://www.liberacritica.it/wp-content/uploads/2012/02/mercantilismo1-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>Anche per l&#8217;epoca medievale, specialmente per il periodo Basso, gli storici  hanno parlato di una società capitalista che, comunque sia, nonostante  il termine, aveva regole e storia totalmente differenti dalla nostra:  rispetto all’epoca moderna conservava una sorta di<em> <strong>identità umana</strong> </em>che  oggi pare abbiamo perduto.  Può essere arbitrario, ora, mettere sullo  stesso piano quello che era il mercante che fruttava il proprio  “capitale”, con il padrone di una bottega che lo utilizzava per  acquistare del tessuto, e il contadino, che lavorava le proprie terre  pagando qualche contributo allo Stato. <span id="more-1324"></span>Ma  guardando da più vicino queste tre classi possiamo dire di loro la  stessa cosa: tutti possedevano un bene che avevano comprato o ereditato,  e <strong>non dovevano render conto a nessuno</strong>, ne’ a padroni sotto cui  lavorare, ne’ a signori che concedevano loro un manso. In estrema  sintesi erano imprenditori di se’ stessi, e quando le cose andavano  male, o andavano bene, <strong>tutto era causa loro</strong>. Non essendo dei salariati  non erano sotto la tutela delle garanzie che oggi proteggono i  lavoratori con il posto fisso. Ma questo era il doppio volto del  mestiere: la libertà nel mondo del lavoro equivaleva al rischio di  mettersi in gioco: ma certo, e forse anche per questo, si sentivano  uomini liberi, e non alla stregua di ingranaggi o macchine di una catena  di montaggio come ben si può identificare l’operaio moderno, oggetto  della ricchezza del datore di lavoro (e non soggetto lui stesso),  programmato per  spaccarsi le ossa 40 anni della propria vita.</p>
<p><strong>Non che la fatica non esistesse al tempo</strong>, anzi, forse era ben più  devastante di oggi, ma un lavoro faticoso, almeno sul piano morale, era  considerato abietto. Si trattava della punizione inflitta dal Creatore, e  coloro che lavoravano a vantaggio di altri – perché esistevano anche  queste categorie -, erano considerati esseri asserviti, umiliati dal  loro stesso contesto: “uomini spregevoli”, afferma addirittura Fossier  nel suo <em>Il lavoro nel Medioevo</em>. Ancor prima, in epoca greca, l’occupazione normale del cittadino non era il lavoro, ma <strong><em>il tempo libero</em></strong>:  il commercio e l’usura (mestieri che avevano a che fare con il denaro)  venivano sì esercitate, ma erano attività inconfessabili e  disprezzabili.</p>
<p><span style="color: #ff0000;"><strong>L’ideologia economica</strong></span> nella quale siamo sommersi ci ha  invece abituati a credere che ogni società, passata o presente, abbia  avuto una vita economica e ricorre al lavoro per sopravvivere. Ma è  naturalmente una menzogna, a meno di ammettere che anche gli animali,  i  quali hanno necessità di sopravvivenza, abbiano una vita economica e  laboriosa.<br />
Oggi tutto è ribaltato: <strong>il lavoro è diventato un diritto</strong>. Quello che al  tempo era più vicino ad una punizione che altro, in epoca moderna è  necessario per vivere. A cambiare è stato il contesto storico che,  volendo usare una forzatura crudele, è arrivato da un’invenzione della  borghesia: per screditare l’aristocrazia,  intorno al XVI e al XVII, si  utilizzò una propaganda lavorista del  tipo:<em> chi non lavora non  mangi</em>a. Con questa ideologia siamo passati, in estrema sintesi,  dall’immaginario dell’uomo libero che vive del frutto delle sue abilità  al salariato della fabbrica, che per vivere è asservito completamente al  lavoro. Il <strong><em>posto fisso</em></strong>, che nessuno oggi vuole toccare, è il paradigma di questa nuova ideologia.</p>
<p>Non che in epoca medievale – specialmente in quella Alta – i  salariati con il posto fisso non siano esistiti. Esisteva tuttavia un  fattore umano tra datore e salariato che oggi non si trova: il legame,  infatti, era di tipo affettivo. Spesso il garzone divideva il pane con  il padrone, che offriva addirittura l’alloggio situato sopra la propria  bottega; il chierico accettava gli inviti a cena che gli giungevano dai  genitori dei suoi allievi; il mugnaio prendeva posto a sedere nella  stessa tavola del padrone del mulino. E così via. In epoca moderna  l’operaio di fabbrica, o il dipendente in azienda – soprattutto quando  questa è di grandi dimensioni – non ha nessun legame con il datore se  non quello di iniziare e chiudere il lavoro come da contratto.<br />
Tolta ogni tipo di unità umana con il proprio capo, il lavoratore viene  letto come mezzo per la produzione, oggetto della crescita dell’azienda  stessa. Null’altro.</p>
<p>Il meccanismo ci darà pur da vivere, <strong>ma a quale prezzo?</strong> Osservate con  occhio riflessivo le strade principali di ogni città allo scoccare  delle 7.30 del mattino. Quello che vedrete sono code chilometriche di  macchine borbottanti, e in fila l’una all’altra, sotto il grigiore del  periodo invernale – avvolte dal fumo tossico dello scarico -, tutte a  rappresentare una processione meccanica simile a quella di un’enorme e  noiosa catena di montaggio: è l’alba di ogni giorno lavorativo.  Considerando sempre una generalizzazione che ha bisogno di essere  studiata nel dettaglio, possiamo dire che oggi stiamo pagando le  conseguenze di questo processo storico. Il problema, però, è nel cuore  del sistema: mi ha sempre fatto effetto celebrare l’1 maggio come festa  del lavoro. Siamo penetrati così tanto nel meccanismo da naturalizzare  ciò che una volta era considerata una pena. Da perfetti masochisti  autocelebriamo il giorno della nostra schiavitù.</p>
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		<title>Perché sostengo la ragione illuminista</title>
		<link>http://www.liberacritica.it/2012/02/01/perche-sostengo-la-ragione-illuminista/</link>
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		<pubDate>Wed, 01 Feb 2012 10:30:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marcello Frigeri</dc:creator>
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		<category><![CDATA[democrazia]]></category>
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		<description><![CDATA[di Michele Trancossi per Libera Critica
Da molte parti si attaccano le idee illuministiche, con motivazioni  in parte condivisibili ma in parte lontanissime da una reale distinzione  tra le idee e quanto realizzato. Non ho certo la  presunzione di  ergermi a difensore delle idee illuministiche, ma semplicemente di  analizzare le critiche [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Michele Trancossi</strong> per Libera Critica</p>
<p>Da molte parti si attaccano le idee illuministiche, con motivazioni  in parte condivisibili ma in parte lontanissime da una reale distinzione  tra le idee e quanto realizzato. Non ho certo la  presunzione di  ergermi a difensore delle idee illuministiche, ma semplicemente di  analizzare le critiche distinguendo tra la teoria e la prassi.<span id="more-1303"></span></p>
<p>Il primo punto su cui muovono le critiche è legato al fatto che le  idee illuministiche siano monolitiche ed abbiano la pretesa di ergersi a  pensiero unico. L’illuminismo al contrario di molti altri modelli di  pensiero e delle ideologie che tanto male hanno fatto, non ha un modello  etico, sociale ed economico unitario, ma solo una base di valori  comuni, riassunti nella triade che rappresenta i valori della  rivoluzione francese: libertà, uguaglianza e fratellanza.<br />
Partendo proprio da questa triade possiamo analizzare i valori universali che sono la guida dell’illuminismo.</p>
<p>Il primo termine, libertà, assume per sua stessa natura differenti  significati, o meglio si contraddistingue per ambiti, a seconda della  preposizione seguente:<br />
-    liberta da: significa che ogni essere umano possa liberarsi dalle costrizioni e dall’oppressione di qualsiasi natura;<br />
-    libertà di: estende il concetto di libertà all’azione individuale e  si lega indissolubilmente alla possibilità pensare, parlare,  esprimersi, agire ed associarsi in modo arbitrario, fissando vome unico  vincolo quello che scaturisce dal non limitare la libertà altrui;<br />
-    libertà per: costituisce un’ulteriore ampliamento del concetto di  libertà, che si riferisce ad un fine, che costituisce l’obiettivo cui la  libertà stessa, come ad esempio la costruzione di qualcosa, la  realizzazione personale, ecc…</p>
<p>In riferimento alla libertà si definisce la natura stessa dello  stato, che non è (almeno, non dovrebbe essere) uno Stato teocratico,  aristocratico, etico o oligarchico, ma solo il frutto di una libera e  personale accettazione ad una limitazione delle libertà personali in  nome del perseguimento di un bene comune e a cui i cittadini, nel caso  che esso non ottemperi a questo proprio ruolo possono e devono  ribellarsi.</p>
<p>Il secondo termine, uguaglianza è direttamente collegato al limite  stesso della libertà, come principio da cui scaturiscono tutte le  libertà individuali e come fine cui la libertà dovrebbe tendere. La  libertà per tutti è infatti garantita solo nella misura in cui tutti gli  uomini sono uguali. In particolare l’uguaglianza assume un significato  del tutto speciale in riferimento allo Stato e alle sue funzioni, in  quanto di fronte ad esso tutti i cittadini hanno lo stesso uguale valore  e la stessa dignità.</p>
<p>Lo stato in particolare, fondato sulla libertà dei cittadini, ha il  dovere di difendere la libertà di tutti i cittadini, mentre tutti i  cittadini liberi hanno il dovere di difendere lo stato, a condizioni che  esso persegua gli obiettivi costituzionali, che costituiscono la base  del contratto tra cittadini e stato.</p>
<p>Infine il tanto vituperato termine fratellanza, che si esplica nella  solidarietà civile e umana tra i cittadini, che diventano appunto  fratelli, in quanto capaci di assistersi, aiutarsi reciprocamente nel  bisogno, cementando da un lato le istituzioni elementari e statali, e  garantendo a tutti la libertà dal bisogno, che costituisce il fondamento  vero di qualsiasi libertà.</p>
<p>Qualsiasi modello sociale e statuale cche non sia fedele a questi  principi non può essere definito nè liberale, nè tantomeno  illuministico.  Questo è infinitamente più vero nel caso di uno Stato  corporativo e illiberale come appunto quello italiano…</p>
<p>In particolare, come ci ricordano da un lato Lafayette e Washington,  Gobetti e Saint Just, la cultura liberale non è necessariamente moderata  e “borghese”, ma semmai riesce a divenire, quando le circostanze  storiche lo richiedono, rivoluzionaria. Sempre comunque capace di  adattarsi e modificarsi inquadrando, seppur in ritardo, a causa delle  inevitabili resistenze, i bisogni degli uomini che si evolvono nel  tempo.</p>
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		<title>Ecco perché il nostro non è &#8220;il migliore dei mondi possibili&#8221;</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Jan 2012 13:23:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marcello Frigeri</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.liberacritica.it/wp-content/uploads/2012/01/morte.jpg"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-1301" title="morte" src="http://www.liberacritica.it/wp-content/uploads/2012/01/morte-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>L&#8217;Occidente, più o meno dal &#8216;500 &#8211; ma nella seconda metà del &#8216;900 con  più insistente nevrosi &#8211; si è imposto un compito ben preciso come fosse una missione sacra: occidentalizzare il resto del mondo, con la convizione che la propria società sia a tutti gli effetti &#8220;il migliore dei mondi possibili&#8221;. La storia, tuttavia, ci insegna che ogni civiltà, dall&#8217;ellenica alla romana, dall&#8217;egiziana alla mesopotamica, si è sempre creduta un &#8220;vaso d&#8217;elezione&#8221;: l&#8217;uomo tende a far coincidere l&#8217;universo con il proprio modello etico, considerando la sua verità la più giusta. <span id="more-1300"></span>Ma mentre le altre civiltà, passate o presenti, non sono andate oltre il ritenersi le più grandi della loro epoca, noi occidentali siamo convinti che quanto abbiamo fatto negli ultimi secoli sia qualcosa di incomparabile, dunque non solo ci riteniamo i migliori, ma imponiamo il nostro modello al resto del mondo. Pretendiamo di inculcare, in estrema sintesi, il sistema liberal-capitalista a popoli la cui cultura &#8211; che sia tribale o di stampo medievalista o naturalista non importa &#8211; è lontana a noi migliaia di anni luce, sia per storia che per tradizione, contaminandole e, di conseguenza, cancellandole dalla faccia della terra. Il problema è che considerando l&#8217;universo occidentale una &#8220;creazione perfetta&#8221;, non lo si metterà mai in discussione, pur sapendo tuttavia che niente di ciò che crea l&#8217;uomo è perfetto. E non mettendo in discussione la nostra cultura ed il suo stile di vita, essa non progredirà e anzi, la condanneremo al ristagnamento.</p>
<p>Ciò che critico oggi è  il fondamento principe della cultura occidentale:<strong> la ragione illuminista</strong> che, come spiega il termine stesso, ha uno scopo ben preciso: rischiarare tutto ciò che all&#8217;uomo non è chiaro; si tratta dunque di sondare e vivisezionare la realtà che ci circonda, per comprendere ogni singolo mistero di questa terra e oltre &#8211; dall&#8217;astronomia alla medicina, dalla natura al modus operandi dell&#8217;individuo stesso -. Nulla, insomma, deve avere angoli d&#8217;ombra, perché la ragione è spinta da un desiderio insaziabile di conoscenza.</p>
<p>Ma la sete illuminista del sapere a tutti i costi ci ha tolto il sapore della filosofia, portandoci ad essere più calcolatori e più razionali ma meno filosofi, più materialisti ma meno sognatori. Galileo, che nel &#8216;600 è diventato il padre della scienza moderna, di fatto ha contribuito all&#8217;obbiettivo illuminista di spostare il campo visivo dell&#8217;uomo dalla <strong><em>filosofia delle cose</em></strong> alla <strong><em>scienza delle cose</em></strong>. Ma togliendo il chiaroscuro alla vita, si toglie anche il sogno e il dubbio. Il problema, però, è ben più grande: la ragione umana pretende di portare l&#8217;uomo alla conoscenza assoluta senza però poterla realmente raggiungere. Così quando arriveremo ad illuminare l&#8217;ultimo angolo remoto della nostra stanza, scopriremo che ci saranno altre stanze da far brillare, e così via, fino all&#8217;infinito. L&#8217;uomo occidentale, per questo, è un individuo frustrato perché ossessionato dal desiderio di agguantare la perfezione, cioè Dio, che in questo caso si personifica nella sapienza oltre ogni confine. Ma una volta avvicinatosi all&#8217;Onnipotente esso sfugge, generando una rincorsa che non avrà mai termine. I greci, ben si guardavano da questo &#8220;traguardo&#8221;, avendo nella loro etica <em>il senso del limite</em>. Noi, invece, questo senso lo abbiamo completamente perduto.<br />
Ma poi, anche fosse, illuminando una stanza intera e ogni suo remoto angolo, cosa ci resterà ancora da fare se non tirarci un colpo di pistola?</p>
<p><strong>L&#8217;illuminismo</strong> che tutto deve rischiarare e niente deve lasciare al buio ci ha portato ad essere fortemente individualisti: chi è materialista, infatti, <strong>penserà più a se&#8217; stesso</strong> che alla propria comunità. Senza rendercene conto, infatti, siamo tutti scienziati alla ricerca dell&#8217;elisir del perenne benessere. Oggi lo spazio della nostra vita lo dedichiamo ad un unico scopo: <strong>la ricerca della felicità e dello star bene</strong>. Così ragionando abbiamo in pratica aperto le porte della nostra essenza all&#8217;interesse personale, all&#8217;egoismo e al bisogno di concorrenza. E cos&#8217;è che può minare questa ricerca infinita? Solo un ostacolo: la morte. Mentre alcune culture la considerano una seconda vita, l&#8217;uomo occidentale ne è terrorizzato, tanto che non la nomina mai &#8211; nelle ultime pagine dei giornali scriviamo &#8220;ci ha lasciato&#8221;, &#8220;è venuto a mancare&#8221;, &#8220;ne ricordano la dipartita&#8221; -, e anzi la si tiene il più lontano possibile dalla realtà &#8211; i cimiteri vengono costruiti sempre nelle periferie delle città -.</p>
<p>Tutto ciò che è male, insomma,<strong> allontana il nostro pensiero dalla felicità e lo avvicina alla morte</strong>. Dunque l&#8217;obiettivo principale è fuggire dalla morte per raggiungere, o quantomeno avvicinare, la felicità. E qui l&#8217;illuminismo ha contribuito allo strappo più grande con le altre civiltà: così razionali e materialisti, in nome della ragione, siamo arrivati ad identificare il denaro, che rappresenta invece il materialismo più becero, con la felicità stessa. In un&#8217;epoca come la nostra, industrial-liberista, infatti, il denaro non è più un mezzo utilizzato per scambiare materie prime &#8211; indumenti o alimenti -, ma da mezzo secondario è diventato il nostro ideale obiettivo. Oggi il denaro ha più diritti dell&#8217;uomo proprio perché lo riteniamo l&#8217;essenza della nostra felicità. In un Occidente privo di valori, l&#8217;unico ad averne è proprio il denaro, che in epoche passate è sempre stato considerato un oggetto cui l&#8217;unica essenza era quella del mero scambio. In un tempo non troppo lontano i privilegiati erano coloro che non lavoravano e che vivevano nell&#8217;ozio, proprio perché il lavoro era considerato una pena. Oggi tutto è ribaltato: il lavoro, come azione che genera denaro, è alla base della nostra società, e chi non lavora è considerato un reietto o uno scarto. Nessuno, in quest&#8217;epoca, potrà mai vivere senza generare denaro.</p>
<p>Perché, poi, dico che ha più diritti dell&#8217;uomo? Basta guardare ciò che succede sotto i nostri occhi: il capitale può cercare la sua collocazione geografica là dove è meglio remunerato &#8211; Marchionne, ad esempio, vuole spostare la Fiat dall&#8217;Italia all&#8217;America -, mentre gli uomini, che si trasformano in immigrati per andare alla caccia dei paesi in cui circola maggior denaro, e che spesso proprio da quel capitale sono stati resi dei miserabili, no, non avrebbero questo diritto. Allora la domanda sorge spontanea: siamo proprio sicuri che l&#8217;Occidente, terra del liberalismo e dell&#8217;illuminismo, sia il &#8220;migliore dei mondi possibili?&#8221;.</p>
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		<title>Il mito ossessivo della crescita</title>
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		<pubDate>Wed, 04 Jan 2012 12:51:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marcello Frigeri</dc:creator>
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L’accumulazione di denaro, inteso come principio del benessere, aiuta i vincenti a dimenticare la morte, ma la morte di milioni di perdenti sta lì a ricordare ogni momento la vanità dell’operazione.
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.liberacritica.it/wp-content/uploads/2012/01/usurai_quentin_metsys.jpg"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-1288" title="usurai_quentin_metsys" src="http://www.liberacritica.it/wp-content/uploads/2012/01/usurai_quentin_metsys-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a></p>
<p><em>L’accumulazione di denaro, inteso come principio del benessere, aiuta i vincenti a dimenticare la morte, ma la morte di milioni di perdenti sta lì a ricordare ogni momento la vanità dell’operazione.</em></p>
<p>L&#8217;uomo, dalla Rivoluzione francese a questa parte, ha in mente un mondo in cui l&#8217;uguaglianza deve essere, obbligatoriamente, il valore più alto. Percorre da secoli una strada che lui stesso ha costruito, giorno dopo giorno, e che dovrebbe condurre all&#8217;uguaglianza totale in diritti e opportunità. Eppure oggi un amministratore delegato guadagna 1000 volte quello che percepisce un operaio. Se è l&#8217;uguaglianza che cerchiamo, allora abbiamo imboccato il percorso inverso. <span id="more-1287"></span>Stiamo correndo all&#8217;impazzata verso una fine che noi stessi ci siamo creati, con le nostre mani, fondando la nostra società sul mito dell&#8217;interesse, della crescita e del denaro, e forse l&#8217;ultima crisi economica non sarà il tramonto del capitalismo, ma è la dimostrazione che c&#8217;è qualcosa di dannatamente perverso in tutto questo. Il mito della ricchezza è da tempo immemore una fissa dell&#8217;uomo, ma soltanto negli ultimi secoli, quello dei Lumi e della Rivoluzione industriale poi, ha finito col renderci oggetto della ricchezza, e non il soggetto. Prima era l&#8217;economia che girava attorno all&#8217;uomo, il quale ricopriva un valore centrale nell&#8217;universo, oggi è l&#8217;uomo, privo di valore, a girare intorno all&#8217;economia, la quale riveste l&#8217;essenza centrale del nostro universo. L&#8217;unico senso, l&#8217;unico valore umano nell&#8217;Occidente capitalista, ma che di umano non ha nulla, è fare sempre più denaro, o fare denaro col denaro, senza limiti e all&#8217;estremo, tanto che oggi l&#8217;individuo ha perso il suo status e viene chiamato <em>consumatore</em>. Siamo tutti consumatori: l&#8217;oggetto senza valore della crescita economica.</p>
<p>Vivendo in una società che fa dell&#8217;interesse, dello spread e della borsa l&#8217;unica essenza, abbiamo dimenticato che le società preindustriali avevano una certa riluttanza per il denaro e anzi, gli conferivano il valore per il quale fu ideato: quello dello scambio. Un tempo non troppo lontano, infatti, la combinazione era <strong>MERCE -DENARO &#8211; MERCE</strong>, dove la merce &#8211; come il pane o un indumento -, era il valore primario, quello per cui aveva un senso vivere, mentre il denaro serviva per lo scambio; oggi tutto è ribaltato: la combinazione è <strong>DENARO &#8211; MERCE &#8211; DENARO</strong>, dove il denaro è il bene primario da accumulare, mentre la merce non ha più un valore, e anzi è il mezzo che ci porta alla ricchezza. Ma in un mondo spoglio di valori, in cui l&#8217;unico fine è quello della crescita economica, va da se&#8217; che il lavoro, come azione che genera denaro, ha assunto un aspetto fondamentale della vita. Chi oggi non lavora è un parassita della società, un reietto, un fannullone, un perditempo, tanto che pure la nostra Costituzione definisce l&#8217;Italia una &#8220;Repubblica fondata sul lavoro&#8221;. Così tanto ciechi e sicuri del nostro sistema, siamo abituati a credere che tutte le società hanno una vita economica e sono costrette al lavoro per sopravvivere. <strong>Ma non è così</strong>.</p>
<p>Nelle società primitive tutto è <strong>magico e sacro</strong>. Di conseguenza il lavoro, attività profana che soddisfa bisogni elementari,  è causa di profanazione della natura e non ha senso ne&#8217; posto nella vita di tutti i giorni. Ci viene detto che queste civiltà primitive sono schiave delle loro stesse credenze. Ma è tanto diverso per noi, che siamo <strong>schiavi delle nostre?</strong> Noi crediamo fermamente nella religione del progresso e della scienza, posseduti dalla magia del lavoro, mentre nelle società primitive questa razionalità e l&#8217;economia non sono dominanti. Ma a ben guardare fino a 300 anni fa la società occidentale era più vicina a queste civiltà che a noi, pur essendo i posteri. Al tempo dei romani, ad esempio, l&#8217;idea che fosse necessaria una <em>attività finalizzata</em> per raggiungere il benessere del cittadino (terme, teatro, giochi circensi) non aveva ragione d&#8217;essere, perché veniva offerto dalla generosità dei grandi. Il concetto, pur in modo diverso, può valere anche per il periodo medievale e il primo Rinascimentale. <strong>Oggi niente è in regalo e tutto è in vendita</strong>.</p>
<p>La felicità, un tempo, era un valore senza prezzo. Oggi la si compra, e comprandola perde tutto il suo valore. Fino a prima della rivoluzione industriale non aveva ragione d&#8217;essere l&#8217;ideologia del lavoro, ma al contrario era viva quella del <em>non-lavoro</em>. L&#8217;idea dell&#8217;accumulare denaro era sì esistente, ma tuttavia non era ciò che realmente importava &#8211; i banchieri e i mercanti erano malvisti -. Il tempo della vita, invece, era un fine ben più grande: si lavorava le ore necessarie per sopravvivere, poi il tempo, che era il bene più prezioso, lo si dedicava alle cose che più si amavano. Oggi il mito è <em><strong>chi ha tempo non aspetti tempo, o il tempo è denaro</strong>, </em>perché l&#8217;unico valore che esso può assumere in epoca industriale è quello del <em><strong>non-tempo</strong>: </em>bisogna sfruttarlo il più possibile per produrre, per creare, per crescere inesorabilmente, tanto che nell&#8217;ambiente lavorativo, in certe aziende, si mangia davanti al computer pur di non perdere un attimo. Ma che poi, pensandoci bene, che senso ha tutto questo? Un senso umano, intendo. Continuare a cresce economicamente, per cosa? Si dice per produrre benessere. Il Pil delle nazioni, da cinquant&#8217;anni a questa parte, è aumentato grosso modo in Occidente come in Oriente &#8211; vedi la Cina &#8211; e, salvo la crisi economica, continua ad aumentare, eppure la ricchezza dei cittadini non è mai stata direttamente proporzionale a quella degli Stati.  La crescita infinita, poi, è una chimera impossibile da raggiungere: qualcuno può spiegarci com&#8217;è possibile in un mondo che ha dei limiti fisici, sia orizzontali che verticali, una crescita infinita?</p>
<p>L&#8217;idea è che la <strong>società del benessere</strong>, come noi intendiamo la nostra, sia contrapposta alla paura della morte. Si tende al benessere, qualunque esso sia (denaro, ricchezza, bene fisico, potere, gloria, felicità) per allontanarsi da tutto ciò che è male e che si riassume con il concetto di morte. Forse questo bisogno paranoico dell&#8217;accumulazione di denaro, inteso come principio del benessere, aiuta i vincenti a dimenticare la morte, ma come scrive Latouche &#8220;la morte di milioni di perdenti sta lì a ricordare ogni momento la vanità dell&#8217;operazione&#8221;. Così mentre noi affondiamo nell&#8217;ennesima crisi economica, sicuri che l&#8217;unica uscita sia la crescita, in una società che ha perso i suoi valori e che si crede &#8220;il migliore dei mondi possibili&#8221;, da qualche parte in Africa o in sudamerica le civiltà primitive vivono senza nevrosi, non sapendo una mazza di cosa sia lo spread e la borsa.</p>
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		<title>I pericoli della democrazia elettronica</title>
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		<pubDate>Tue, 03 Jan 2012 11:39:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marcello Frigeri</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Tutti esaltano la  comunicazione internet, la nuova (ormai non troppo) pionieristica  frontiera dell’informazione. In realtà a me sembra uno strumento sì  efficace, ma pericoloso. Pericoloso perché difficile da controllare. E  qui apro una parentesi: come può una rivoluzione rovesciare un regime,  che sia democratico oppure oligarchico poco importa, se il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.liberacritica.it/wp-content/uploads/2012/01/z205.jpg"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-1284" title="z205" src="http://www.liberacritica.it/wp-content/uploads/2012/01/z205-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>Tutti esaltano la  comunicazione internet, la nuova (ormai non troppo) pionieristica  frontiera dell’informazione. In realtà a me sembra uno strumento sì  efficace, ma pericoloso. Pericoloso perché difficile da controllare. E  qui apro una parentesi: come può una rivoluzione rovesciare un regime,  che sia democratico oppure oligarchico poco importa, <strong>se il popolo non si riversa nelle piazze</strong>,  se non imbraccia forconi e fiaccole –senso figurato e romantico delle  rivoluzioni che furono– e non pretende furioso la testa dei grandi re? <span id="more-1283"></span> Quale altro potere efficace ha il popolo se non quello universalmente  noto di cambiare gli assetti politici attraverso la violenza? (anche la  guerra ha queste caratteristiche, ma è una risoluzione estrema tra le  Nazioni, e non tra i cittadini e l’apparato governativo&#8230;). Nessun  altro. Dicono che la sovranità popolare del cittadino oggi è il voto  elettorale. Ma questo è ovviamente una truffa: in una democrazia  rappresentativa, infatti, attraverso il voto il cittadino non decide le  questioni, ma decide <em>chi deve decidere</em> le questioni.<br />
Mi  sono dilungato per dire che dall’alba dei tempi ciò che è forza e  potere è il sacrosanto diritto della Rivoluzione nelle piazze. Ecco, ho  quasi la sensazione che Internet possa stravolgere questa millenaria  caratteristica. Oggi la protesta nei confronti dello Stato e dei suoi  oligarchi –oligarchi travestiti da parlamentari– si riduce, spesso e  volentieri, nel dissenso virtuale dell’universo dei <em>socialnetwork</em>.  Prendiamo ad esempio Facebook. Basta un “mi piace” sotto un articolo o  un commento di protesta per convincere lo scontento a dire “il mio l’ho  fatto”. E’ sufficiente commentare l’invito di un <em>sit-in</em> contro  la privatizzazione delle risorse idriche con un “non potrò esserci, ma  col pensiero sarò con voi” per pulirsi la coscienza da ogni passività. <strong>Oggi lo scontento contesta davanti al Pc, raccogliendo firme virtuali e spedendole, virtualmente, alle istituzioni</strong>.  E’ tutta una creazione intangibile del dissenso. Non che oggi le piazze  siano sempre più vuote (o forse sì?), ma in futuro lo saranno? E se lo  saranno, in che modo il popolo potrà ancora una volta rovesciare i  regimi e ridisegnare gli assetti politici?<br />
Vi  è, in secondo luogo, un fattore intrinseco al potere di tutti i  governanti della Terra, e di qualsiasi epoca, comunemente denominato &#8220;potere invisibile&#8221;,  caratteristica che la nascente democrazia settecentesca intendeva,  almeno idealmente, eliminare. Mafia, camorra, logge massoniche anomale,  servizi segreti deviati e controllati, P2, P3 e P4: tutti poteri  invisibili che funzionano e agiscono, segretamente, all’ombra del potere  democratico.<br />
Scrive<strong> </strong>Norberto Bobbio:  “che la democrazia fosse nata con la prospettiva di fugare per sempre  dalle società umane il potere invisibile per dar vita a un <strong>governo le cui azioni avrebbero dovuto essere compiute in pubblico</strong> è ben noto”. Anche Kant, nell’Appendice alla <em>Pace Perpetua</em>,  dipinse la maschera del potere invisibile: “Tutte le azioni relative al  diritto di altri uomini la cui massima non è suscettibile di  pubblicità, sono ingiuste”. Che significa: un’azione che io sono  costretto a tener segreta è certamente un’azione non solo ingiusta ma  tale che se fosse resa pubblica susciterebbe una reazione tale da  rendere impossibile il suo compimento.<br />
Il controllo pubblico del potere,  a fronte della potenza del sistema invisibile che gli ruota attorno, è  dunque una necessità, tanto più in una età come la nostra, in cui chi  detiene le redini del comando dispone di mezzi tecnologici così avanzati  da poter controllare segretamente e illegalmente i cittadini. Nessun  tiranno dell’antichità, infatti, come nessun monarca assoluto dell’età  moderna, pur avendo a disposizione centinaia di spie e di informatori,  poteva<strong> disporre di tutte le informazioni sui propri sudditi come oggi un qualsiasi governo democratico</strong> è in grado di disporre. “L’ideale del potente è sempre stato quello di  vedere ogni gesto e di ascoltare ogni parola dei suoi soggetti”, scrive  Bobbio.<br />
Pensate allora in che mondo potremmo mai vivere se la potenza di internet,  il suo occhio sul mondo globale, fosse unicamente a disposizione di  quella elite di oligarchici che manovra l’intero sistema: chi controllerebbe i controllori? La democrazia come governo visibile, in questo caso, sarebbe perduta per sempre. La <em>computer-crazia</em>,  ovvero il sistema di controllo del potere da parte del cittadino, non  dovrà mai tendere al suo contrario, e cioè il controllo dei sudditi da  parte del potere. In un mondo tristemente globalizzato e omologato,  internet è il più grande potere di controllo nelle mani del popolo.<br />
Ma se nutro certezze nella <em>computer-crazia</em> come sistema governante, al contrario, nutro dubbi nella <em>computer-crazia</em> come sistema governato. L’ipotesi, infatti, che la <em>computer-crazia</em> possa diventare fonte di democrazia diretta mi sembra una eventualità disastrosa.<br />
Scrive infatti il politologo Giovanni Sartori: “<strong>La</strong> <strong>democrazia referendaria</strong> è un animale che non esiste ancora ma aleggia nell’aria: è un sistema politico nel quale il <em>demos</em> decide direttamente le singole questioni non più assieme, ma <strong>separatamente e in solitudine</strong>.  E la democrazia elettronica ne costituisce l’incarnazione più avanzata.  Qui il cittadino siede ad un tavolino davanti a un computer e ogni  sera, mettiamo, gli arrivano dieci domande alle quali è tenuto a  rispondere “sì” o “no” premendo un tasto. Con questo sistema arriviamo  all’autogoverno integrale. Tecnologicamente la cosa è ormai  fattibilissima. Ma è da fare? Il presupposto e la condizione necessaria  di questi sviluppi è che per passare dalla democrazia elettorale fondata  sull’opinione pubblica a una democrazia nella quale il <em>demos</em> decide da sé ogni questione, occore un nuovo <em>demos</em>,  un popolo che sia davvero informato e competente. Altrimenti il sistema  diventa suicida. Se affidiamo agli analfabeti (politici) il potere di  decidere questioni su cui non sanno niente, allora povera democrazia e  poveri noi”.<br />
A giudicare infatti da tutte le leggi che vengono emanate ogni giorno nei parlamenti, <strong>il cittadino sarebbe chiamato a esprimere il proprio voto almeno una volta al giorno</strong>,  anche su temi a lui sconosciuti e troppo tecnicisti. L’eccesso di  partecipazione democratica, quindi, finirebbe con il trasformare il  cittadino in &#8220;cittadino totale&#8221;:<em> </em>il soggetto di un  mondo dove tutto è politica, e dove l’individualità e le libertà  particolari si mischiano con quelle collettive e generali. Un mondo  fantoccio. Nulla uccide la democrazia più dell’eccesso di democrazia.</p>
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		<title>Il manifesto contro la Democrazia</title>
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		<pubDate>Tue, 13 Dec 2011 08:51:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marcello Frigeri</dc:creator>
				<category><![CDATA[POLITICA]]></category>
		<category><![CDATA[democrazia]]></category>
		<category><![CDATA[parlamento]]></category>
		<category><![CDATA[sovranità]]></category>

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		<description><![CDATA[Prima di intraprendere il discorso è necessario chiarire il titolo. Perché scrivere un manifesto contro la democrazia? Per due principali motivi: se la consideriamo come un dogma, ovvero un valore assoluto dal quale non si può trascendere, e dunque un regime di governo perfetto da difendere al costo di tacitare e, se necessario, eliminare chi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.liberacritica.it/wp-content/uploads/2011/12/C2-Partenone2.jpg"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-1278" title="C2 Partenone2" src="http://www.liberacritica.it/wp-content/uploads/2011/12/C2-Partenone2-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>Prima di intraprendere il discorso è necessario chiarire il titolo. Perché scrivere un manifesto contro la democrazia? Per due principali motivi: se la consideriamo come un dogma, ovvero un valore assoluto dal quale non si può trascendere, e dunque un regime di governo perfetto da difendere al costo di tacitare e, se necessario, eliminare chi non la pensa come noi &#8211; cioè l&#8217;antidemocratico -, allora l&#8217;uomo non saprà mai cogliere le piccole imperfezioni di tale regime, condannandolo al ristagnamento. <span id="more-1277"></span>È certo infatti che l&#8217;antidemocratico perseguitato ed escluso non diventerà mai un liberaldemocratico. Può dunque valer la pena di mettere a repentaglio la democrazia facendo beneficiare di essa anche il suo nemico, se l&#8217;unica possibile alternativa è di restringerla sino a rischiare di soffocarla. Meglio una democrazia sempre sotto esame ma espansiva, che una democrazia protetta ma incapace di svilupparsi.</p>
<p>Il secondo motivo è che la democrazia attuale, in estrema sintesi, non è mai stata tale. Per meglio chiarire bisognerebbe guardare la faccenda da una visuale più ampia: come scriveva Rousseau nel &#8220;Contratto sociale&#8221; possiamo sostenere che l&#8217;uomo, per quanto ci provi, non raggiungerà mai una democrazia pura: essendo infatti il governo del pubblico sul pubblico richiederebbe l&#8217;attenzione dei cittadini 24 ore su 24. Scrive Rousseau: &#8220;non si può immaginare che il popolo resti continuamente adunato per attendere agli affari pubblici&#8221;.  Una democrazia perfetta richiede poi una piccola comunità: più è grande uno Stato maggiore sarà la difficoltà nel controllarlo.</p>
<p>Che fare dunque? La necessità sarà cercare di avvicinarsi maggiormente ad un certo tipo di democrazia che possa soddisfare il classico concetto del <em>governo del pubblico sul pubblico</em>, sempreché l’intenzione della società sia quella di vivere in democrazia.</p>
<p>Ora, individuato il fine resta da chiedersi: <strong>la democrazia attuale soddisfa tale necessità?</strong> Il potere politico, qualsiasi esso sia, destra o sinistra, ingannando il cittadino, risponderà di sì. E con quale tesi? Semplicemente sfogliando la Costituzione e rispondendo: la sovranità appartiene al popolo, che la esercita attraverso l&#8217;elezione dei suoi rappresentanti: una testa uguale un voto. Sono grandi parole che non dicono nulla. Noi, in sostanza, non decidiamo le questioni, ma decidiamo chi decide le questioni. Ma non è tanto questo il guaio, pur essendo comunque una delega della sovranità, cioè un gap democratico: vivendo oggi in Nazioni che contano milioni di abitanti è infatti impossibile che un&#8217;intera società possa adunarsi per decidere le questioni, diventa quindi necessario scegliere un pugno di rappresentanti, chiamati a soddisfare le richieste dal basso, che si adunino in luoghi istituzionali e riconosciuti dal popolo, i parlamenti. Il vero guaio della democrazia contemporanea non è tanto chi decide, ma <strong><em>come</em></strong> si decide.</p>
<p>Diamo infatti per scontato, e assolutamente legittimo, che le decisioni sul nostro futuro provengano da luoghi al di fuori da quelli istituzionali. Oggigiorno il destino di uno Stato non è più deciso dalle sue forze politiche ma da tutt’altri poteri, i quali dettano legge nonostante non siano legittimati dal voto dei cittadini.  Scrive Massimo Salvadori: “Uno dei primi atti che legittima o meno la formazione di un governo è la sua quotazione in borsa, vale a dire il gradimento o non gradimento da parte della finanza nazionale e internazionale”. Il potere oligarchico nella democrazia rappresentativa, in sintesi, è espressione delle multinazionali, i cosiddetti poteri forti, sottratte non solo al controllo dei cittadini, ma anche al controllo dei governi e dei parlamenti stessi. Viviamo, insomma, in una democrazia senza democrazia, o in una democrazia di subordinati, dove il nostro unico potere, quando in realtà in noi risiderebbe la sovranità assoluta e indivisibile, è il voto elettorale. L&#8217;unica facoltà che si lascia al cittadino è la scelta di chi lo comanda: in dittatura il tiranno s&#8217;impone con la forza, in democrazia, che se vogliamo è un tipo di dispotismo armonico e dolce, gli oligarchi sono scelti dal popolo. Qualcuno sosterrà che questa è una tesi fin troppo qualunquista, asserendo con forza che i partiti politici non sono tutti uguali, perché c&#8217;è chi pensa al bene comune e chi ai propri interessi. Bene, fermo restando che ogni partito tende a salvaguardare la volontà dei propri elettori, facendo del loro interesse quello generale, in realtà con questa tesi non si vuole sostenere che i partiti sono tutti uguali, altresì che è il sistema politico ad essere sbagliato. Se è la democrazia che cerchiamo, allora è tempo di cambiarla, perché quella rappresentativa ha completamente esaurito il suo potere democratico. Paradossalmente c’era più democrazia nel primo sistema liberale, sorto con la “Gloriosa Rivoluzione”, di quanto ce ne sia oggi. Dico paradossalmente perché allora, nel ‘600, chi aveva il diritto di voto era soltanto il proprietario terriero, ovvero poco meno del 2% della popolazione, mentre il “Terzo Stato” non vantava alcun diritto politico. Ma quel 2%, a differenza di oggi, esercitava in maniera efficace la propria sovranità, anche perché allora non si parlava di “economie globali”, ma di “economie nazionali”, e dunque nessuna forza sovranazionale si permetteva di mettere il cappello sulle decisioni altrui, che erano affare del proprio governo. <strong></strong></p>
<p><strong>Soluzioni?</strong> La democrazia dei nostri successori, per una legge dell&#8217;evoluzione che non si arresta mai, non sarà mai uguale a quella dei nostri predecessori: è necessario estendere la rappresentanza, cioè democraticizzare i grandi padroni dell&#8217;economia che oggi decidono, senza alcuna legittimità, le sorti del futuro mondiale (vedi la Bce). Ma ovviamente non basta, la necessità maggiore è insita nel nostro lontano passato: maggior partecipazione dei cittadini alla vita pubblica. Ne sanno qualcosa i vecchi ateniesi.</p>
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		<title>Ma è davvero necessaria la tolleranza?</title>
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		<pubDate>Thu, 01 Dec 2011 09:59:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marcello Frigeri</dc:creator>
				<category><![CDATA[DISCRIMINAZIONI]]></category>
		<category><![CDATA[intolleranza]]></category>
		<category><![CDATA[tolleranza]]></category>

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		<description><![CDATA[Fiumi di inchiostro sono stati scritti sul tema della tolleranza. La  moderna rivendicazione del suo concetto nasce intorno al XVI e al XVII  in un contesto definito e racchiuso nel rapporto tra Stato e Chiesa.  Deve lo Stato decidere per l’uomo quale sia la religione della verità, e  quali siano quelle [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.liberacritica.it/wp-content/uploads/2011/12/Remembrance___Martin_Luther_K__by_PureBear.jpeg"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-1269" title="Remembrance___Martin_Luther_K__by_PureBear" src="http://www.liberacritica.it/wp-content/uploads/2011/12/Remembrance___Martin_Luther_K__by_PureBear-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>Fiumi di inchiostro sono stati scritti sul tema della tolleranza. La  moderna rivendicazione del suo concetto nasce intorno al XVI e al XVII  in un contesto definito e racchiuso nel rapporto tra Stato e Chiesa.  Deve lo Stato decidere per l’uomo quale sia la religione della verità, e  quali siano quelle eretiche? Furono le guerre di religione a sancire il  definitivo pluralismo degli ordini sacri, dapprima, e da sempre,  uniformati sotto l’insegna crociata del cristianesimo. Forse il più  grande teorico della tolleranza, in quel periodo, fu John Locke, che  vedeva nella tolleranza la capacità di scelta e di determinazione  propria del singolo. Ognuno, insomma, purché non sia ateo, è libero di  decidere a quale Dio prostrarsi.<span id="more-1268"></span></p>
<p>Oggi, invece, la tolleranza ha diversi significati: in generale può essere vista come una forma di <strong>nuovo ed evoluto razzismo, </strong>oppure come una sorta di <strong>male minore</strong>.  La prima tipologia comincia quando due culture s’incontrano, e di  conseguenza si scontrano, la seconda  – il male minore – è invece una  forma di tolleranza verso chi ha idee differenti dalle nostre, e la  incontriamo all’interno di una stessa società.</p>
<p><strong><a href="http://www.liberacritica.it/wp-content/uploads/2011/12/s.13.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-1271 alignleft" title="s.13" src="http://www.liberacritica.it/wp-content/uploads/2011/12/s.13-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>1)Tolleranza come forma di razzismo</strong></p>
<p>È di questi giorni la notizia del niet assoluto della destra al  diritto di cittadinanza ai bambini degli immigrati nati in Italia. Al no  categorico è seguito subito il dito puntato degli indignati contro  l’intolleranza e il razzismo leghista. Ebbene di razzismo si tratta, ma è  il razzismo della tolleranza: io tollero lo straniero a patto che non  acquisisca i miei stessi diritti.</p>
<p><strong>L’odierna idea di tolleranza</strong>, infatti, supera i  confini della religiosità – ma non li esclude – e spazia fino agli  estremi sociali: diritto di cittadinanza, problema del pluralismo  culturale e sociale e riconoscimento di identità da parte di nuovi  soggetti politici. In poche parole aiuta a definire cos’è il razzismo  contemporaneo. Scrive il professor Marco Tarchi: “<em>per parlare  sensatamente di razzismo nel contesto dell’odierno clima  politico-culturale delle società occidentali occorre riferirsi ai <strong>fenomeni di diffidenza</strong>,  rifiuto e intolleranza connessi all’incontro/scontro tra popoli di  diversa estrazione etnica (…), la vitalità di questo fenomeno non fa  pernio su pretese di superiorità di un gruppo razziale sugli altri, ma  su meccanismi di <strong>rifiuto della condivisione</strong> dell’uso di porzioni del territorio abitato, di servizi sociali, di opportunità di lavoro</em>”.</p>
<p>Il razzismo, insomma, non è più la cultura della razza superiore, ma la <strong>cultura della diffidenza</strong>:  i nazisti sterminavano i “diversi” proprio perché tali. Oggi, con il  mito dell’uguaglianza a tutti i costi, il diverso  o si omologa alla  nostra cultura, ai nostri schemi mentali e alle nostre tradizioni (senza  però poter acquisire i nostri stessi diritti), oppure è sì tollerato – e  talvolta nemmeno questo -, ma sarà comunque una tolleranza rivestita da  uno strato di diffidente razzismo.</p>
<p><strong>2) Tolleranza come male minore all’interno di una stessa società</strong></p>
<p>Ma la questione della tolleranza e dell’intolleranza non può essere  vista solo come il tema dell’omologazione di una cultura differente,  sarebbe riduttivo. L’argomento è ben più ampio e tocca anche la  questione delle opportunità: in generale la società tende ad imporre con  la violenza o con sanzioni civili le idee e le opinioni comuni a coloro  che dissentono da essa. E da qui la domanda classica: <a href="http://www.liberacritica.it/wp-content/uploads/2011/12/mmw-intolerance-0205_WITH_GIBSON_EDITS._article.jpg"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-1274" title="mmw-intolerance-0205_WITH_GIBSON_EDITS._article" src="http://www.liberacritica.it/wp-content/uploads/2011/12/mmw-intolerance-0205_WITH_GIBSON_EDITS._article-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>anziché  perseguirlo, come male minore si può tollerare il diverso (colui che la  pensa diversamente)? Ebbene, a parer mio il quesito è malposto. Infatti  ci si dovrà chiedere: <strong>è proprio necessario tollerare?</strong></p>
<p>A ben guardare, infatti, la tolleranza non è il contrario  dell’intolleranza, come si vorrebbe far credere, ma una sua  degenerazione. Perché chi è tollerante, per forza di cose, è anche  intollerante. Se tollero lo straniero, di conseguenza non tollero il  razzista. Se in una società tollero l’esperienza democratica, non  tollero l’antidemocratico. E così via. Viste così, tolleranza e  intolleranza sono armi pericolose, perché entrambe accettano soltanto le  idee interne al proprio partito o setta.</p>
<p><strong>Che fare dunque?</strong> Non penso che l’individuo, per come  è fatto, possa smettere di essere intollerante (o tollerante), essendo  una sua principale prerogativa. Può però tentare di sostituire la  tolleranza, che altro non è se non una ramificazione dell’intolleranza,  con il rispetto: sarebbe meglio infatti che valesse sempre il principio  voltairiano, <em>io combatto la tua idea, che è diversa dalla mia, ma  sono pronto a battermi fino al prezzo della mia vita perché tu, la tua  idea, possa esprimerla liberamente</em>, anziché infarcirsi le idee con  parole come libertà e uguaglianza per poi, puntualmente, essere  democratici con chi ci pare a noi. Il tema della tolleranza, infatti, è  in seno al principio della liberaldemocrazia: il prezzo che la  democrazia paga a se stessa è che tutte le idee devono essere accettate  (e non tollerate), anche quelle che si ritengono ideologicamente più  ripugnanti. Come possiamo, infatti, essere democratici con chi ci pare e  a tutti gli altri imporre il silenzio? Se si sceglie la via della  democrazia, deve essere utilizzata con tutti, nessuno escluso. Chiudo il  pensiero: ovviamente le nostre argomentazioni si arrestano entro i  confini del rapporto tra noi e “l’altro”, dove “l’altro” è colui il  quale ha idee differenti dalle nostre. Non tutto, poi, è degno di  rispetto o giusto da tollerare. E il rispetto preso da solo non è una  caratteristica sufficiente per poter forgiare una società, che per  sopravvivere ha bisogno della legge e di una grande morale in cui è  possibile racchiudere la singola morale di ogni individuo. L’uomo,  infatti, è un atomo a se’, con tanto di leggi e filosofie proprie. La  società deve saper custodire meglio che può quest’atomo, ma non  limitarlo, e allo stesso tempo nessun individuo può e deve limitare, con  le armi della tolleranza o dell’intolleranza, i diritti dell’altrui  individuo.</p>
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