I PENSIERI LIBERI

Ho creato questa nuova pagina di Libera Critica per dare la possibilità a tutti di conoscere i fondamentali pensieri di uomini, fondati sulla conoscenza della LIBERTA’, della TOLLERANZA, della DEMOCRAZIA, della TIRANNIA e dei DIRITTI DELL’UOMO (la pagina sarà aggiornata periodicamente)

GLI AUTORI in elenco:

- CESARE BECCARIA
- GUIDO DE RUGGIERO
- ARNOLD TOYNBEE
- JOHN MILTON

- KARL MARX
- ROUSSEAU
- EDMUND BURKE
- NORBERTO BOBBIO
- GIOVANNI SARTORI
- BENJAMIN CONSTANT
- MARTIN LUTHER KING
- STUART MILL
- JOHN LOCKE
- VOLTAIRE
- DAVID THOREAU
- MASSIMO FINI

CESARE BECCARIA (1738-1794)

DEI DELITTI DELLE PENE

ORIGINI DELLE PENE

“Le leggi sono le condizioni, colle quali uomini indipendenti ed isolati si unirono in società, stanchi di vivere in un continuo stato di guerra e di godere una libertà resa inutile dall’incertezza di conservarla. La somma di tutte queste porzioni di libertà sacrificate al bene di ciascheduno forma la sovranità di una nazione, ed il sovrano è il legittimo depositario ed amministratore di quelle. Vi volevano de’ motivi sensibili che bastassero a distogliere il dispotico animo di ciascun uomo dal risommergere nel’antico caos le leggi della società. Questi motivi sensibili sono le pene stabilite contro agl’infrattori delle leggi”.

IL DIRITTO DI PUNIRE

“Ecco dunque sopra di che è fondato il diritto del sovrano di punire i delitti: sulla necessità di difendere il deposito della salute pubblica dalle usurpazioni particolari (…).

Per giustizia io non intendo altro che il vincolo necessario per tenere uniti gli interessi particolari, che senz’esso si scioglierebbero nell’antico stato d’insociabilità; tutte le pene che oltrepassano la necessità di conservare questo vincolo sono ingiuste di lor natura”.

CONSEGUENZE

“Una pena accresciuta al di là dal limite fissato dalle leggi è la pena giusta più un’altra pena; dunque non può un magistrato sotto qualunque pretesto di zelo o di ben pubblico accrescere la pena stabilita ad un delinquente cittadino.
Il sovrano, che rappresenta la società medesima, non può formare che le leggi generali che obblighino tutti i membri, ma non giù di giudicare che uno abbia violato il contratto sociale, poiché allora la nazione si dividerebbe in due parti, una rappresentata dal sovrano, che asserisce la violazione del contratto, e l’altra dell’accusato, che la nega. Egli è dunque necessario che un terzo giudichi della verità del fatto. Ecco la necessità di un magistrato, le di cui sentenze seino inappellabili e consistano in mere assersioni o negative di fatti particolari”.

PROPORZIONE FRA I DELITTI E LE PENE

“Vi deve essere una proporzione fra i delitti e le pene (…).

Data la necessità della riunione degli uomini, dati i patti, che necessariamente risultano dalla opposizione medesima degl’interessi privati, trovarsi una scala di disordini, dei quali il primo grado consiste in quelli che distruggono immediatamente la società, e l’ultimo nella minima ingiustizia possibile fatta ai privati membri di essa. Tra questi estremi sono comprese tutte le azioni opposte al ben pubblico, che chiamansi delitti, e tutte vanno per gradi insensibili, decrescendo dal piùsublime al più infimo. Vi dovrebbe essere una scala corrispondente di pene, che discendesse dalla più forte alla più debole. Se vi fosse una scala esatta ed universale delle pene e dei delitti, avremmo una probabile e comune misura dei gradi di tirannia e di libertà, del fondo di umanità o di malizia delle diverse nazioni (…).

Se una pena uguale è destinata a due delitti che disugualmente offendono la società, gli uomini non troveranno un più forte ostacolo per commettere il maggior delitto, se con esso vi trovino unito un maggior vantaggio”.

ERRORI NELLA MISURA DELLA PENA

“L’unica e vera misura dei delitti è il danno fatto alla nazione, e però errarono coloro che credettero vera misura dei delitti l’intenzione di chi gli commette. Questa, dipende dalla impressione attuale degli oggetti e dalla precedente disposizione della mente: esse variano in tutti gli uomini e in ciascun uomo, colla velocissima successione delle idee, delle passioni e delle circostanze. Sarebbe dunque necessario formare non solo un codice particolare per ciascun cittadino, ma una nuova legge ad ogni delitto (…).

Altri misurano i delitti più dalla dignità della pesona offesa che dalla loro importanza riguardo al ben pubblico. Se questa fosse la vera misura dei delitti, una irriverenza all’Essere degli esseri dovrebbe più atrocemente punirsi che l’assassinio d’un monarca. Finalmente alcuni pensarono che la gravezza del peccato entrasse nella misura dei delitti. La fallacia di questa opininone risalterà occhi d’un indifferente esaminatore dei veri rapporti tra uomini e uomini, e tra uomini e Dio”.

DIVISIONE DEI DELITTI

“Abbiamo veduto qual sia la vera misura dei delitti, cioè il danno della società. Or l’ordine ci condurrebbe ad esaminare e distinguere tutte le differenti sorte dei delitti e la maniera di punirgli. Alcuni delitti distruggono immediatamente la società, o chi la rappresenta; alcuni offendono la privata sicurezza di un cittadino nella vita, nei beni, o nell’onore; alcuni altri sono azioni contrarie a ciò che ciascuno, è obbligato dalle leggi di fare, o non fare, in vista del bene pubblico. I primi, che sono i massimi delitti, perché più dannosi, son quelli che chiamansi di lesa maestà. La sola tirannia e l’ignoranza, che confondono i vocaboli e le idee più chiare, possono dar questo nome, e per ocnseguenza la massima pena, a’ delitti di differente natura (…).

Dopo questi seguono i delitti contrarii alla sicurezza di ciascun particolare. Essendo questo il fine primario di ogni legittima associazione, non può non assegnarsi alla violazone del diritto di sicurezza acquistato da ogni cittadino alcuna delle pene più considerabili stabilita dalla legge. L’opinione che ciaschedun cittadino deve avere di poter fare tutto ciò che non è contrario alle leggi senza temerne altro inconveniente che quello che può nascere dall’azione medesima, questo è il dogma politico che dovrebbe essere dai popoli creduto e dai supremi magistrati colla incorrotta custodia delle leggi predicato. Gli attentati dunque contro la sicurezza e la libertà dei cittadini sono uno de’ maggiori delitti, e sotto questa classe cadono non solo gli assassinii e i furti degli uomini plebei, ma quelli ancora dei grandi e dei magistrati”.

DELL’ONORE

“Nato dopo la formazione della società, non poté esser messo nel comune deposito, anzi è un istantaneo ricordo nello stato naturale e una sottrazione momentanea della propria persona da quelle delle leggi che in quel caso non difendono bastantemente un cittadino. L’onore è dunque uno dei principii fondamentali di quelle monarchie che sono un dispotismo sminuito, e in esse sono quello che negli stati dispotici le rivoluzioni, un momento di ritorno nello stato di natura ed un ricordo al padrone dell’antica uguaglianza”.

DEI DUELLI

“Non è inutile il ripetere ciò che altri hanno scritto, cioè che il miglior metodo di prevenire questo delitto è di punire l’aggrssore, cioè chi ha dato occasione al duello, dichiarando innocente chi senza sua colpa è stato costretto a difendere ciò che le leggi attuali non assicurano, cioè l’opinione, ed ha dovuto mostrare a’ suoi concittadini ch’egli teme le sole leggi e non gli uomini”.

FINE DELLE PENE

“Il fine delle pene non è di tormentare ed affliggere un essere sensibile, ne’ di disfare un delitto già commesso. Le strida di un infelice richiamano forse dal tempo che non ritorna le azioni già consumate? Il fine dunque non è altro che d’impedire il reo dal far nuovi danni ai suoi cittadini e di rimuovere gli altri dal farne uguali”.


GUIDO DE RUGGIERO (1888-1948)

IL SOCIALISMO

“L’apparizione del socialismo sulla scena politica, nella seconda metà del secolo XIX, ed i suoi rapidi progressi hanno portato un turbamento profondo nella coscienza liberale. Distaccandosi dalla generica e pletorica democrazia, con cui era originariamente confuso, il socialismo s’è formato una concezione dottrinale propria. Esso si è foggiato l’ideale di un nuovo stato da realizzare; s’è dato a prepararlo con un attivo lavoro di organizzazione e di educazione delle masse democratiche.
Questa azione gli era facilitata dall’evoluzione dell’industrialismo, che generalizzando e accentrando il sistema della fabbrica, gli offriva un numero sempre maggiore di reclute. Così esso ha potuto ritagliarsi, dalla massa totale della democrazia, una parte in qualche modo sbozzata a una nuova forma, cioè il proletariato delle fabbriche.

L’organizzazione socialista s’informa al principio della lotta delle classi come lotta del proletariato contro il capitalismo. Ora, una classe è un raggruppamento particolare d’individui omogenei, e coincide con il partito in questa sua particolarità, ma se ne differenzia profondamente, perché mentre il partito è un particolare indirizzato verso un fine generale, la classe invece è un particolare puro e semplice. L’idea del partito è compreso nell’idea di un compito statale, da attuare a servizio dell’intera comunità. Tanto è vero che un partito, giunto al potere, non governa per se’ ma per tutti. Quindi la costituzione del socialismo in partito, per la sua struttura strettamente classista, porta un turbamento profondo nell’ordinamento e nel funzionamento dello stato liberale.

Degradata la lotta politica a lotta economica, il termine di essa invece di essere il trionfo di una corrente politica statale, valida per tutti i membri della comunità, diviene il trionfo di un gruppo a danno di un altro.
Questo non vuol dire che non esiste la lotta di classe; essa esiste, ma nella sfera subordinata della vita economica e sociale. Aver confuso la società e lo stato, e fatto di questo ultimo un mero gestore e amministratore d’interessi sociali, è stato uno degli errori più gravi e funesti della scienza politica contemporanea, specialmente di quella che si ispira al socialismo”.

IL LIBERALISMO

La vera superiorità della dottrina liberale si manifesta col dare libera cittadinanza anche all’opposizione più illiberale, in base al profondo convincimento, che non solo essa non può prevalere contro le attività razionali e libere dello spirito, ma che, al contatto di queste, anch’essa può svolgersi ed elevarsi.

a) Il liberalismo si presenta anzitutto come il riconoscimento di un dato: del fatto della libertà. Non è dato riconoscere la libertà altrui se non a chi è libero. Soltanto l’uomo che ha sperimentato in se’ il valore della personalità consapevole e autonoma è in grado di intendere l’altrui diritto ad affermarsi come persona. E intendere, riconoscere, non significa limitarsi a una constatazione meramente teoretica; significa anche rispettare, cioè dare la propria adesione morale.
b) Ma l’atto puntuale, isolato, del riconoscimento non basta.  Ma attenzione: esso può ingannarsi, può attribuire un valore di libertà a ciò che ne è privo o negarlo a ciò che ne possiede. Non tutte le manifestazioni della libertà hanno lo stesso pregio e meritano lo stesso rispetto. il metodo liberale muove dal presupposto che tale capacità appartenga ad ogni uomo in quanto uomo, e non formi un privilegio di pochi. A ciascuno bisogna dare pertanto la sua chance, rimuovendo, per quanto è possibile, gli ostacoli che gl’impediscono di svolgersi, senza tuttavia sostituire alla sua opera la propria. Al metodo liberale ripugna la boria dell’autoritarismo “illuminato”, che vuolsuscitare il progresso umano con atti d’impero.
Esso presuppone il convincimento dell’autonomia di ogni processo spirituale, e si esplica con la rara arte di saper suscitare dall’interno, come un’esigenza propria, ciò che si vuol comunicare ad altri; nel far che questi ponga da se’ ciò che gli si vorrebbe imporre.
c) Nell’ordine dei rapporti politici, questo metodo ha per i suoi fautori i cosiddetti partiti liberali, cioè dei gruppi sociali che sono più vivamente interessati al libero gioco delle forze individuali. La funzione di questi partiti è innanzitutto critica e polemica: essa consiste nell’abbattere ogni impedimento artificiale e nocivo all’espansione delle energie individuali, nel confutare i sofismi del degradante autoritarismo, nel lasciare per quanto è possibile che gli uomini facciano da se’. E’ propria dei partiti liberali, degni del nome, la convinzione che la libertà eccita le energie, suscita la fiducia, genera il consenso, crea uno spirito spontaneo di associazione e di collaborazione.

Per i liberali più antichi, questo autogoverno della libertà doveva servire a ridurre al minimo le funzioni legislative e governative; ma l’esperienza ha poi dimostrato che per estendere i benefici e i carichi della libertà a tutti i cittadini e per cointeressarli effettivamente a una grande opera comune, sia necessario porre in moto una nuova e più complessa legislazione e una vigile attività di governo, che garantisca la libera esplicazione di tutte le forze e le integri senza tuttavia sostituirsi ad esse. Ne è risultato così, non solo l’ingrandimento dello stato, ma anche la sua elevazione intellettuale e morale, richiedendo queste nuove funzioni una capacità di penetrazione psicologica e di valutazione morale delle esigenze dei cittadini, che i governi dispotici erano dispensati dall’obbligo di possedere.

L’abitudine del governare, anche dove ce n’è meno bisogno, diviene invadente; la routine amministrativa ottunde la prontezza della percezione; la tendenza ad erigere la libertà, che prima s’è invocata per tutti, in un proprio monopolio, in un privilegio ristretto di alcuni a danno di altri, è inevitabile. Lo spirito liberale esula, così, a poco a poco dal partito; e a volte si manifesta anche in altri partiti antagonistici o concorrenti, che affermano il proprio diritto a vivere e ad abbattere i privilegi di coloro che detengono il potere.

Suole spesso avvenire che la forza stessa con cui i liberali difendono le proprie tesi tolga equanimità all’apprezzamento delle antitesi e li renda ingiusti verso i loro avversari, cioè, in ultima istanza, dogmatici illiberali: vi sono ragioni più intrinseche per cui i psrtiti liberali non possono chiudere in se’ tutto lo spirito del liberalismo. Essi muovono infatti dal presupposto che la vita degli individui si sviluppi mediante la concorrenza, la lotta; che si rinnovi continuamente vincendo la passività e l’inerzia dell’abitudine, della tradizione, dell’obbedienza servile.


ARNOLD TOYNBEE (1889-1975)

IL MONDO E L’OCCIDENTE

ogni civiltà, ogni modo di vita è un tutto indivisibile in cui tutte le parti coesistono in un rapporto di interdipendenza.

La verità è ogni struttura culturale storica è un tutto organico dalle parti interdipendenti, di guisa che, se ne viene staccata una parte, quella parte isolata e il tutto mutilato si comporteranno diversamente da come si comportavano quando la struttura era intatta. Ecco perché quel che a un uomo è pane può esser veleno per un altro; e un’altra conseguenza è che “una cosa porta ad un’altra”

Non c’è da meravigliarsi, poi, che l’atteggiamento normale della vittima verso una cultura straniera intrusa sia di opposizione e di ostilità e si ritorca contro di essa. Abbiamo avuto modo di notare, nei Paesi non occidentali investiti dall’Occidente, alcuni statisti i quali ebbero la rara intuizione di vedere che una società esposta alla radiazione di una cultura straniera più potente deve padroneggiare questo sistema di vita straniero o perire.

Nell’incontro fra mondo e Occidente, in corso ormai da quattro o cinque secoli, la parte che ha vissuto l’esperienza significativa è stata finora il resto del mondo e non l’Occidente. Non è stato l’Occidente a esser colpito dal mondo; è il mondo che è rimasto colpito – e duramente coplito – dall’Occidente. Per quanto diversi possano essere gli uni dagli altri i popoli non occidentali in fatto di razza, lingua, civiltà e religione, se un  occidentale chiederà a un non occidentale che opinione abbiano sull’Occidente ne riceverà sempre la stessa risposta: l’Occidente è stato l’aggressore capitale dei tempi moderni, e ciascuno gli potrà rinfacciare la propria esperienza di tale aggressione.

I russi gli ricorderanno che il loro paese è stato invaso per via terra da eserciti occidentali nel 1941, 1915, 1812, 1709, 1610; gli asiatici gli ricorderanno pure che, nello stesso periodo, gli occidentali si sono presi la parte del leone nelle ultime terre vacanti del mondo: Americhe, Australia, Nuova Zelanda e Africa. Gli africani gli ricorderanno di essere stati asserviti e deportati oltre Atlantico per far da vivi strumenti ai colonizzatori europei delle Americhe; i discendenti della popolazione aborigena nel Nord America gli ricorderanno che i loro antenati furono travolti per far largo agli intrusi europei occidentali e ai loro schiavi africani”.

L’OCCIDENTE E I RUSSI

La Russia ha potuto tener testa all’Occidente adottando armi occidentali (tecnologia); una di queste armi occidentali adottate dalla Russia consisteva in un credo ideologico, e adottando l’ideologia occidentale del comunismo la Russia ha potuto passare dalla difensiva alla controffensiva che tante preoccupazioni desta oggi in noi dell’Occidente.

La pressione che l’Occidente esercitò sulla Russia non si limitò a straniare la Russia dall’Occidente; fu una di quelle dure realtà della vita russa che indusse i russi a sottomettersi al giogo di una nuova potenza indigena, la quale da Mosca, a prezzo di autocrazia, impose alla Russia l’unità politica che ora le occorreva per sopravvivere (…). Questa tradizione politica russomoscovita è stata forse altrettanto sgradita ai russi che ai loro vicini, i quali ne hanno provato disgusto e allarme; purtroppo però i russi hanno imparato a far buon viso a cattiva sorte, in parte forse per pura abitudine, ma senza dubbio anche perché la consideravano un male minore dell’alternativa opposta: soggiacere alle aggressioni dei conquistatori vicini (…).

Pietro il Grande è una figura fondamentale per comprendere i rapporti del mondo con l’Occidente, non solo in Russia, ma dovunque; poiché Pietro è il prototipo dell’autocratico riformatore occidentalizzante che, durante i due ultimi secoli e mezzo, ha salvato il mondo dalla prospettiva di cadere interamente sotto il dominio occidentale costringendo questo mondo a imparar l’uso delle armi occidentali per resistere all’aggrssione dell’Occidente. I Sultani Selim III e Mahmud II e il Presidente Mustafà Ataturk in Turchia, Mehmet Alì Pascià in Egitto, e gli “Stati Anziani” che occidentalizzarono il Giappone nel decennio 1860-70, seguivano tutti le orme di Pietro il Grande, consapevolmente o no (…).

La guerra contro l’Occidente doveva essere combattuta sul terreno della tecnologia. La tecnologia industriale occidentale aveva inflitto alla Russia una sconfitta nel 1914-17; e allora il regime comunista si accinse a rifare per la Russia, dal 1928 al 1941, quello che lo zar Pietro aveva fatto circa 230 anni prima. Per la seconda volta nel capitolo moderno della sua storia la Russia fu costretta da un governatore autocratico a una marcia forzata per mettersi a pari di una tecnologia occidentale che ancora una volta aveva precedeuto la sua. E poi, pochi mesi dopo il completamento della liberazione russa dall’occupazione occidentale tedesca (1945), gli alleati occidentali americani della Russia sganciavano sul Giappone una bomba atomica che annunciava l’erompere di una terza rivoluzione tecnologica occidentale”.

L’ISLAM E L’OCCIDENTE

“L’islam, come il comunismo, si fece strada come programma di riforme mirante a eliminare gli abusi insorti nella prassi del cristianesimo di allora (…). In Turchia, come in Russia, fu sostanzialmente la stessa storia: il pioniere fallito dell’occidentalizzazione, sultano Selim III, e il suo più fortunato successore Mahmud II, esordirono entrambi costituendo reparti militari addestrati all’occidentale; e nella rivoluzione turca del 1908, che corrispose alla sfortunata rivoluzione russa del 1825 ma fu coronata dal successo, gli spiriti animatori erano giovani ufficiali dell’esercito (…). La loro intenzione era solo di prendere quella dose minima di cultura occidentale che bastasse a tenere in vita il “malato d’Ueropa” (la Turchia). La ragione per cui questa politica di occidentalizzazione in dose minimi fallì, e doveva fallire, era che urtava in modo flagrante contro una verità a cui questi primi riformatori turchi militari furono ciechi: ogni civiltà, ogni modo di vita è un tutto indivisibile in cui tutte le parti coesistono in un rapporto di interdipendenza.

Le sorti per il glorioso impero turco erano le due seguenti: scegliere di soccombere pagando l’errore di prendere la civiltà occidentale a dosi minime, soccombendo, oppure salvarsi dall’estinzione occidentalizzandosi con tutto il cuore, la mente, l’anima e la forza. Scelsero la seconda strada”.

L’INDIA E L’OCCIDENTE

“L’India è un mondo intero in se stessa; è una società di grandezza pari a quella della nostra società occidentale; ed è l’unica grande società non occidentale che sia stata non solo attaccata e investita, ma invasa e soggiogata dalle armi occidentali, poi governata da amministratori occidentali (…).

Se guardando al mondo contemporaneo in complesso si tentasse di analizzarne le divisioni culturali nel modo più largo e semplice, ci si troverebbe a raggruppare insieme musulmani, ex cristiani ortodossi orientali ed ex cristiani d’Occidente come membri di una sola grande società distinguibile dal mondo indiano e da quello estremo-orientale con una propria etichetta comprensiva. Siccome il possesso spirituale che tutti noi cristiani e musulmani condividiamo è un paio di retaggi comuni – uno tramandato dagli ebrei e un altro dai Greci – potremmo definire la nostra società cristiano-musulmana come greco-giudaica, per distinguerla sia dalla società indù dell’India sia dalla società buddista-confuciana d’Estremo Oriente.

Dunque: il turbamento prodotto nelle anime russe dall’urto dell’Occidente e affiorato in queste manifestazioni sensazionali è presumibilmente ben più blando del turbamento latente provocato nelle anime indiane dalla stessa estranea forza spirituale d’Occidente; poiché il turbamento provocato nelle anime russe, per violento che fosse, dovette essere mitigato dalla presenza, nel retaggio culturale russo, di elementi ebraici e greci che erano presenti anche nel retaggio dell’intrusa civiltà occidentale, mentre nel retaggio indiano non c’erano elementi greci o ebraici, o almeno non in forma considerevole, che infrangessero la veemenza del trauma qui suscitato dall’urto dell’Occidente”.

L’ESTREMO ORIENTE E L’OCCIDENTE

“L’Estremo Oriente ha in comune con l’Occidente meno ancora di quanto non abbia il mondo indù nel suo fondo culturale. Quando nel secolo sedicesimo i pionieri portoghesi della civiltà occidentale fecero i loro primi approdi sulle rive della Cina e del Giappone, vi piombarono come ignoti visitatori d’un altro pianeta. Quest’ondata cinquecentesca di intrusi occidentali venne ricacciata nell’Oceano da cui così inattesamente aveva fatto irruzione sulle rive d’Estremo Oriente; dopodiché Giappone, Corea e Cina chiusero tutte le porte di casa e si misero a vivere finché fosse possibile. Gli intrusi moderni tornarono alla carica nel diciannovesimo; e in questo secondo tentativo riuscirono a introdurre in Estremo Oriente il modo di vivere occidentale. Come mai? La spiegazione è nella supremazia tecnologica occidentale. La supremazia tecnologica guadagnata dall’Occidente sull’Estremo Oriente attraverso una rivoluzione industriale spiega infatti perché i popoli estremo-orientali si vedessero costretti ad aprire le porte alla civiltà occidentale nel secolo diciannovesimo.

La reazione tra il primo incontro (Cinquecento) e il secondo (Ottocento) fu diversa perché diversa era la sfida che nelle due occasioni essi dovettero affrontare. Nel secolo diciannovesimo la civiltà occidentale si presentò soprattutto come tencnologia estranea; nel sedicesimo invece si era presentata soprattutto come estranea religione. Questa differenza nell’aspetto esibito dall’intrusa civiltà occidentale spiega la differenza della reazione che suscitò nei cuori e nelle menti estremo-orientali alla sua prima e alla seconda venuta; poiché una tecnologia estranea non è tanto difficile da accettare quanto una religione estranea (…).

Nel primo incontro con l’Occidente, il pericolo immediato che gli statisti giapponesi dovettero parare non era quello di vedere conquistare il loro Paese da soldati occidentali, era il pericolo di veder convertire il loro popolo a una religione straniera irresistibile. A differenza dei loro visitatori cristiano-occidentali secenteschi, gli estremo-orientali dell’epoca non eran infettati dal fanatismo religioso. Gli statisti cinesi e giapponesi del tempo erano stati allevati nelle ben più tolleranti tradizioni filosofiche del confucianesimo e del buddismo, e forse non avrebbero ricusato campo libero a un’altra religione se non avessero sospettato di ulteriori moventi politici le attività religiose dei missionari cristiani d’Occidente (…).

Il regime secolare occidentale in Cina e Giappone, però portò ad esiti disastrosi. In Giappone fomentò un militarismo disastroso; in Cina fomentò una disastrosa corruzione politica; in entrambi i Paesi il disastro portò il regime a una fine violenta; e in Cina a questo fallimento del tentativo di acclimatarvi una forma secolare della nostra civiltà di Occidente, è susseguita una vittoria comunista”.

LA PSICOLOGIA DEGLI SCONTRI

“La serie di incontri tra mondo e Occidente ci fornisce un esempio classico del male che può provocare un’istituzione quando venga staccata dal suo sistema sociale originario e inviata nel mondo a far conquiste da sola.

La resistenza del corpo estraneo assalito diffrange il raggio culturale nelle sue componenti, proprio come un raggio luminoso è diffranto nello spettro dalla resistenza di un prisma. Una componente dissociata di radiazione culturale, come un elettrone dissociato o una malattia infettiva liberata, può risultare mortale quando si svincoli dal sistema in seno a cui finora funzionava e possa così spaziare liberamente per conto suo in un ambiente diverso.

Esempio:

Durante l’ultimo secolo e mezzo abbiamo visto la tarda istituzione politica occidentale degli “stati nazionali” erompere dai confini della natia Europa orientale, Asia sud-occidentale e India, tutte regioni dove gli “stati nazionali” non facevano parte intergante di un sistema sociale indigeno. In Europa Occidentale la gente che parla la stessa lingua è ammassata in un singolo blocco compatto di territorio con un confine linguistico piuttosto ben definito, che lo separa dai domini analogamente compatti di altre lingue; e in una regione dove, come qui, le lingue siano così distribuite a moasaico, la carta linguistica fornisce un’ottima base per la carta politica, e gli “stati nazionali” sono quindi prodotti naturali dell’ambiente sociale.

Il danno provocato dall’applicazione di tale istituzione occidentale degli “stati nazionali” in regioni non occidentali, dove costituisce importazione esotica, è incomparabilmente maggiore di quello da essa causato in Gran Bretagna, Francia e altri Paesi occidentali dove era, non già l’innovazione artificosamente introdotta, ma una spontanea vegetazione nativa.

Altra cosa, infatti, avviene dalle altre parti del mondo: nell’area ben più vasta che da Danzica e Trieste va a sud-est sino a Calcutta e Singapore, la configurazione della carta linguistica non è a mosaico, ma a tessuto misto. In Europa orientaler, Asia sud-occidentale, India e Malacca la gente di lingua diversa non è ben separata come avviene in Europa occidentale. Le nazionalità non erano solo frammischiate geograficamente, ma anche interdipendenti dal punto di vista economico e sociale (…).

La verità è che ogni struttura culturale storica è un tutto organico dalle parti interdipendenti, di guisa che, se ne viene staccata una parte, quella parte isolata e il tutto mutilato si comporteranno diversamente da come si comportavano quando la struttura era intatta. Ecco perché quel che a un uomo è pane può esser veleno per un altro;

e un’altra conseguenza è che “una cosa porta ad un’altra”. Se da una certa cultura si sfalda una scheggia e la si introduce in un corpo sociale estraneo, questa scheggia isolata tenderà a trascinarsi appresso, nel corpo estraneo in cui s’è insediata, gli altri elementi costitutivi del sistema sociale dove la scheggia è di casa e da cui è stata staccata innaturalmente con la forza.

Non c’è da meravigliarsi, poi, che l’atteggiamento normale della vittima verso una cultura straniera intrusa sia di opposizione e di ostilità e si ritorca contro di essa. Abbiamo avuto modo di notare, nei Paesi non occidentali investiti dall’Occidente, alcuni statisti i quali ebbero la rara intuizione di vedere che una società esposta alla radiazione di una cultura straniera più potente deve padroneggiare questo sistema di vita straniero o perire”.

JOHN MILTON (1608-1674)

DISCORSO PER LA LIBERTA’ DI STAMPA

“La libertà che noi possiamo sperare non è infatti che nessuna lagnanza abbia mai a levarsi nello Stato – di ciò nessuno al mondo s’illuda -, ma che quando le lagnanze sono liberamente espresse, attentamente considerate, e prontamente rimediate, allora quel limite estremo di libertà civile che gli uomini ragionevoli s’aspettano viene raggiunto.

In Atene, dove i librie gli ingegni furono sempre più vivi che in qualsiasi altra parte della Grecia, non trovo che due tipi di scritti che i magistrati si curarono di prendere in considerazione: quelli blasfemi e atei, oppure diffamatori. Così i giudici dell’Areopago ordinarono che venissero bruciati i libri di Protaroga, e lui stesso bandito, per un suo discorso che cominciava con la confessione di non sapere se gli dèi esistessero oppure no.

Anche i Romani, per lungo tempo educati solo a rude marzialità, molto simile a quella spartana, praticarono poco lo studio se non di ciò che le loro dodici Tavole e il Collegio dei Pontefici con gli Anguri e i Flamini insegnavano loro di Religione e Legge, così ignari di altre discipline che quando Carneade e Critolao, ambasciatori a Roma insieme allo stoico Diogene, colsero l’occasione per dare alla Città un saggio della loro filosofia, furono presi per corruttori da un uomo del livello di Catone il Censore, che propose in Senato di allontanarli al più presto e di bandire dall’Italia tutti i chiacchieroni attici dello stesso campo.

A questo punto gli imperatori erano diventati cristiani, ma non trovo che le loro disposizioni in merito siano state più severe di quelle già prima in atto. I libri di quelli che reputavano eretici di primo piano venivano esaminati, refutati e condannati nei Concili ecumenici, ma fino a quel momento non venivano proibiti o bruciati per ordine dell’imperatore (…).

(…) Fu dalla buccia di una mela assaggiata che la conoscenza del bene e del male, come due gemelli stretti assieme, irruppe nel mondo. E forse questo, di conoscere il bene e il male, vale a dire di conoscere il bene tramite il male, è quel destino funesto che toccò Adamo. Dato dunque lo stato attuale dell’uomo, senza la conoscenza del male che saggezza può esservi nello scegliere, che continenza nell’astenersi? Chi è capace di percepire e considerare il vizio con tutte le sue lusinghe e i suoi apparenti piaceri, e tuttavia se ne astiene, e tuttavia discrimina, e tuttavia preferisce ciò che è veramente migliore, questi è il vero soldato di Cristo”.

KARL MARX (1818-1883)

IL MANIFESTO DEL PARTITO COMUNISTA

I BORGHESI E I PROLETARI

“La storia di ogni società è stata finora storia di lotte di classe. Uomo libero e schiavo, patrizio e plebeo, barone e servo della gleba, membro di una corporazione e artigiano, in breve oppressore e oppresso si sono sempre reciprocamente contrapposti, hanno combattuto una battaglia ininterrotta, aperta e nascosta, una battaglia che si è ogni volta conclusa con una trasformazione rivoluzionaria dell’intera società o con il comune tramonto delle classi in conflitto.
Nelle precedenti epoche storiche noi troviamo dovunque una suddivisione completa della società in diversi ceti e una multiforme strutturazione delle posizioni sociali. Nell’antica Roma abbiamo patrizi, cavalieri, plebei, schiavi; nel Medioevo, feudatari, vassalli, membri delle corporazioni, artigiani, servi della gleba, e ancora, in ciascuna di queste classi, ulteriori specifiche classificazioni.
La moderna società borghese, sorta dal tramonto della società feudale, non ha superato le contrapposizioni di classe. Ha solo creato nuove classi al posto delle vecchie, ha prodotto nuove condizioni dello sfruttamento, nuove forme della lotta fra le classi. La nostra epoca, l’epoca della borghesia, si caratterizza però per la semplificazione delle contrapposizioni di classe. l’intera società si divide sempre più in due grandi campi nemici, in due grandi classi che si fronteggiano direttamente: borghesia e proletariato. Dai servi della gleba del Medioevo sorse il popolo minuto delle prime città; da questo popolo minuto si svilupparono i primi elementi della borghesia (…).

(…) La grande industria ha creato il mercato mondiale, il cui avvento era stato preparato dalla scoperta dell’America. E nella stessa misura in cui crescevano industria, commercio, navigazione, ferrovie si sviuppava anche la borghesia. Ed essa accresceva i suoi capitali e metteva in ombra tutte le classi di origine medievale (…).
(…) La borghesia conquistò infine l’assoluto dominio politico dopo la nascita della grande industria e del mercato mondiale nel moderno Stato rappresentativo. La borghesia ha giocato nella storia un ruolo altamente rivoluzionario. La borghesia ha distrutto i rapporti feudali, patriarcali, idillici dovunque abbia preso il potere (…).
(…) Al posto dei vecchi bisogni, soddisfatti dai prodotti nazionali, se ne affermano di nuovi, che per essere soddisfatti esigono i prodotti delle terre e dei climi più lontani. Al posto del’antica autosufficienza e delimitazione locale e nazionale si sviluppano traffici in tutte le direzioni, si stringe una reciproca interdipendenza universale fra le nazioni. L’unilateralità e la delimitazione nazionale diventano sempre meno possibili e dalle varie letterature nazionali e locali si costruisce una letteratura mondiale. La borghesia trascina verso la civiltà persino le nazioni più barbariche, grazie al rapido miglioramento dei tutti gli strumenti di produzione, grazie al continuo progresso delle comunicazioni (…).

(…) La borghesia costringe tutte le nazion a far proprio il modo di produzione borghese, se non vogliono affondare; la borghesia costringe a introdurre esse stesse la cosiddetta civiltà, cioè a diventare borghesi. In una parola, la borghesia si costruisce un mondo a sua immagine e somiglianza. Essa ha agglomerato la popolazione, centralizzato i mezzi di produzione e concentrato la proprietà in poche mani. Province indipendenti, quasi solo alleate, con interessi, leggi, governi e dogane differenti, sono state riunite in un’unica nazione, un unico governo, un’unica legge, un unico interesse di classe nazionale, un’unica barriera doganale (…).

(…) Come supera le crisi la borghesia? Da una parte con l’annientamento coatto di una massa di forze produttive; dall’altra conqustando nuovi mercati e sfruttando più a fondo quelli vecchi. In che modo, insomma? Provocando crisi più generalizzate e più violente e riducendo i mezzi necessari a prevenirle (…).
(…) Nella stessa misura in cui si sviluppa la borghesia, cioè il capitale, si sviluppa anche il proletariato, la moderna classe dei lavoratori, i quali vivono solo fin quando trovano lavoro e trovano lavoro solo in quanto il loro lavoro accresce il capitale. Il lavoro dei proletari ha perso ogni tratto di autonomia e quindi ogni stimolo per il lavoratore a causa dell’espansione delle macchine e della divisione del lavoro. Il lavoratore diventa un mero accessorio della macchina (…).

(…) I proletari possono impossessarsi delle forze produttive sociali solo eliminando il loro stesso modo di acquisizione della ricchezza e quindi l’intero modo di acquisizione della ricchezza finora vigente. I proletari non hanno nulla di proprio da difendere, devono distruggere ogni forma di sicurezza privata e di assicurazione privata esistente. La lotta del proletariato contro la borghesia è dapprima nazionale. Per prima cosa il proletariato di ogni paese deve naturalmente far fuori la sua borghesia”.

ROUSSEAU (1712-1778)

LA LIBERTA’ POSITIVA DELLA LEGGE

“Si è sempre liberi quando si sottostà alle leggi, ma non quando si deve obbedire a un uomo; perché in questo secondo caso io devo obbedire alla volontà altrui, mentre quando obbedisco alle leggi non ottempero che alla volontà pubblica, che è tanto mia come di qualunque altro”.

COME SI MANTIENE L’AUTORITA’ SOVRANA

Dal momento in cui il popolo è legittimamente riunito come sovrano, cessa ogni giurisdizione del governo, il potere esecutivo è sospeso, e la persona dell’ultimo dei cittadini è tanto sacra e inviolabile quanto quella del primo magistrato, perché dove si trova il rappresentanto scompare colui che lo rappresenta (…).

Appena il servizio pubblico cessa d’essere la principale occupazione dei cittadin, ed essi preferiscono servire la loro borsa piuttosto che la persona, lo Stato è già prossimo alla rovina. Se bisogna andare a combattere, pagano truppe mercenarie, e restano a casa; se bisogna andare al consiglio, eleggono dei deputati, e restano a casa. A forza di pigrizia e di denaro, riescono ad avere soldati per asservire la patria, e rappresentanti per venderla.Il trambusto del commercio dell’artigianato, l’avido interesse del guadagno, la mollezza e l’amore delle comodità, cambiano in denaro i servigi personali. Date denaro e ben presto avrete catene.

In uno Stato veramente libero i cittadini fanno tutto con le loro braccia, e niente col denaro.L’intepidirsi dell’amor di patria, l’attività dell’interesse privato, l’immensa estensione degli Stati, le conquiste, l’abuso del governo, hanno fatto escogitare il sistema dei deputati o rappresentanti del popolo nelle assembleee della nazione. E’ ciò che in certi paesi si osa chiamare il Terzo Stato. Così gli interessi particolari di due ordini sono messi al primo e al secondo posto, e l’interesse pubblico non si trova che al terzo. La sovranità non può essere rappresentata, per la stessa ragione per cui non può essere alienata.

Ogni legge che non sia ratificata dal popolo in persona è nulla; non è una legge. il popolo inglese crede di essere libero, ma si sbaglia di grosso; lo è soltanto durante l’elezione dei membri del parlamento; appena questi sono eletti, esso torna schiavo, non è più niente. Nei brevi momenti della sua libertà, l’uso che ne fa merita di fargliela perdere. L’idea dei rappresentanti è moderna: essa ci deriva dal governo feudale, da questo iniquo e assurdo governo, nel quale la specie umana è degradata e il nome d’uomo disonorato.

Poiché la legge è la dichiarazione della volontà generale, è chiaro che nel potere legislativo il popolo non può essere rappresentato; ma può e deve esserlo nel potere esecutivo, che non è la forza applicata alla legge.


EDMUND BURKE (1729-1797)

NO AL MANDATO IMPERATIVO

“Egli [il rappresentante politico] deve tenere in gran conto i loro desideri [degli elettori], in gran rispetto le loro opinioni, e deve prestare incessante attenzione ai loro affari. E’ suo dovere sacrificare il proprio riposo, i propri piaceri, le proprie soddisfazioni alle loro (…). Tuttavia egli non deve sacrificare a voi la sua opinione imparziale, il suo maturo giudizio, la sua illuminata coscienza. Ne’ a voi, ne’ a nessun uomo o gruppo di uomini (…).

(…) Il vostro rappresentante vi deve non solo la sua opera, ma anche il suo giudizio: e vi tradisce, invece di servirvi, se lo sacrifica alla vostra opinione (…). Quella degli elettori ha il suo peso, è degna di rispetto e un rappresentante deve sempre rallegrarsi di ascoltarla e tenerla nella massima considerazione. Tuttavia istruzioni con carattere obbligatorio, mandati che il membro del parlamento sia tenuto ciecamente e implicitamente a obbedire, a votare e a sostenere, anche se contrari alla limpida convinzione del suo giudizio e della sua coscienza, queste sono cose affatto sconosciute alle leggi di questa terra, e che nascono da un fraintendimento fondamentale di tutto lo spirito e il tenore della nostra costituzione.
Il parlamento non è un congresso di ambasciatori di interessi dive3rsi e ostili, che ciascuno deve sostenere come agente o avvocato contro altri agenti o avvocati (…).

(…) E’ vero che voi scegliete un rappresentante, ma quando lo avete scelto egli non è un rappresentante di Bristol, ma un membro del parlamento”.

NORBERTO BOBBIO (1909-2004)

ELEMENTI DI POLITICA

CARATTERISTICHE DEL POTERE POLITICO

La tipologia classica tramandata per secoli è quella che si può leggere nella POLITICA di Aristotele che distingue tre forme tipiche di potere in base alla diversa società in cui si esplica: il potere del padre sui figli, del padrone sugli schiavi, del governante sui governati. Quest’ultimo è il potere politico. Questa tripartizione delle forme di potere ha avuto una grande importanza storica anche perché ha permesso di distinguere il buongoverno dal malgoverno.

Il rapporto di potere politico è una sola delle infinite forme di rapporti di potere esistenti fra gli uomini. Per caratterizzarlo si può ricorrere a tre criteri diversi: la FUNZIONE, i MEZZI, il FINE.

IL BENE COMUNE IN POLITICA

LE FUNZIONI di governo vengono abitualmente divise in legislativa, esecutiva e giudiziaria. Svolgendo la funzione legislativa, il potere politico indirizza positivamente (comandando) o negativamente (proibendo) i comportamenti dei membri della comunità: mediante la funzione esecutiva ottiene che questi fini siano raggiunti; esplicando la funzione giudiziaria risolve i conflitti che nascono nella società.
Anche uno Stato patriarcale, anche uno Stato dispotico, sono stati, e l’esercizio delle attività che li riguardano rientrano perfettamente nella categoria della politica.

IL FINE DEL POTERE. Qual è il fine dell’azione politica? Risale all’antichità, ed è stata quidi tramanda per secoli fino ad oggi, l’affermazione che il fine della politica è il bene comune, inteso come bene dellacomunità distinto dal bene dei singoli individui che la compongono. Il buon governante è colui che si preoccupa del bene comune, il cattivo bada al bene proprio, si vale del potere per soddisfare interessi personali.
Lo scopo minimo di ogni stato è quello scopo non raggiungendo il quale lo stato non esiste o si dissolve, e che pertanto serve a distinguere non già lo stato liberalo dallo stato socialista, ma una comunità politica quale che essa sia da una comunità non politica; questo scopo minimo è l’ordine pubblico interno e internazionale. Al di là di questo scopo minimo, che è il presupposto stesso della nascita della comunità politica, la difficoltà di determinare di volta in volta in che cosa consiste il bene comune dipende dal fatto che le scelte possibili sono molte. In una società pluralistica e democratica in cui le decisioni collettiva vengono prese a maggioranza si considera interesse collettivo ciò che è stato approvato dalla maggioranza: ma si tratta di una semplice presunzione fondata su una utile convenzione più che su argomenti razionali.

I MEZZI DEL POTERE. Il mezzo di cui si serve il potere politico, se pure in ultima istanza, a differenza del potere economico e del potere ideologico, è la forza.

LO STATO MODERNO

Il pensiero antico ha di fronte a se’ una società perfetta, la POLIS, ovvero la società politica propriamente detta, che abbraccia nel suo seno le società minori e non ha alcun’altra società al di fuori di se’. Sol col sorgere del cristianesimo, e con l’istituzionalizzazione della società religiosa che da essa promana, le società diventano due, la chiesa e lo stato, Da questa differenziazione nasce il problema della loro distinzione, della delimitazione dei loro rispettivi poteri, il potere spirituale e il potere temporale.

Accanto e oltre la separazione della sfera religiosa e genericamente spirituale dalla sfera politica, l’età moderna conosce un’altra forma di delimitazione della politica, qella che nasce dalla graduale emancipazione del potere economico rispetto al potere politico. Nella società feudale i due poteri sono indissolubili l’uno dall’altro: il detentore del potere politico, sia il re sia i suoi feudatari, è anche il proprietario dei beni su cui si fonda il suo potere di reggitore di uomini.  Con la formazione della classe mercantile borghese che lotta contro i vincoli feudali per la libertà dello scambio prima all’interno dello stato, poi anche all’esterno, la società civile pretende di staccarsi dall’abbraccio mortale dello stato e in quanto sfera autonoma che ha proprie leggi di formazione e di sviluppo, si pone come limite alla sfera di competenza del potere politico, anzi tende a restringerla sempre più. Ne nasce la dottrina secondo cui lo stato che governa meglio è quello che governa meno, oggi detta dello “stato minimo”.

POLITICA E MORALE

Un’azione che è considerata obbligatoria in morale è anche obbligatoria in politica? O inversamente, ciò che è lecito in politica è anche lecito in morale?

In altre parole: si possono dare azioni morali che sono impolitiche o apolitiche, e azioni politiche che sono immorali o amorali?
Il primo scrittore politico che pone con la massima chiarezza il problema è Niccolò Machiavelli. La sua sintesi è che il fine giustifica i mezzi. Questa massima diventa il nucleo principale della cosiddetta dottrina della ragion di stato, di quella dottrina secondo cui la politica ha le sue origini, e quindi le sue giustificazioni. E’ come dire che in vista dell’interesse collettivo al politico è lecito fare ciò che non è lecito all’individuo singolo o, se si vuole, la morale del politico non è la morale del singolo.

LA TEORIA DELLA DEROGA. Le azioni dei politici, visibilmente contrarie alla morale comune, sarebbero da spiegarsi e da giustificarsi come deroghe dovute a situazioni eccezionali. Una risposta di questo genere all’annoso problema del contrasto tra morale e politica permette di mantenere fede al’idea che vi siano due morali, una pubblica e una privata, una valida per gli individui e un’altra per gli stati, ma la morale sia una sola, valida per tutti, salvo casi speciali, in cui diventa lecito quello che in generale è proibito.
Queste circostanze si riassumono nella categoria generale dello stato di necessità, il quale vale come giustificazione di un’azione altrimenti colpevole e punibile tanto per l’individuo privato quanto per l’uomo pubblico. Si dice che la necessità non ha legge: non ha legge perché p più forte di qualsiasi legge.

LA TERIA DELLE DUE ETICHE. La seconda spiegazione del contrato è completamente diversa: il divario tra morale e politica non dipende dal rapporto regola-eccezione, ma dalla esistenza di due vere e proprie morali: ETICA DELLA CONVINZIONE ed ETICA DELLA RESPONSABILITA’.

Nel primo caso l’azione viene valutata in base a qualche cosa che sta prima dell’azione, nel secondo caso in base a qualche cosa che viene dopo. Se parto dal presupporre come criterio di giudizio una regola universale come quella di non uccidere, l’uccisione di un uomo è illecita. Se parto invece dall’idea che l’azione debba essere giudicata in base al risultato, l’uccisione del tiranno può essere considerata lecita.

L’ETA’ DEI DIRITTI

a) abbiamo mai provato a definire i diritti? Non possono essere definibili

La maggior parte delle definizioni sono tautologiche:

“diritti dell’uomo sono quelli che spettano al’uomo in quanto uomo”

Oppure ci dicono qualcosa sullo Status:

“diritti dell’uomo sono quelli che appartengono, o dovrebbero appartenere, a tutti gli uomini, o di cui un uomo non può essere spogliato”.

I termini di valore sono interpretabili in modo diverso secondo l’ideologia assunta dall’interprete; infatti, in che cosa consista il perfezionamento della persona umana  lo sviluppo della civiltà, è soggetto di molti appassionanti ma insolubili contrasti. L’accordo si trova in genere, quando i disputanti, dopo molte concessioni reciproche, acconsentono nell’accettare una formula generica, che nasconde, non risolve, il contrasto: questa formula generica lascia la definizione altrettanto vaga, come le due definizioni precedenti. Però, i contrasti così accantonati rinascono quando si passa dal momento della enunciazione puramente verbale all’applicazione. il fondamento di diritti, di cui si sa soltanto che sono condizioni per la attuazione di valori ultimi, è l’appello a questi valori ultimi. Ma i valori ultimi, a loro volta, non si giustificano, si assumono: ciò che è ultimo, proprio perché è ultimo, non ha alcun fondamento. Resta il fatto che questi due tipi di definizione non consentono di elaborare una categoria dei diritti dell’uomo dai contorni netti. Ci si domanda allaora come sia possibile porre il problema del fondamento, assoluto o non assoluto, di diritti di cui non è possibile dare una nozione precisa.

b) I diritti sono fondamentali? No, dipendono dal contesto e dall’epoca storica

In secondo luogo i diritti dell’uomo costituiscono una classe variabile come la storia di questi ultimi secoli mostra a sufficienza. L’elenco dei diritti dell’uomo si è modificato e va modificandosi col mutare delle condizioni storiche. Il che prova che non vi sono diritti per loro natura fondamentali. Ciò che sembra fondamentale in un’epoca storica e in una determinata civiltà, non è fondamentale in altre epoche e in altre culture. Non si vede come si possa dare un fondamento assoluto di diritti storicamente relativi.

c) Si possono affermare nuovi diritti senza sopprimere i vecchi? Non è possibile

Oltre che mal definibile e variabile la classe dei diritti dell’uomo è anche eterogenea. Tra i diritti compresi nella stessa dichiarazione vi sono pretese molto diverse tra loro e, quel che è peggio, anche incompatibili. Non si può affermare un nuovo diritto in favore di una categoria di persone senza sopprimere qualche vecchio diritto, di cui beneficiavano altre categorie di persone: il riconoscimento del diritto a non essere resi schiavi implica l’eliminazione del diritto di possedere schiavi; il riconoscimento del diritto a non essere torturati implica la soppressione del diritto di torturare. Esempi, questi, molto semplici da comrendere, ma nella maggior parte dei casi la scelta è dubbia e richiede di essere motivata. Sembra che si debba concludere che i diritti aventi efficacia così diversa non possono avere lo stesso fondamento e soprattutto che i diritti sono assoggettabili a restrizioni, e che dunque non possono avere un fondamento assoluto, che non permetterebbe di dare una valida giustificazione alla restrizione.

Ma c’è un altro esempio di contrasto tra diritti che mette a rischio la ricerca del fondamento assoluto: quello in cui si rileva un’antinomia. Tutte le dichiarazioni recenti dei diritti dell’uomo comprendono, oltre ai tradizionali diritti individuali che consistono in libertà, i cosiddetti diritti sociali che consistono in poteri. Le prime richiedono da parte degli altriobblighi puramente negativi, di astenersi da determinati comportamenti; i secondi possono essere realizzati solo se vengono imposti ad altri un certo numero di obblighi positivi. Sono antinomici nel senso che il loro sviluppo non può procedere parallelamente: più aumentano i poteri dei singoli, più diminuiscono, degli stessi singoli, le libertà.

d) La ricerca del fondamento assoluto, qualora vi sia successo, ottiene un risultato efficace?

Si tratta insmma di sapere se la ricerca del fonamento assoluto, qualora sia coronata da successo, ottenga il risultato sperato di far conseguire più rapidamente e più efficacemente il riconoscimento e l’attuazione dei diritti dell’uomo. Prima di tutto non si può dire che i diritti dell’uomo siano stati rispettati di più nelle età in cui i dotti erano concordi nel ritenere di aver trovato per difenderli un argomento inconfutabile, cioè un fondamento assoluto: la loro derivabilità dall’essenza o dalla natura dell’uomo. In secondo luogo per la prima volta in questi decenni la maggior parte dei governi esistenti hanno proclamato di comune accordo una Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. Se la maggior parte dei governi esistenti si sono accordati in una dichiarazione comune, è segno che hanno trovato buone ragioni per farlo. Perciò, ora non si tratta tanto di cercare altre ragioni, o addirittura, come vorrebbero i giusnaturalisti redivivi, la ragione delle ragioni, ma di porre le condizioni per una più ampia e scrupolosa attuazione dei diritti proclamati.

Si ricordi che il più forte argomento addotto dai reazionari di tutti i paesi contro i diritti dell’uomo, in specie contro i diritti sociali, non è già la loro mancanza di fondamento, ma la loro inattuabilità. Il problema di fondo relativo ai diritti dell’uomo è oggi non tanto quello di giustificarli, quanto quello di proteggerli. E’ un problema non filosofico ma politico.

LE FASI TRE DELLA STORIA DEI DIRITTI

“Nella storia della formazione delle dichiarazioni dei diritti si possono distinguere almeno tre fasi.

1 – La prima fase è da ricercarsi nelle opere dei filosofi. L’idea che l’uomo in quanto tale ha dei diritti per natura che nessuno, neppure lo stato, gli può sottrarre e che egli stesso non può alienare è stata elaborata dal giusnaturalismo moderno. il suo padre è John Locke. Secondo Locke il vero stato dell’uomo non è lo stato civile ma quello naturale, cioè lo stato di natura in cui gli uomini sono liberi ed uguali. La Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo dice: “Tutti gli uomini nascono liberi ed uguali in dignità e diritti”. Il che è un modo diverso per dire che gli uomini sono per natura liberi ed eguali. In quanto teorie filosofiche, le prime affermazioni dei diritti dell’uomo sono puramente e semplicemente l’espressione di un pensiero individuale: sono universali rispetto al contenuto in quanto si rivolgono a un uomo razionale fuori dello spazio e del tempo, ma sono estremamente limitate rispetto alla loro efficacia, in quanto sono, nella migliore delle ipotesi, proposte per un futuro legislatore.

2 – Il secondo momento della storia della Dichiarazione dei diritti umani consiste dunque nel passaggio dalla teoria alla pratica, dal diritto solamente pensato al diritto attuato. In questo passaggio l’affermazione dei diritti dell’uomo acquista in concretezza ma perde in universalità. I diritti sono d’ora innanzi protetti, cioè sono veri e propri diritti positivi, ma valgono solo nell’ambito dello stato che li riconosce. Non sono più diritti dell’uomo ma del cittadino.

3 – Con la Dichiarazione del 1948 ha inizio una terza ed ultima fase in cui l’affermazione dei diritti è insieme universale e positiva.

Rispetto al contenuto, cioè alla quantità e alla qualità dei diritti elencati, la Dichiarazione non può avanzare nessuna pretesa di essere definitiva. Anche i diritti dell’uomo sono diritti storici, che emergono gradualmente dalle lotte che l’uomo combatte per la propria emancipazione e dalla trasformazione delle condizioni di vita che queste lotte producono. Basta guardare agli scritti dei primi giusnaturalisti per rendersi conto di quanto la lista dei diritti si sia allungata: Hobbes addirittura non ne conosceva che uni, il diritto alla vita (…).

Se a Locke, campione dei diritti di libertà, qualcuno avesse detto che tutti i cittadini avrebbero dovuto partecipare al potere politico e peggio ancora ottenere un lavoro remunerato, avrebbe risposto che erano pazzie. Eppure Locke aveva scrutato a fondo la natura umana; ma la natura umana che egli aveva osservato era quella del borghese o del mercante del secolo XVII e non vi aveva letto perché non poteva leggervi da quel punto di vista, le esigenze e le richieste di chi aveva un’altra natura.

LA NASCITA DELLA CONCEZIONE DEI DIRITTI

“La grande svolta ebbe inizio in Occidente dalla concezione cristiana della vita, secondo cui tutti gli uomini sono fratelli in quanto figli di Dio. Ma in realtà la fratellanza non ha di perse’ un valore morale. Tanto la storia sacra quanto quella profana più vicina a noi nascono entrambe, per una ragione su cui si sono sbizzariti gli interpreti, da un fratricidio. La dottrina filosofica che ha fatto dell’individuo e non più della società il punto di partenza per la costruzione di una dottrina della morale e del diritto è il giusnaturalismo, che può essere considerato, sotto molti aspetti, e fu certamente nelle intenzioni dei suoi creatori, la secolarizzazione dell’etica cristiana.

Mentre per Lucrezio gli uomini nello stato di natura vivevano a guisa di fiere, per Cicerone vagavano nei campi come bestie, e ancora per Hobbes nello stato di natura gli uomini si comportano gli uni contro gli altri come lupi, Locke, che fu il principale ispiratore dei primi legislatori dei diritti dell’uomo, comincia con il capitolo sullo stato di natura con queste parole: “Per bene intendere il potere politico e derivarlo dalla sua origine, si deve considerare in quale stato si trovino naturalmente tutti gli uomini, e questo è uno stato di perfetta libertà di regolare le proprie azioni e disporre dei propri possessi delle proprie persone come si crede meglio entro i limiti della legge di natura, senza chiedere il permesso o dipendere dalla volontà di nessun altro”. In princpio, dunque, secondo Locke, non era la sofferenza, la miseria, la dannazione dello “stato ferino”, come l’avrebbe chiamato Vico, ma uno stato di libertà, se pure entro i limiti delle leggi. Proprio partendo da Locke si capisce bene che la dottrina dei diritti naturali presuppone una concezione individualistica della società e quindi dello stato, continuamente contrastata dalla ben più solida e antica concezione organica, secondo cui la società è un tutto, e il tutto è al di sopra delle parti. La concezione individualistica ha stentato a farsi strada perché è stata generalmente considerata fomentatrice di disunione, di discordia, di rottura dell’ordine costituito. In Hobbes colpisce il contrasto fra il punto di partenza individualistico (nello stato di natura vi sono soltanto individui senza legami fra loro, ciascuno chiuso nella propria sfera d’interessi in contrasto con gli interessi di tutti gli altri) e la persistente raffigurazione dello stato come sovrano un corpo in grande, un “uomo artificiale”, in cui il sovrano è l’anima, i magistrati le giunture, pene e premi sono i nervi ecc.La concezione organica è tanto persistente che ancora alle soglie della Rivoluzione francese che proclama i diritti del’individuo di fronte allo stato, Edmund Burke scrive: “gli individui passano come ombre, ma lo stato è fisso e stabile”. E dopo la Rivoluzione francese nel periodo della Restaurazione, Lamennais accusa l’individualismo di “distruggere la vera idea dell’obbedienza e del dovere, con ciò distruggendo il potere e il diritto”. Dopodiché si domanda: “E che cosa allora rimane se non una terrificante confusione di interessi, passioni e opinioni diverse?”.

Concezione individualistica significa che prima viene l’individuo, si badi, l’individuo singolo, che ha valore di per se stesso, e poi viene lo stato e non viceversa, che lo stato è fatto per l’individuo e non l’individuo per lo stato, anzi, per citare il famoso articolo 2 della Dichiarazione dell’89, la conservazione dei diritti naturali e imprescrittibili dell’uomo è “lo scopo di ogni associazione politica”. In questa inversione del rapporto fra individuo e stato viene invertito anche il rapporto tradizionale fra diritto e dovere. Nei riguardi dell’individuo vengono d’ora innanzi prima i diritti e poi i doveri; nei riguardi dello stato prima i doveri e poi i diritti (…).

LO STATO DI DIRITTO

E’ con la nascita dello stato di diritto che avviene il passaggio finale dal punto di vista del principe a quello dei cittadini. Nello stato dispotico i singoli individui hanno solo doveri e non diritti. Nello stato assoluto gli individui vantano nei riguardi del sovrano diritti privati. Nello stato di diritto l’individuo ha verso lo stato non solo diritti privati ma anche diritti pubblici. Lo stato di diritto è lo stato dei cittadini.

L’EREDITA’ DELLA GRANDE RIVOLUZIONE

Con la Rivoluzione francese è entrata prepotentemente nell’immaginazione degli uomini l’idea di un evento politico straoridnario che, rompendo la continuità del corso storico, segna la fine ultima di un’epoca e il principio primo di un’altra. Due date, molto vicine fra loro, possono essere elevate a simbolo di questi due momenti: il 4 agosto 1789, la rinuncia dei nobili ai loro privilegi segna la fine del regime feudale; il 26 agosto, l’approvazione della Dichiarazione dei diritti dell’uomo segna il principio di un’era nuova. Di fatto, la Dichiarazione del 26 agosto era stata preceduta alcuni anni prima dalle dichiarazioni dei diritti di alcune colonie americane in lotta contro la madre patria. Il raffronto tra le due rivoluzioni e le rispettive enunciazioni dei diritti fondamentali è un tema rituale, che comprende tanto un giudizio di fatto sul rapporto tra i due eventi, quanto un giudizio di valore, sulla superiorità morale e politica dell’uno sull’altro.

Mentre un popolo nuovo come quello americano era disposto a ricevere “libertà in tutta la sua energia”, un popolo come il francese composto di una moltitudine immensa di sudditi senza proprietà si attendeva dal governo “più la sicurezza del lavoro che li rende indipendenti che non la libertà”.
Il rapporto politico, ovvero il rapporto tra governanti e governati, tra dominanti e dominati, tra principe e popolo, tra sovrano e sudditi, tra stato e cittadini, è un rapporto di potere. Tradizionalmente, sia nel pensiero politico classico sia nel pensiero medievale prevalente, il rapporto politico è stato considerato come un rapporto diseguale, in cui uno dei due soggetti del rapporto sta in alto, l’altro sta in basso.

La raffigurazione del potere politico è avvenuta attraverso metafore che illuminano bene questo punto di vista: se il governatore è il pastore, i governati sono il gregge; se il governante è il nocchiero, il popolo è la ciurma che deve ubbidire; se il governante è il padre, i sudditi sono paragonati ai figli che debbono ubbidire ai comandi del padre. Sia Locke che Kant sono due giusnaturalisti, ovvero due pensatori che hanno ormai compiuto quel capovolgimento di prospettiva. Perché potesse avvenire questo capovolgimento di punti di vista, da cui nasce il pensiero politico moderno, era necessario che fosse abbandonata la teoria del tradizionale che altrove ho definito il modello aristotelico, secondo cui l’uomo è un animale politico che nasce in un gruppo sociale,  la famiglia, e perfeziona la propria natura in quel gruppo sociale.

Sinteticamente, sino a che gli individui venivano considerati come originariamente membri di un gruppo sociale naturale, come la famiglia che era un gruppo organizzato gerarchicamente, non nascevano ne’ liberi, perché sottoposti all’autorità paterna, ne’ eguali, perché il rapporto tra padre e figli è un rapporto da superiore a inferiore. Solo ipotizzando uno stato originario senza società ne’ stato si può sostenere l’audace principio contro-intuitivo e chiaramente antistorico che gli uomini nascono liberi ed uguali, come si legge nelle parole con cui la Dichiarazione ha solennemente inizio: “Gli uomini nascono e restano liberi ed uguali in diritti”. Che gli uomini nascano liberi ed uguali è un’esigenza della ragione. E’ una ipotesi che permette di capovolgere radicalmente la concezione tradizionale secondo cui il potere politico procede dall’alto in basso e non viceversa. Secondo la concezione individualistica della società e della storia, l’individuo viene prima, la società viene dopo. Anche questo principio si trova solennemente affermato nella Dichiarazione all’articolo 2.

CONTRO LA PENA DI MORTE

A giudicare dalla disputa pro e contro la pena di morte, come si è visto, si direbbe che i fautori della pena di morte seguano una concezione etica della giustizia mentre gli abolizionisti sono seguaci di una teoria utilitaristica. Ridotti all’osso i due ragionamenti opposti potrebberro essere riassunti in queste due affermazioni. Per gli uni “la pena di morte è giusta”, per gli altri “la pena di morte non è utile”. Giusta per i primi, indipendentemente dalla sua utilità. Il ragionamento kantiano da questo punto di vista è ineccepibile: considerare il condannato a morte uno spauracchio, significherebbe ridurre la persona a mezzo, oggi si direbbe che la si strumentalizza. Menre per colo che partono dalla teoria della retribuzione, la pena di morte è un male necessario (e forse anche un bene, come abbiamo visto in Hegel, perché sosttuisce l’ordine violato), per colo che partono dalla teoria intimidatrice la pena di morte è un male non necessario, e quindi non può essere in alcun modo considerata come un bene.

Gli abolizionisti si pongono dal punto di vista del criminale, gli antiabolizionisti da quello delle vittime. Chi ha più ragione? A proposito della tesi utilitaristica: il limite della tesi sta in una pura e semplice presunzione che la pensa di morte non serva a diminuire i delitti di sangue. Ma se si riuscisse a dimostrare che li previene? Ecco allora che l’abolizionista deve far ricorso a un’altra istanza, a un argomento di carattere morale. E questo argomento non può essere desunto che dall’imperativo morale: “non uccidere”, da accogliersi come un principio che ha valore assoluto. Ma come? Si potrebbe ribattere, l’individuo singolo ha diritto di uccidere per legittima difesa e la collettività no? Si risponde: la collettività non ha questo diritto perché la legittima difesa nasce e si giustifica soltanto come risposta immediata in stato di impossibilità di fare altrimenti. In altre parole, la condanna a morte in seguito a un procedimento non èiù un omicidio per legittima difesa ma un omicidio legale, legalizzato, perpetrato a freddo, premeditato. Lo Stato non può porsi sullo stesso piano del singolo individuo. L’individuo singolo agisce per rabbia, per passione, per interesse, per difesa. Lo Stato risponde meditatamente, riflessivamente, razionalmente. Anch’esso ha il dovere di difendersi. Ma è troppo più forte del singolo individuo per aver bisogno di spegnerne la vita a propria difesa.

IL FUTURO DELLA DEMOCRAZIA

“Lo Stato liberale è il presupposto non solo storico ma giuridico dello stato democratico: è poco probabile che uno Stato non liberale possa assicurare un corretto funzionamento della democrazia, e d’altra parte è poco probabile che uno stato non democratico sia in grado di garantire le libertà fondamentali. La prova storica di questa interdipendenza sta nel fatto che stato liberale e stato democratico, quando cadono, cadono insieme”.

LA NASCITA DELLA SOCIETA’ PLURALISTICA

“La dottrina democratica aveva immaginato uno stato senza corpi intermedi, caratteristici della società corporativa delle città medievali, una società politica in cui tra il popolo sovrano composto da tanti individui e i suoi rappresentanti non vi fossero le società particolari deprecate da Rosseau. Quello che è avvenuto negli stati democratici è perfettamente l’opposto: soggetti politicamente rilevanti sono diventati sempre più gruppi, grandi organizzazioni, associazioni della più diversa natura, sindacati delle più diverse professioni, partiti delle più diverse ideologie, e sempre meno degl individui. I gruppi e non gli individui sono i protagonisti della vita politica in una società democratica. La realtà che abbiamo sotto gli occhi è quella di una società centrifuga, che non ha un solo centro di potere (la volontà generale di Rosseau), ma ne ha molti. Il modello dello stato democratico fondato sulla sovranità popolare che era stato ideato a immagine e somiglianza della sovranità del principe era il modello di una società monistica. La società reale, sottostante ai governi democratici, è pluralistica”.

IL POTERE INVISIBILE

“Inutile dire che il controllo pubblico del potere è tanto più necessario in un’età come la nostra in cui gli strumenti tecnici di cui può disporre chi detiene il potere per conoscere capillarmente tutto quel che fanno i cittadini è enormemente aumentato, è praticamente illimitato. Se ho manifestato qualche dubbio che la computer-crazia possa giovare alla democrazia governata, non ho alcun dubbio sul servizio che può rendere alla democrazia governante.

l’ideale del potente è sempre stato quello di vedere ogni gesto e di ascoltare ogni parola dei suoi soggetti: questo ideale oggi è raggiungibile. Nessun despota dell’antichità, nessun monarca assoluto dell’età moderna, pur circondato da mille spie, è mai riuscito ad avere sui suoi sudditi tutte quelle informazioni che il più democratico dei governi può attingere dall’uso di cervelli elettronici. la vecchia domanda che percorre tutta la storia del pensiero politico: “Chi custodisce i custodi?”. Se non si riuscirà a trovae una risposta adeguata a questa domanda, la democrazia, come avvento del governo visibile, è perduta.

Più che di una promessa non mantenuta si tratterebbe in questo caso addirittura di una tendenza contraria alle premesse: la tendenza non già verso il massimo controllo del potere da parte dei cittadini ma al contrario verso il massio controllo dei sudditi da parte del potere”.

IL GOVERNO DEI TECNICI

“Via, via che le società sono passate da un’economia familiare ad un’economia di mercato, da un’economia di mercato ad un’economia protetta, regolata, pianificata, sono aumentati i problemi politici che richiedono competenze tecniche.

Tecnocrazia e democrazia sono antitetiche: la democrazia si regge sulla ipotesi che tutti possano decidere tutto. La tecnocrazia, al contrario, pretende che chiamati a decidere siano i pochi che se ne intendono”.

L’AUMENTO DELL’APPARATO

“Il secondo ostacolo non previsto e sopraggiunto è stata la continua crescita dell’apparato burocratico, di un apparato di potere ordinato gerarchicamente.

Dal momento che il voto fu esteso agli analfabeti era inevitabile che costoro chiedessero allo stato di istituire scuole gratuite, e quindi di sobbarcarsi un onere che era sconosciuto allp stato delle oligarchie tradizionali e della prima oligarchia borghese. Quando il diritto di voto fu esteso anche ai no proprietari, ai nullatenenti, a coloro che non avevano altra proprietà che quella della forza-lavoro, ne venne di conseguenza che costoro chiedessero allo stato la protezione contro la disoccupazione, e via via assicurazioni sociali contro le malattie, contro la vecchiaia, provvidenze in favore della maternità, case a buon mercatto, ecc. Così è avvenuto che lo stato dei servizi, lo stato sociale, piaccia o non piaccia, è stato la risposta a una domanda venuta dal basso, a una domanda, nel pieno senso della parola, democratica“.

APPELLO AI VALORI

L’ideale della tolleranza. Se oggi c’è una minaccia alla pace nel mondo questa viene ancora una volta dal fanatismo, ovvero dalla credenza cieca nella propria verità e nella forza capace d’imporla. Inutile fare esempi.

L’ideale della non violenza. Non ho mai dimenticato l’insegnamento di Karl Popper secondo cui ciò che distingue essenzialmente un governo democratico da uno non democratico è che soltanto nel primo i cittadini si possono sbarazzare dei loro governanti senza spargimento di sangue.

L’ideale del rinnovamento della società. Rinnovamento della società attraverso il dibattito delle idee e il cambiamento delle mentalità e del modo di vivere: solo la democrazia permette la formazione e l’espansione delle rivoluzioni silenziose, com’è stato in questi ultimi decenni la trasformazione del rapporto tra i sessi: che è forse la maggiore rivoluzione dei nostri tempi.

L’ideale della fratellanza. Gran parte della storia umana è una storia di lotte fratricide”.

DEMOCRAZIA RAPPRESENTATIVA E DEMOCRAZIA DIRETTA

L’individuo rousseauiano chiamato a partecipare dalla mattina alla sera per esercitare i suoi doveri di cittadino sarebbe non l’uomo totale ma il cittadino totale. E il cittadino totale non è a ben guardare che l’altra faccia non meno minacciosa dello stato totale. Non a caso la democrazia rousseauiana è stata spesso interpretata come democrazia totalitaria in polemica con la democrazia liberale.

Il cittadino totale e lo stato totale sono le due facce della stessa medaglia, perché hanno in comune, se pur una volta considerato dal punto di vista sel popolo, l’altra volta dal punto di vista del principe, lo stesso principio: che tutto è politica, ovvero la riduzione di tutti gli interessi umani agli interessi della polis, la politicizzazione intergale dell’uomo, la risoluzione dell’uomo nel cittadino, la completa eliminazione della sfera privata nella sfera pubblica, e via dicendo (…).

(…) Democrazia rappresentativa. Una volta mesi d’accordo che A deve rappresentare B, si diano alla domanda: “Come lo rappresenta?”, 3 “Che cosa rappresenta?”. Alla prima: A può rappresentare B o come delegato o come fiduciario. Se è delegato, A è puramente e semplicemente un portavoce, un nunzio, un legato, un messo, dei suoi rappresentanti, e quindi il suo mandato è estremamente limitato e revocabile. Se è invece un fiduciario, A ha il potere di agire con una certa libertà in nome e per conto dei rappresentanti in quanto, godendone la fiducia, può interpretarne a propria discrezione i loro interessi. In questo secondo caso si dice che A rappresenta B senza vincolo di mandato (…).

(…) Anche nella seconda domanda (sul “che cosa”) si possono dare due risposte: A può rappresentare B rispetto ai suoi interessi generali di cittadino, oppure rispetto ai suoi interessi particolari, per esempio, di operaio, di commerciante, di professionista ecc. Da notare che la differenza sul “che cosa” si ripercuote anche sulla differenza sul “chi”" (…).

Le democrazie rappresentative che noi conosciamo sono democrazie in cui per rappresentante s’intende una persona che ha queste due caratteristiche ben precise: a) in quanto gode della fiducia del corpo elettorale, una volta eletto non è più responsabile di fronte ai propri elettori e quindi non è revocabile; b) non è responsabile direttamente di fronte ai suoi elettori appunto perché egli è chiamato a tutelare gli interessi generali della società civile e non gli interessi particolari di questa o quella categoria.

(…) Una conseguenza del sistema è che, come ho detto poc’anzi, i rappresentanti, in quanto non sono rappresentanti di categoria, ma sono per così dire i rappresentanti degli’interessi generali, hanno finito per costituire una categoria a se stante che è quella dei politici di professione, cioè di coloro, che per esprimermi con la definizione efficacissima di Max Weber, non vivono soltanto per la politica ma vivono di politica (…).

(…) La richiesta della revoca di mandato da parte degli elettori sulla base critica al divieto di mandato imperativo, è proprio del pensiero politico marxistico. Il principio fu ripreso e ribadito più volte da Lenin, ed è trapassato come principio normativo nelle varie costituzioni sovietiche. L’art. 105 della costituzione vigente dice: “il deputato ha l’obbligo di riferire agli elettori sulla sua attività e sull’attività dei Soviet. Il deputato che non si sia mostrato degno della fiducia degli elettori può essere privato del mandato in qualsiasi momento per decisione della maggioranza degli elettori secondo le modalità previste dalla legge”. Questo principio è stato trasmesso alla maggior parte delle costituzioni delle democrazie popolari.

IL PLURALISMO

(…) Che cosa significa che la democrazia dei moderni deve fare i conti con il pluralismo? Significa che la democrazia di uno stato moderno non può essere che una democrazia pluralistica. La teoria democratica prende in considerazione il potere autocratico, cioè il potere che parte dall’alto, e ritiene che il rimedio a questo tipo di potere non possa essere che il potere dal basso. La teoria pluralistica prende in considerazione il potere monocratico, cioè il potere concentrato in una sola mano, e ritiene che il rimedio a questo tipo di potere sia il potere distribuito. La diversità di questi due rimedi dipende dal fatto che potere autocratico e potere monocratico non sono la stessa cosa: dagli esempi addotti la repubblica di Rosseau è insieme democratica e monocratica, mentre la società feudale è insieme autocratica e politocratica.

Ma se potere autocratico e potere monocratico non sono la stessa cosa, sono possibili due tipi ideali di stati: lo stato che è insieme monocratico e autocratico, di cui l’esempio storico più noto è la monarchia assoluta attraverso cui si è venuto formando lo stato moderno, e lo stato democratico e politocratico in cui io vedo la caratteristica della democrazia dei moderni.

In altre parole la democrazia dei moderni è quello stato in cui la lotta contro l’abuso del potere viene condotta parallelamente su due fronti, contro il potere dall’alto in nome del potere dal basso, contro il potere concentrato in nome del potere distribuito (…).

IL DISSENSO IN DEMOCRAZIA

(…) Perché ci sia democrazia basta il consenso della maggioranza. Ma appunto il consenso della maggioranza implica che vi sia una minoranza di dissenzienti. Che cosa facciamo di questi dissenzienti una volta ammesso che il consenso unanime è impossibile e che là dove si dice che vi sia, è un consenso organizzato, manipolato, manovrato e quindi fittizio, è il consenso di chi, per ripetere il famoso detto di Rousseau, è obbligato ad essere libero? Del resto, che valore ha il consenso dove il dissenso è proibito? I dissenzienti li sopprimiamo o li lasciamo sopravvivere? E se li lasciamo sopravvivere, li recintiamo o li lasciamo circolare, li imbavagliamo o li lasciamo parlare, li espelliamo come reprobi o li teniamo fra di noi come liberi cittadini?”.

I VINCOLI DELLA DEMOCRAZIA

“Il reflusso della politica è di 3 tipi: 1) Il distacco dalla politica, 2) la rinuncia alla politica, 3) il rifiuto della politica.

Il distacco: il primo trova la sua espressione più incisiva nella formula: “Non tutto è politica”. Una formula che è l’antitesi netta della onnipervadenza della politica che fu uno dei grandi motivi ideali e pratici della generazione del ‘68. La politicizzazione integrale della propria vita è la via che conduce allo stato totale e a quello che Dahrendorf ha chiamato cittadino totale, per cui la polis è tutto e il singolo è niente.

La rinuncia: il secondo atteggiamento, quello della rinuncia, può essere riassunto in un’altra formula: “La politica non è di tutti”. La differenza fra le due situazioni è abbastanza chiara e non richiede un particolare commento. La prima riguarda i limiti dell’attività politica, la seconda i limiti dei soggetti che sono chiamati a partecipare a questa attività. Quando dico “non tutto è politica”, posso voler dire due cose diverse: a) l’esperienza storica dimostra che la politica non è una sola delle attività fondamentali dell’uomo; b) è migliore la società in cui la politica non pervade tutta la vita dell’uomo. Analogamente quando dico “la politica non è di tutti”, posso voler dire: a) che la politica sia fatta da pochi è una realtà storica che non ha avuto smentite, anche nelle società cosiddette democratiche; b) migliore è la società in cui esiste una certa divisione del lavoro e la maggior parte delle persone sono libere dall’impegno quotidiano di occuparsi degli affari pubblici.

Il rifiuto: il terzo atteggiamento, che ho chiamato del rifiuto della politica, è più esclusivo dei primi due, ed è forse quello che per il suo radicalismo caratterizza megio il fenomeno del reflusso”.

LA DEMOCRAZIA E IL POTERE INVISIBILE

Vi è niente di segreto nel Governo Democratico? Tutte le operazioni dei governanti devono essere note al Popolo Sovrano, eccetto qualche misura di sicurezza pubblica, che gli si deve far conoscere quando il pericolo è cessato. Questo brano è esemplare perché enuncia in pochi tratti uno dei principi fondamentali dello stato costituzionale: la pubblicità è la regola, il segreto l’eccezione, e a ogni modo è un’eccezione che non deve far venire la regola, giacché la segretezza è giustificata non diversamente da tutte le misure eccezionali, soltanto se è limitata nel tempo.

Che tutte le decisioni e più in generale gli atti dei governanti debbano essere noti al popolo sovrano è sempre stato considerato uno dei cardini del regime democratico, definito come il governo diretto del popolo o controllato dal popolo (…).

(…) A immagine e somiglianza del Dio nascosto, il sovrano è tanto più potente, e quindi tanto più adempie alla sua funzione di governare sudditi indotti e indocili, quanto meglio riesce a vedere quello che fanno i suoi sudditi senza farsi vedere. L’ideale del sovrano equiparato al Dio terreno è quello di essere, al pari di Dio, l’onniveggente invisibile. Il rapporto politico, cioè il rapporto fra governante e governato, può essere raffigurato come un rapporto di scambio, un sinallagama, dorebbe un giurista, in cui il governante presta protezione in cambio di obbedienza. Ora chi protegge ha bisogno di avere mille occhi come quelli di Argo, chi obbedisce non ha bisogno di vedere alcunché. Tanto è oculata la protezione altrettanto cieca l’obbedienza”.

LIBERALISMO VECCHIO E NUOVO

“Lo stato liberale è lo stato che ha consentito alla perdita del monopolio del potere ideologico, attraverso la concessione dei diritti civili, fra i primi, del diritto alla libertà religiosa e di opinione politica, e alla perdita del monopolio economico, attraverso la concessione della libertà economica, e ha finito per conservare unicamente il monopolio della forza legittima (…).

(…) Attraverso il monopolio della forza legittima, e legittima perché regolata dalle leggi, lo stato deve assicurare la libera circolazione di idee, e quindi la fine dello stato confessionale, e di ogni forma di ortodossia, e la libera circolazione dei beni, e quindi l’ingerenza dello stato nell’economia (…).

(…) Il rinato interesse per il pensiero liberale ha due facce: per un verso è la rivendicazione dei vantaggi dell’economia di mercato contro lo stato interventista, per l’altro verso è la rivendicazione dei diritti dell’uomo contro ogni nuova forma di dispotismo.

Entrambi questi gruppi di rivendicazioni sono polemicamente diretti contro le uniche due forme di socialismo sinora realizzate, contro il socialismo democratico, il primo gruppo, contro il socialismo dei paesi dominanti dall’Unione Sovietica, il secondo gruppo. Da un punto di vista storico, quindi, si potrebbe interpretare la riscoperta del liberalismo come un tentativo di rivincita del liberalismo reale, dato per morto, contro il socialismo reale, nelle due uniche versioni storiche della socialdemocrazia che ha prodotto lo stato-benessere, e del comunismo (…).

(…) Sotto entrambi gli aspetti, economico e politico, il liberalismo è la dottrina dello stato minimo: lo stato è un male necessario, ma un male. Non si può fare a meno dello stato, e quindi niente anarchia, ma la sfera in cui si estende il potere politico (che è il potere di mettere in galera le persone) sia ridotta ai minimi termini. Contrariamente a ciò che si dice di solito, l’antitesi dello stato liberale non è lo stato assoluto, se per stato assoluto s’intende lo stato in cui il potere del sovrano non è controllato da assemblee rappresentative, è un potere che scende dall’alto al basso. L’antitesi dello stato assoluto è lo stato democratico, o più precisamente lo stato rappresentativo che attraverso il progressivo allargamento dei diritti politici sino al suffragio universale si trasforma a poco a poco in stato democratico. L’antitesi dello stato liberale è lo stato paternalistico che si prende cura dei sudditi come se fossero eterni minorenni, e provvede alla loro felicità (…).

(…) Ma lo stato paternalistico di oggi è la creazione non del principe illuminato ma dei governi democratici”.

IL MERCATO POLITICO

“Quando i titolari dei diritti politici erano soltanto i proprietari era naturale che la maggior richiesta rivolta al potere politico fosse quella di proteggere la libertà della proprietà e dei contratti. Dal momento in cui i diritti politici sono stati estesi ai nullatenenti e agli analfabeti, è diventato altrettanto naturale che ai governanti, che oltre tutto si proclamavano e in un certo senso erano rappresentanti del popolo, so chiedesse lavoro, provvidenze per coloro che non possono lavorare, scuole gratuite, e via via, perché no?, case a buon mercato, cure mediche ecc. La nostra costituzione non è una costituzione socialista, ma tutte queste esigenze sono riconosciute come la cosa più ovvia di questo mondo, e trasformate addirittura in diritti”.

LIBERALISMO E DEMOCRAZIA SONO COMPATIBILI?

“Mi preme mettere in evidenza che liberalismo e democrazia che da un secolo almeno a questa parte sono sempre stati considerati, la seconda, come la naturale prosecuzione del primo, mostrano di non essere più del tutto compatibili, una volta che la democrazia sia stata spinta sino alle streme conseguenze della dmeocrazia di massa, o meglio dei partiti di massa, il cui prodotto è lo stato asistenziale.

I RAPPRESENTANTI DEL PARLAMENTO: I PARTITI

“Oggi chi considera come si prendono le decisioni in Parlamento (…) deve ammettere che una dizione come quella dell’art.67 della Costituzione “ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione” suona falsa, se non addirittura ridicola. Ogni membro del Parlamento rappresenta prima di tutto il proprio partito, così come in uno stato di ceti, il delegato rappresentava prima di tutto gli interessi del proprio ceto.

Le società parziali che Rousseau voleva coerentemente bandire dalla sua repubblica proprio perché avrebbero fatto valere interessi di parte non solo non sono scomparse con l’avvento della democrazia, ma sono enormemente aumentate sia per effetto dello stesso sviluppo della democrazia da cui sono nati i grandi partiti di massa, sia in conseguenza della formazione di grandi organizzazioni per la difesa d’interessi economici nelle società industriali”.

GIOVANNI SARTORI (1924)

LA DEMOCRAZIA IN 30 LEZIONI

TITOLARITA’ ED ESERCIZIO

“Che cos’è il potere? Il potere è una relazione: un individuo ha potere su di un altro perché gli fa fare quel che altrimenti non farebbe. Robonson Crusoe, solo sull’isola dov’è naufragato, finché solo non ha alcun potere, lo acquista soltanto quando arriva Venerdì (…).

(…) Occorre distinguere tra la toitolarità e l’esercizio del potere. La titolarità dice: il potere mi spetta di diritto. Sì, ma qui abbiamo soltanto un diritto. E quello che conta è l’esercizio. Il potere effettivo è di chi lo esercita. La domanda cruciale, allora, è: come si fa ad attribuire al popolo, titolare del diritto, il diritto-potere di esercitarlo? La risposta è che la soluzione di questo problema viene cercata, in una democrazia rappresentativa, nella trasmissione rappresentativa del potere”.

PERFEZIONISMO E UTOPIA

“E’ pacifico che in una dmeocrazia gli ideali sono importanti. Sono importanti, ho già detto, perché senza ideali una democrazia non sarebbe (…).

(…) Cos’è un ideale? Ovviamente è una reazione al reale. Non siamo mai contenti della realtà così com’è, e perciò la vorremmo come ci viene delineata dagli ideali.  Quindi possiamo definire l’ideale un “contro-reale”.

DEMOCRAZIA REFERENDARIA E DIRETTISMO

“La democrazia referendaria è un animale che non esiste ancora ma aleggia nell’aria: è un sistema politico nel quale il demos decide direttamente le singole questioni non più assieme, ma separatamente e in solitudine. E la democrazia eletteronica ne costituisce l’incarnazione più avanzata. Qui il cittadino siede ad un tavolino davanti a un computer e ogni sera, mettiamo, gli arrivano dieci domande alle quali è tenuto a rispondere “sì” o “no” premendo un tasto. Con questo sistema arriviamo all’autogoverno integrale. Tecnologicamente la cosa è ormai fattibilissima. Ma è da fare? Il presupposto e la condizione necessaria di questi sviluppi è che per passare dalla democrazia elettorale fondata sull’opinione pubblica a una democrazia nella quale il demos decide da sé ogni questione occore un nuovo demos, un popolo che sia davvero informato e competente. Altrimenti il sistema diventa suicida. Se affidiamo agli anlfabeti (politici) il potere di decidere questioni su cui non sanno niente, allora povera democrazia e poveri noi”.

DEMOCRAZIA VERTICALE

“Democrazia verticale è la democrazia come sistema di governo, e quindi come struttura gerarchica. E qui ci imbattiamo nell’accusa che da sempre si fa alla democrazia: com’è che il comando della maggioranza si trasforma in comando di minoranza o minoranze? E’ che questo termine “maggioranza” ha parecchi significati, ma soprattutto due. Maggioranza nel senso di criterio maggioritario, oppure nel senso di maggior numero. Democrazia è comando della maggioranza se per maggioranza si intende che la democrazia si sottopone, nel decidere, alla “regola maggioritaria”; ma non è comando della maggioranza se per questo si intende che il maggior numero governi e il minor numero sia governato”.

CHI ATTACCA LA DEMOCRAZIA OCCIDENTALE: SCHUMPETER

“I moltissimi che denunciano le democrazie occidentali come false democrazie non sanno poi spiegare come mai i nostri “falsi” siano pur sempre diversi, anzi diversissimi, dalle non-democrazie. E non lo sanno spiegare perché non hanno mai capito come la democrazia si produca. Chi lo ha spiegato meglio di ogni altro è stato Schumpeter: “il metodo democratico è quell’accorgimento isituzionale per arrivare a decisioni politiche in virtù del quale alcune persone acquistano il potere di decidere mediante una lotta competitiva per il voto popolare”. Le organizzazioni sono in concorrenza tra loro, e la concorrenza politica, come tutte le concorrenze, si rivolge a un consumatore che è l’elettore, promettendogli vantaggi e benefici”.

L’AUTOCRAZIA E’ IL CONTRARIO DI DEMOCRAZIA

“Si diceva che la domanda “cosa è democrazia” porta a stabilire il contrario di democrazia. E questo contrario deve anch’esso avere un nome. La non-democrazia come si chiama? (…).

(…) Cominciamo con “autoritarismo”, che viene da “autorità”, ed è stato coniato dal fascismo come termine apprezzativo, per poi essere rovesciato con la sconfitta del fascismo e del nazismo, per denotare la “cattiva autorità”, e cioè un abuso e un eccesso di autorità che schiacciano la libertà- In tal caso direi che oggi, più che rappresentare l’opposto di democrazia, il termine autoritarismo sta a significare il contrario di libertà. (…)

(…) Totalitarismo viene da “totalità” e quindi esprime l’idea di qualcosa che abbraccia e pervade tutto. Qui, invece, conta l’astensione e la penetrazione del potere nel tessuto sociale; il che basta a indicare che nemmeno totalitarismo costituisce un buon contrario di democrazia. (…)

(…) Ho lasciato per ultimo “autocrazia”, perché è il contrario di democrazia. Con questo termine il confine tra democrazia e non-democrazia diventa netto. Autocrazia è autoinvestitura, è proclamarsi capo da sé, oppure essere capo per diritto ereditario. Laddove il principio democratico è che nessuno si possa investire da sé, che nessuno si possa autoproclamare capo, e che nessuno possa ereditare il potere. Allora la democrazia è “non autocrazia”".

DEMOCRAZIA ANTICA E MODERNA

“Mentre la democrazia degli antichi (così come tutti i successivi direttismi) si traduce in decisioni a somma nulla, la democrazia dei moderni si traduce in decisioni a somma positiva. La prima suddivideva il demos in vincitori e vinti, la seconda consente a tutti di ottenere qualcosa. Direi che è meglio.

IL PLURALISMO

“Occupiamoci dell’antenato del liberalismo, il pluralismo. Tutto cominciò dal momento nel quale si capiì che il dissenso, la diversità di opinioni, il contrasto, non sono necessariamente un male. Certo, la guerra civile e i conflitti armati tra fazioni portano alla rovina degli Stati. Ma tra una concordia forzata da un lato e il combattersi in armi dall’altro esiste una vasta area intermedia di diversità e di libertà delle idee e dei comportamenti che non minaccia l’ordine politico-sociale, ma anzi lo arricchisce. Allora, quando si affacciò l’idea che è nella differenza e non nell’uniformità che risiede il lievito e il più vitale alimento del convivere?

Tra il 1562 e il 1648, di fronte a terribili devastazioni e crudeltà delle guerre di relgione, si cominciò a guardare con sospetto l’unanimità e ad apprezzare il dissent e la varietà. Ed è su questa rivoluzionaria inversione di prospettive che si è andata costruendo a pezzi e bocconi la civiltà liberale; ed è per questo tramite che si arriva alle attuali democrazie. L’autocrazia, i dispotismi, le dittature sono il mondo di un unico colore. Invece, la democrazia dei moderni è un mondo multicolore. Attenzione: è soltanto la liberal-democrazia che viene strutturata sulla diversità. Siamo noi e non i greci ad avere scoperto come costruire un ordine politico attraverso il molteplice.

Chi ha scoperto il pluralismo? Nessuno in particolare. Siccome l’idea emerge nell’età della Riforma protestante, è abbastanza ovvio che lo sguardo si volga sui riformatori e in particolari sulle sette puritane. Ma non è precisamente così. Certo, il protestantesimo ha frammentato, e in questo senso pluralizzato, il credere cristiano in Dio. Certo, ai puritani va il merito di avere sciolto il nodo fra ciò che appartiene a Dio, la sfera della religione, e ciò che appartiene a Cesare, la sfera dello Stato. Ma il contributo dei puritani alla scoperta del pluralismo non va esagerato.

E’ vero che invocava la libertà di coscienza e di opinione, ma la invocava per sé, perché erano in minoranza; per essere poi prontissimi a negarla agli altri. In verità, i puritani erano tanto intolleranti quanto i loro nemici, e per la maggior parte di loro “democrazia” e “libertà” erano parole e realtà spregevoli. I meriti dei puritani nel creare il sistema di valori e credenze che ha a sua vlta generato la civiltà liberale sono indubbi, ma sono largamente da ascrivere al novero delle conseguenze impreviste.

Difficile, quindi, trovare dei padri certi del pluralismo. Possiamo però fermare i punti che lo caratterizzano.

Primo: il pluralismo deve essere concepito come credenza di valore.
Secondo: il pluralismo presuppone e comporta “tolleranza”; e quindi si afferma negando dogmatismo, il fideismo e il fanatismo.
Terzo: il pluralismo richiede che la Chiesa sia separata dallo Stato e che la società civile sia autonoma da entrambe.

Il pluralismo è minacciato sia dallo Stato che è braccio secolare di una Chiesa, sia dallo Stato che politicizza la società. A Dio quel che è di Dio, a Cesare quel che è di Cesare, e alla società civile quello che non è né di Dio né di Cesare. Questa è la visione del mondo che porta al liberalismo e, poi, alla democrazia liberale.

Si intende che questa è una visione del mondo che fino a oggi resta tipicamente occidentale. L’Islam la rifiuta categoricamente, e in Africa non ha radici di sorta. Ma questo non è una buona ragione per fare marcia indietro e nemmeno annacquarla”.

EGUAGLIANZA

“E’ Aristotele che distingue tra eguaglianza “aritmetica” (o numerica) ed eguaglianza “proporzionale”. La regola dell’eguaglianza aritmetica è: lo stesso a tutti. La regola della eguaglianza proporzionale è: lo stesso agli stessi e perciò il diverso (cose diverse) ai diversi. Nel primo caso, tutti devono avere un piede numero 42 e vengono fornite solo scarpe di quel numero. Nel secondo caso, ogni piede ha il suo numero e perciò le scarpe hanno misure diverse.

Eguali leggi sono leggi identiche per tutti, ma l’uguaglianza fiscale, per esempio, è proporzionale alla ricchezza dei cittadini: tasse eguali per eguali, ma diseguali per diseguali. Quella che oggi ci interessa di più è “l’eguaglianza di opportunità”. In una prima accezione le eguali opportunità sono date da un eguale accesso. Nella seconda sono date da eguali partenze. Nel primo caso si chiede eguale riconoscimento per eguali meriti ed eguali capacità. Pertanto questa eguaglianza promuove una meritocrazia. Nel secondo caso si chiede che le condizioni di partenza vengano rese eguali. La prima è l’eguaglianza liberale, la seconda è l’eguaglianza marxista.

Chi rinunzia alla libertà in cambio di pane è soltanto uno stupido. Se la libertà non dà pane, è ancor più vero che non lo dà la mancanza di libertà”.

DEMOCRAZIA NON SIGNIFICA CRESCITA DEL BENESSERE

“Dire che non c’è sviluppo se non c’è libertà, e che non c’è crescita senza democrazia è una falsità. Queste tesi sono soltanto retoriche (suonano bene) e sono sicuramente false. Moltissime civiltà si sono sviluppate senza nessuna libertà: vedi le civiltà del Centro America, vedi le antiche civiltà sumeriche e l’Egitto dei faraoni, vedi la Cina, che alla fine del Xv secolo era più sviluppata delle società occidentali ma senza libertà di sorta. Ed è falsa anche la tesi della democrazia che “causa” crescita. La Cina dei nostri giorni sta crescendo prodigiosamente senza essere in alcun modo una democrazia. E così fu anche per le precedenti tigri asiatiche”.

DEMOCRAZIA E SVILUPPO

“Sarebbe un bene se vivessimo in un pianeta sottopopolato e, diciamo, dieci volte più grande del nostro con risorse praticamente integre. Il guaio è che il nostro è un pianetino disperatamente sovrappopolato nel quale la crescita non può essere illimitata e che da qualche decennio è entrato nel vortice di uno “sviluppo non sostenibile”, tale perché consuma più risorse in via di esaurimento. Ma di questo sviluppo non sostenibile il grosso degli economisti non si vuole nemmeno accorgere.

LIBERTA’ POLITICA

“Perché la libertà ha bisogno della legge? Perché se governano le leggi non governano gli uomini, e per essi la volontà arbitraria, dispotica o semplicemente stupida di un altro uomo. E’ vero che legge è anche coercizione (visto che proibisce e condanna), ma al tempo stesso ci tutela perché è costituita da norme che si applicano indistintamente a tutti, ivi compresi coloro che le fanno. Il che è un formidabile deterrente”.

BENJAMIN CONSTANT (1767-1830)

INTERESSI GENERALI E INTERESSI PARTICOLARI

“Gli interessi di settore sono quanto più preme alle varie sezioni elettorali; orbene sono i singoli, sono le elezioni elettorali che compongono il politico. Questo interesse pubblico altro non è che gli interessi individuali messi reciprocamente in condizione di non nuocersi. Cento deputati, nominati da cento sezioni di uno Stato, portano in seno all’assemblea gli interessi particolari, le prevenzioni locali dei loro elettori e una tale base è utile a quelli; costretti a deliberare insieme si accorgono che sono necessari reicproci sacrifici. (…).

(…) Se si rovescia la stratificazione naturale, se si pone il corpo elettorale in cima all’edificio, coloro che esso nominerà si troveranno chiamati a pronunciarsi su un interesse pubblico di cui non conoscono gli elementi (…). Nella capitale, lontani da quella porzione di popolo che li ha eletti, i rappresentanti perdono di vista gli usi, i bisogni, il modo d’essere del dipartimento che rappresentano; diventano sdegnosi e noncuranti di tali cose: che accadrà se questi organi dei bisogni pubblici saranno liberati da ogni responsabilità locale, posti una volta per tutte al di sopra dei suffragi dei loro concittadini e scelti da un corpo situato, come si vorrebbe, al sommo dell’edificio costituzionale?
Quanto più uno Stato è grande e l’autorità centrale forte, tanto più un corpo elettorale unico è inammissibile e l’elezione diretta indispensabile”.

LA LIBERTA’ DEGLI ANTICHI PARAGONATA A QUELLA DEI MODERNI

“Tra gli antichi, l’individuo, sovrano pressoché abitualmente negli affari pubblici, è schiavo in tutti i suoi rapporti privati. Come cittadino, decide della pace e della guerra; come singolo, è limitato, osservato, represso in ogni suo movimento; come parte del corpo collettivo, inquisisce, destituisce, condanna, spoglia, esilia, manda a morte i suoi magistrati o i suoi superiori; come sottomesso al corpo collettivo, può a sua volta esser privato della sua condizione, spogliato delle sue dignità, bandito, messo a morte dalla volontà discrezionale dell’insieme di cui fa parte. Tra i moderni, al contrario, l’individuo, indipendente nella vita privata, persino negli Stati più liberi non è sovrano che in apparenza (…).

PARAGONE TRA ANTICHI E MODERNI: LA GUERRA

“Come inevitabile conseguenza della scarsa estensione del territorio, lo spirito di tali repubbliche era bellicoso [Atene, Sparta ecc.]. Ogni popolo urtava continuamente i vicini, o era urtato da loro. Spinti in tal modo dalla necessità gli uni contro gli altri, si combattevano o si minacciavano senza posa. Tutti acquistavano la sicurezza, l’indipendenza, la loro intera esistenza a prezzo della guerra (…).

La società odierna è abbastanza illuminata a che la guerra le sia di peso. La sua uniforme tendenza inclina alla pace. La guerra è anteriore al commercio; la guerra e il comercio sono infatti soltanto due mezzi diversi di raggiungere il medesimo scopo: possedere ciò che si desidera. E’ un tentativo di ottenere per via amichevole ciò che non si spera più di conquistare con la violenza. Per questo motivo deve giungere un’epoca in cui il commercio sostituisca la guerra. a quest’epoca noi siamo arrivati”.

LIBERTA’ DEGLI ANTICHI, E LIBERTA’ DEI MODERNI

“Noi non possiamo godere della libertà degli antichi, che era fatta della partecipazione attiva e costante al potere collettivo. La libertà che ci è propria, deve esser fatta del godimento pacifico dell’indipendenza privata (…).

(…) L’indipendenza individuale è il primo bisogno dei moderni: di conseguenza non bisogna mai chiederne il sacrificio per istituire la libertà politica”.

IL SISTEMA DEMOCRATICO DIRETTO DEGLI ANTICHI, IL SISTEMA RAPPRESENTATIVO DEI MODERNI

“Il sistema rappresentativo non è altro che un’organizzazione mediante la quale una nazione si affida ad alcuni individui per ciò che non può o non vuole fare essa stessa. Gli individui poveri sbrigano da sè i loro affari: gli uomini ricchi prendono degli intendenti. Questa è la storia delle nazioni antiche e delle nazioni moderne. Il sistema rappresentativo è una procura data a un certo numero di uomini dalla massa del popolo, che vuole che i suoi interessi siano difesi e tuttavia non ha il tempo di difenderli sempre in prima persona (…).

(…) Nella libertà antica, quanto più tempo e forze l’uomo dedicava all’esercizio dei diritti politici, tanto più si credeva libero (…).

(…) Il pericolo della libertà antica era che, attenti esclusivamente ad assicurarsi la sudduvusione del potere sociale, gli uomini non tenessero nel debito conto i diritti e i godimenti individuali. Il pericolo della libertà moderna è che, assorbiti nel godimento dell’indipendenza privata e nel perseguimento dei nostri interessi particolari, rinunciamo con troppa facilità al nostro diritto di partecipazione al potere politico”.

CRITICA ALLA LIBERTA’ SECONDO MONTESQUIEU

“Montesquieu, nella sua definizione della libertà, ha disconosciuto tutti i limiti dell’autorità sociale. “La libertà, dice, è il diritto di fare tutto ciò che è permesso dalle leggi”. Certamente, non vi è alcuna libertà quando i cittadini non possono fare quanto le leggi non vietano: ma le leggi potrebbero vietare tante cose, che di nuovo non vi sarebbe alcuna libertà. La massima del singor Montesquieu significa che nessuno ha il diritto di impedire a un altro di fare ciò che le leggi non vietano, ma non spiega che cosa le leggi abbiano o meno il diritto di vietare. Ora, è proprio in questo che consiste la libertà. La libertà è solo ciò che gli individui hanno il diritto di fare, e che la società non ha il diritto di impedire“.

MARTIN LUTHER KING (1929-1968)

DISCORSO SULLA LIBERTA’

“Ma cento anni dopo, il negro ancora non è libero; cento anni dopo, la vita del negro è ancora purtroppo  paralizzata dai ceppi della segregazione e dalle catene della discriminazione; cento anni dopo, il negro ancora vive su un’isola di povertà solitaria in un vasto oceano di prosperità materiale; cento anni dopo, il negro langue ancora ai margini della società americana e si trova esiliato nella sua stessa terra”.

STUART MILL (1806-1873)

I LIMITI DELL’AUTORITA’ DELLA SOCIETA’ SULL’INDIVIDUO

L’INDIVIDUALITA’ DEVE POTER AGIRE LIBERAMENTE NEL RISPETTO DI DUE REGOLE:
1 -NON DANNEGGIARE GLI INTERESSI ALTRUI; 2 ACCOLLARSI I SACRIFICI COMUNI PER DIFENDERE IL CORPO SOCIALE

“Chiunque riceva la protezione della società è obbligato a pagare un tributo per tale servizio, e il fatto stesso di vivere in società rende indispensabile che ciascuno debba  osservare  una certa linea di condotta nei riguardi degli altri (…).

(…) In tutte le faccende che riguardano il singolo uomo, la spontaneità individuale ha diritto di esprimersi liberamente. Gli altri possono offrirgli o anche imporgli considerazioni per sostenere il suo giudizio, ma il giudice ultimo rimane egli stesso. Tutti gli errori che probabilmente commetterà andando contro consigli e avvertimenti, saranno un male di gran lunga minore rispetto a quello di permettere che altri lo costringano a fare ciò che essi considerano bene per lui”.

UN DANNO ESPLICITO ARRECATO AD ALTRI DEVE ESSERE SANZIONATO, MA LA SOCIETA’ NON DEVE SANZIONARE I DANNI IMPLICITI

“La società non può pretendere anche il potere di emanare e imporre ordini su quanto riguarda gli interessi personali degli individui, ambito in cui la decisione dovrebbe rimanere nelle mani di chi deve subirne le conseguenze”.

IL LINGUAGGIO PERSECUTORIO

“Non ritengo che una comunità qualsiasi abbia il diritto di civilizzare le altre con la forza. A meno che le vittime di cattive leggi non invochino la protezione delle altre comunità, io non posso accettare che persone del tutto estranee intervengano perché si metta fine a uno stato di cose ritenuto soddisfacente da tutti gli interessati, solo perché tale stato di cose suscita scandalo in persone che distano migliaia di miglia e che non hanno nessuna parte e nessun interesse nella vicenda”.

L’INDIVIDUALITA’ COME UNO DEGLI ELEMENTI DEL BENESSERE

LA TIRANNIA DELLA MAGGIORANZA

“Ci si deve proteggere dalla tirannide dell’opinione e del sentimento prevalenti, dalla tendenza della società ad imporre, con mezzi differenti dalle sanzioni civili, le proprie idee e le proprie pratiche a coloro che dissentono da essa, e, se possibile, a prevenire la formazione di qualsiasi individualità non in armonia con i suoi schemi, e a costringere tutti i caratteri a uniformarsi ai propri modelli”.

NELLA MISURA IN CUI NON RECA DANNO AGLI ALTRI, L’INDIVIDUO DEVE ESSERE LIBERO SIA DI ESPRIMERE LE PROPRIE OPINIONI, SIA DI METTERLE IN ATTO

“La libertà dell’individuo dev’essere in tal caso molto limitata: egli non deve arrecare danno agli altri. Ma se l’individuo evita di infastidire gli altri nei loro affari, e agisce semplicemente in accordo con le proprie inclinazioni e il proprio giudizio per tutto ciò che lo riguarda, le stesse ragioni che fondano la libertà di opinione provano pure che dev’essergli consentito di mettere in atto le sue opinioni a proprie spese, senza subire molestie”.

LA MERA CONFORMITA’ AI COSTUMI DEL PROPRIO POPOLO COSTITUISCE UN FRENO ALLO SVILUPPO DELL’ATTIVITA’ MENTALE: L’UOMO NON E’ UNA SCIMMIA

“Chi lascia che a scegliere per lui il piano di vita sia il mondo in cui vive, non ha bisogno di nessuna facoltà oltre quella imitativa delle scimmie. Chi sceglie da sè il piano di vita, invece, impiega tutte le sue facoltà. E’ possibile però che un individuo venga indirizzato su una buona via senza far ricorso alle sue facoltà. Ma quale sarà il suo corrispettivo valore come essere umano? Ciò che conta realmente non è quello che gli uomini fanno, ma anche il genere di uomini che ne sono artefici.
Tra le opere dell’uomo che la vita s’impegna a perfezionare e a abbellire, la prima per importanza è l’uomo stesso. Anche ammesso che fosse possibile costruire case, coltivare grano e combattere guerre per mezzo di macchine, sarebbe comunque una perdita rilevante sostituire con tali automi gli uomini e le donne, che sicuramente sono soltanto un pallido esemplare di ciò che la natura può produrre e produrrà nell’avvenire”.

SULLA LIBERTA’ DI PENSIERO E DI DISCUSSIONE

“Se tutti gli uomini tranne uno fossero della stessa opinione, e solamente una persona fosse di opinione contraria, l’umanità non avrebbe diritto a tacitare questa persona, più di quanto ne avrebbe quest’ultima di ridurre al silenzio l’intera umanità, qualora avesse il potere di farlo (…).

(…) Impedire l’espressione di una opinione è un delitto particolare, in quanto significa derubare l’intera umanità, tanto i posteri quanto la generazione esistente (…). Se l’opinione è corretta, gli uomini vengono privati della possibilità di passare dall’errore alla verità; se l’opinione è sbagliata, essi perdono quello che può essere considerato un vantaggio quasi altrettanto grande, cioè la più chiara percezione e la più vivida impressione della verità prodotta dal suo contrasto con l’errore.

LA TENDENZA GENERALE DEGLI UOMINI A CONSIDERARE INFALLIBILE IL PROPRIO “MONDO”, IL QUALE INVECE E’ FALLIBILISSIMO QUANTO IL SINGOLO INDIVIDUO

(…) L’uomo, proporzionalmente alla mancanza di fiducia nel proprio giudizio individuale, di solito si basa, con fede implicita, sull’infallibilità del “mondo” generale. E “mondo” significa per ogni individuo la parte di esso con cui egli entra in contatto: il suo partito, la sua setta, la sua chiesa (…). Ne’ la sua fede in questa autorità collettiva risulta per nulla scossa dall’essere egli consapevole che altre epoche, paesi, sette, chiese e partiti hanno pensato, e pensano ancora, l’esatto contrario. Egli fa ricadere sul proprio mondo la responsabilità di essere nel giusto rispetto ai mondi discordanti degli altri; e non lo turba mai il fatto che solo il puro caso ha determinato quale di questi numerosi mondi sia oggetto della sua fiducia, e che le stesse ragioni che lo fanno essere anglicano a Londra, l’avrebbero fatto diventare buddista o confuciano a Pechino (…).

RISPOSTA ALL’OBIEZIONE: LA LIBERTA’ DI CONFUTARE LA PROPRIA OPINIONE E’ LA CONDIZIONE FONDAMENTALE PER SUPPORRE LA VERITA’ DELL’OPINIONE STESSA IN VISTA DELL’AZIONE

(…) E’ strano che essi (gli uomini) immaginino di non ritenersi infallibili quando, pur riconoscendo che per ogni materia suscettibile di dubbio dovrebbe esserci una libera discussione, pensano che alcuni particolari principi o dottrine dovrebbero essere esclusi dalla critica in quanto assolutamente certi, ovvero in quanto essi sono certi che le cose stiano così.
Considerare certa una qualsiasi proposizione quando c’è qualcuno che negherebbe la certezza di essa se gli fosse permesso farlo (permesso che però non gli è accordato), è come pretendere che noi stessi, e coloro che sono d’accordo con noi, siamo i giudici della certezza, e giudici che non ascoltano la controparte (…).

DOMINA IL GENERALE “SILENZIO DEGLI ERETICI”

(…) Sebbene oggi non infliggiamo a coloro che la pensano diversamente da noi un male così grande come eravamo soliti fare un tempo, può darsi che con il nostro modo di trattare i dissenzienti finiamo col danneggiare noi stessi come in passato. Socrate è stato condannato a morte, ma la sua filosofia si è levata come il sole nel cielo, e ha diffuso la sua luce sull’intero firmamento intellettuale. I cristiani furono dati in pasto ai leoni, ma la Chiesa cristiana è diventato un albero maestoso e folto, sovrastando le piante più vecchie e meno vigorose fino a soffocarle con la sua ombra. La nostra intolleranza puramente sociale, invece, non uccide nessuno ne’ sradica opinioni, ma induce gli uomini a mascherarle o ad astenersi da qualsiasi impegno attivo per diffonderle (…).

LA LIBERTA’ DI PENSIERO E’ NECESSARIA SOPRATTUTTO PER GLI INDIVIDUI NORMALI E PER L’ATTIVITA’ INTELLETTUALE DI UN POPOLO

(…) Nessuno può essere un grande pensatore se non riconosce che è suo primo dovere, in quanto pensatore, seguire il proprio intelletto, quali che siano le conclusioni che esso può portare. La verità guadagna molto di più dagli errori di chi, con gli studi e le preparazioni dovuti, riflette autonomamente, che non dalle opinioni vere di coloro che le accettano per evitarsi la fatica di pensare”.

JOHN LOCKE (1632-1704)

DELLA SOCIETA’ POLITICA E CIVILE

“Chiedere come ci si possa proteggere dal danno o dall’offesa da parte del più forte è subito giudicato espressione di faziosità e rivolta. Come se gli uomini, abbandonando lo stato di natura ed entrando in società, avessero convenuto che tutti tranne uno sottostessero ai vincoli delle leggi; e che quell’uno conservasse ancora tutta la libertà dello stato di natura, accresciuta dal potere e resa incontrollata dall’impunità. Tanto vale pensare che gli uomini sono così pazzi da avere cura di evitare i danni che possono fare loro le faine e le volpi ed essere contenti, anzi pensare di trovare scampo, nell’essere divorati dai leoni”.

DEI FINI DELLA SOCIETA’ POLITICA E DEL GOVERNO

“Se l’uomo nello stato di natura è così libero come si è detto, se è padrone assoluto della propria persona e dei propri beni, pari al più grande fra tutti e a nessuno soggetto, perché rinuncia alla sua libertà? Perché cede il suo imperio e si assoggetta al dominio e al controllo di un altro potere? A ciò è ovvio rispondere che, sebbene nello stato di natura egli abbia un tale diritto, tuttavia il godimento di esso è molto incerto e continuamente esposto alle violazioni da parte degli altri. Infatti, essendo tutti re tanto quanto lui, essendo tutti suoi pari ed essendo per lo più poco rispettosi dell’equità e della giustizia, il godimento della proprietà che egli ha in questo stato è molto incerto, molto insicuro. Ciò lo induce a desiderare di abbandonare una condizione che, per quanto libera, è piena di rischi e di continui pericoli. Non è senza ragione che egli cerca e desidera unirsi in società con altri che sono già riuniti, o hanno in mente di riunirsi, per la reciproca salvaguardia della loro vita, libertà e beni: cose che io denomino con il termine generale di proprietà”.

DELLA TIRANNIDE

“La tirannide è l’esercizio del potere oltre il diritto; a ciò nessuno può avere titolo. Essa consiste nel’usare il potere che uno ha nelle sue mani non per il bene di coloro che si sono soggetti, ma per il proprio separato vantaggio privato. E’ tirannide quando chi governa, a qualsiasi titolo, erige a norma non la legge ma la sua volontà e i suoi ordini e le sue azioni non sono diretti alla salvaguardia delle proprietà del suo popolo, ma alla soddisfazione della propria ambizione, del proprio desiderio di rivalsa, della propria avidità o di altre sregolate passioni (…).

Un re che governa un regno costituito cessa di essere un re e degenera in tiranno appena smette di governare secondo le leggi. Perciò tutti i re che non sono tiranni o spergiuri saranno lieti di mantenersi entro i limiti delle leggi, e quelli che li persuadono del contrario sono vipere e peste nei confronti loro e dello Stato. La differenza tra un re e un tiranno consiste in questo: l’uno fa delle leggi i limiti del suo potere e del bene pubblico il fine del suo governo; l’altro subordina tutto alla sua volontà e al suo appetito”.

DELLA TOLLERANZA

“Mi resta da dire qualcosa sulle riunioni (religiose), che si ritiene costituiscano la maggiore difficoltà per una dottrina della tolleranza. Esse di solito hanno fama di essere fermenti delle sedizioni e luogo di formazione delle fazioni; e forse qualche volta lo sono anche state, ma non per qualche loro carattere particolare, bensì per una sfortunata conseguenza di una libertà oppressa o mal costituita. Queste accuse cesserebbero immediatamente se si concedesse la tolleranza, a coloro ai quali spetta, con una legge che obbligasse tutte le Chiese a insegnare e a porre come fondamento della loro libertà questo principio, che gli altri, anche se dissenzienti in fatto di religione, devono essere tollerati e che nessuno, ne’ con una legge ne’ con la forza, deve subire costrizioni in fatto di religione. Basta questo per eliminare ogni pretesto di lamentele e di tumulti in nome della coscienza”.

“Supponiamo che a Costantinopoli ci siano due Chiese, una di Cristiani e l’altra di Anticristiani. Si potrà dire che a una delle due Chiese spetti il diritto di privare i dissenzienti dell’altra Chiesa delle libertà o dei beni o di punirli con l’esilio o con la pena capitale perché hanno credenze e riti diversi? Ma se una di queste Chiese ha il potere di perseguitare l’altra, chiedo quale delle due ha questo potere e in base a quale diritto. Si risponderà senza dubbio che la Chiesa ortodossa ha questo diritto nei confronti di quella che erra, o che è eretica. Ma questo è non dir nulla con parole grandi e appariscenti. Ogni Chiesa è ortodossa per se stessa ed erronea ed eretica per gli altri: ogni Chiesa crede che sia vero tutto ciò che è difforme da quello che crede.

Ne’ le persone, ne’ le Chiese e neppure gli Stati possono avere un qualche diritto di colpire gli uni i beni civili degli altri e di privarsi a vicenda delle cose di questo mondo con il pretesto della religione”.

DEI POTERI PATERNO, POLITICO E DISPOTICO

“Ogni uomo nasce con un duplice diritto. Primo: il diritto alla libertà della propria persona, sulla quale nessun altro uomo ha potere e di cui egli solo può liberamente disporre. Secondo: il diritto di ereditare con i propri fratelli prima di chiunque altro i beni del padre”.

DELLA PROPRIETA’

“Quale motivo avrebbe qui chicchessia di estendere i suoi possessi oltre ciò che l’uso della sua famiglia può richiedere, e oltre un abbondante approvigionamento ai fini del proprio consumo sia relativamente a ciò che produce con la propria industria, sia ciò che può barattare con beni allo stesso modo deteriorabili e utili? Dove non c’è nulla che sia insieme duraturo e raro e tanto pregiato da essere accumulato, gli uomini non saranno disposti a estendere i loro possessi di terra, per quanto ricca essa sia e facile a prendersi. Infatti mi chiedo: che valore potrebbero avere per un uomo diecimila o centomila acri di terra eccellente, già coltivata, nonché una riserva di bestiame, nel cuore delle regioni interne dell’America, dove non ci fosse alcuna speranza di commerciare con altre parti del mondo al fine di trarne denaro con la vendita dei prodotti? (…)

(…) Diritto e utilità (un tempo) andavano insieme perché, avendo diritto su tutto ciò su cui poteva impiegare il suo lavoro, un uomo non era mai tentato di lavorare per più di quanto potesse usare. Ciò non lasciava spazio alcuno per controversie circa il diritto, ne’ violazioni del diritto di altri: la porzione che un uomo si prendeva per sè era facilmente visibile, ed era inutile, quanto disonesto, prenderne troppa o prenderne di più di quanto ne avesse bisogno”.

VOLTAIRE (1694-1778)

ABUSO DELLINTOLLERANZA

“Sarà dunque permesso ad ogni cittadino di non dar retta che alla propria ragione, di pensare ciò che questa ragione, illuminata o errata, gli suggerirà? Certo che sì, a patto che non turbi l’ordine; poiché non dipende dall’uomo, di credere o non credere; ma dipende da lui di rispettare il costume della sua patria: e se mi dite che è un delitto non credere alla religione dominante, ecco che accusate i primi cristiani vostri padri e giustificate coloro che accusate di averli condannati ai tormenti.
Rispondete che la differenza è grande, che tutte le religioni sono opera dell’uomo, e che soltanto la Chiesa cattolica, apostolica e romana è opera di Dio. Ma, in coscienza, perché la nostra religione è divina, dovrà regnare grazie all’odio, ai furori, agli esili alla confisca dei beni, alle prigioni, alle torture e alle azioni di grazia rese a Dio per quei delitti? Più la religione è divina, meno l’uomo può arbitrarsi di comandarla; se l’ha fatta Iddio, Iddio la sosterrà senza di voi. Vorreste sostenere coi carnefici la religione di un Dio ucciso dai carnefici e che non ha predicato se non la dolcezza e la rassegnazione (…)

(…)Considerate, vi prego, le spaventose conseguenze del diritto dell’intolleranza. Se fosse lecito spogliare dei suoi beni, gettare in carcere e uccidere un cittadino che sotto un certo grado di latitudine non professa la religione ammessa sotto quel grado, come saerebbe possibile esentare i grandi dello Stato dalle stesse pene? La religione impegna egualmente il monarca e i mendicanti (…).

L’INTOLLERANZA E’ DI DIRITTO NATURALE O DI DIRITTO UMANO?

(…) “Il diritto naturale è quello che la natura addita a tutti gli uomini. Avete allevato vostro figlio, ed egli vi deve rispetto come padre e riconoscenza come benefattore. Avete diritto ai prodotti della terra da voi coltivata con le vostre mani; avete dato e ricevuto una promessa che dev’essere mantenuta.
Il diritto umano non può in nessun caso essere fondato che su questo diritto di natura; e il grande, l’universale principio di entrambi è su questa Terra: “non fare agli altri ciò che non vuoi che ti sia fatto“. Quindi non si vede come mai, secondo questo principio, un uomo possa dire ad un altro uomo: “Credi ciò che io credo e che tu non puoi credere, o morirai”. Così si dice nel Portogallo, in Spagna e a Goa. In altri Paesi ora ci si contenta di dire: “Credi, o ti aborrisco; credi, o ti farò tutto il male possibile; mostro, non sei della mia religione, quindi non hai nessuna religione; devi far orrore ai vicini, alla città, alla provincia”.
Se comportarsi così fosse del diritto umano, bisognerebbe che il giapponese detestasse il cinese, il quale escrerebbe il siamese; costui perseguiterebbe i gangiardi, i quali si getterebbero contro gli abitanti dell’Indo; un mogol strapperebbe il cuore al primo malabarese che incontrasse; il malabarese potrebbe sgozzare il persiano, che a sua volta massacrerebbe il turco; e tutti insieme si getterebbero sui cristiani, che per un pezzo si sono divorati tra loro.
Il diritto dell’intolleranza è quindi assurdo, e sbarbaro; è il diritto delle tigri; anzi, è anche più orribile, perché le tigri non branano che per mangiare, mentre noi ci siamo sterminati per dei paragrafi“.

I ROMANI ERANO TOLLERANTI?

“Il gran principio del Senato e del popolo romano era: “tocca agli dèi vendicare le offese fatte agli dèi”. Quel popolo-re non pensava ad altro che a conquistare, a governare, ad ammansire il mondo. E Cesare, che ci diede catene, leggi e giuochi, non volle mai costringerci ad abbandonare i nostri druidi per lui, che pure era sommo pontefice di una nazione che ci era sovrana. I romani non professavano tutti i culti, non davano a tutti pubblica sanzione; ma li tollerarono tutti (…). Non c’è esempio più evidente del fatto che la tolleranza era considerata dai romani come la legge più sacra del diritto delle genti”.

HENRY DAVID THOREAU (1817-1862)

LA DISOBBEDIENZA CIVILE

(…) Le leggi ingiuste esistono: saremo felici di obbedrvi? Tenteremo di emendarle, però osservandole fintantoché non avremo successo? E se le trasgredissimo subito, all’improvviso (…).

(…) “Come può bastare a un uomo limitarsi ad ascoltare favorevolmente una opinione e goderne? Non c’è gioia, se è convinto di essere oppresso. Se il vostro vicino vi imbroglia d’un solo dollaro non vi basta sapere che siete stati imbrogliati o chiedergli di restituirvi il dovuto ma fate passi concreti per ottenere subito l’intera somma e cercate di non farvi imbrogliare la prossima volta”.

MASSIMO FINI (1943)

MANIFESTO CONTRO LA DEMOCRAZIA

“Il compito dell’Occidente, oggi, è quello di portare, con le buone o con le cattive, la democrazia là dove non c’è ancora. Si è cominciato col mettere in riga Jugoslavia, Afghanistan e Iraq. E in attesa dei prossimi sviluppi c’è chi pensa, per l’intanto, di trasformare l’Onu, l’organizzazione internazionale che attualmente raccoglie tutti gli stati sovrani in quanto tali, in un club in cui sia ammesso solo chi ha la patente democratica (…).

(…) E’ evidente a chiunque, credo, che è proprio questo aggressivo totalitarismo democratico, di cui è vessillifero il più potente e armato Stato del mondo, a costruire la vera “minaccia alla pace e alla sicurezza internazionale” e alla libertà dei popoli (…).

(…) La democrazia liberale accetta il rischio che la classe dirigente possa essere meciocre, in nome di un valore che, dice, le sta a cuore molto di più: la libertà. Quello democratico non può e non deve essere un potere carismatico per la semplice ragione che il potere carismatico, in quanto basato sulla forza e inegalitario, ne è l’aspetto opposto, secondo la classica distinzione che ci ha consegnato Max Weber: “il puro carisma non conosce nessun’altra legittimità che quella derivante dalla propria forza ripetutamente confermata” (…).

(…) La mediocrità dei governanti è il prezzo che la democrazia paga, coerentemente a se stessa (…).

(…) Le democrazie sono statisticamente e storicamente i regimi più corrotti del mondo. E si capisce perché: dovendo procurarsi il consenso, sono spinte a farlo drenando illecitamente denaro pubblico e attraverso il clientelismo, pratica che noi tutti conosciamo benissimo”.

LE PAROLE TRUFFA

“Da quando nel 1992 sono iniziate le inchieste di Mani Pulite la classe dirigente italiana ha cercato di fermarle con ogni mezzo (…). Uno dei mezzi più insidiosi utilizzati in questa operazione di delegittimazione della magistratura è il linguaggio.
Ecco un piccolo campionario della truffa lingustica:

Emergenza Giustizia: esiste da almeno un quarto di secolo, ma riguarderebbe l’aberrante lentezza delle procedure penali. Ma non è in questo senso che l’espressione viene utilizzata. Giocando sull’equivoco l’emergenza giustizia” viene attribuita all’attività dei pubblici ministeri i quali deborderebbero dai loro compiti. Insomma c’è emergenza perché i magistrati si sono messi ad applicare la legge anche nei confronti dei potenti.

Garantismo: è la madre delle parole truffa. Si intende un’applicazione della legge che rispetti i diritti dell’indagato. Ma non esiste un’applicazione della legge garantista e una non garantista. Esiste l’applicazione della legge e basta. Qualsiasi lesione dei diritti del cittadino indagato non viola il garantismo, che non esistem ma la legge.

Giustizialismo: si ha giustizialismo quando nel corso di una rivoluzione o altro sommovimento similare si fa di ogni erba un fascio e il “popolo” punisce, a suo arbitrio, coloro che ritiene responsabili. L’applicazione della legge in un paese democratico non può mai essere, per la contraddizione che non consente, giustizialismo. E’ semplicemente giustizia.

Strapotere (dei giudici): l’applicazione della legge non è uno strapotere dei giudici ma un dovere, la loro funzione. Ma tant’è, definire strapotere quello che insieme al legislativo e all’amministrativo è uno dei tre poteri dello Stato di diritto fa sempre il suo effetto”.

INTEGRAZIONE DEGLI IMMIGRATI

“Un immigrato, pur diventato cittadino di un Paese diverso dal suo di origine, deve avere la libertà di scegliere se integrarsi o meno nella cultura del luogo in cui vive. È una sua facoltà. Se sente il bisogno di rimanere legato alla propria storia, alle proprie tradizioni, alla propria cultura, agli schemi mentali della sua comunità d’origine deve essere libero di farlo, sempre che, ovviamente, rispetti, come tutti gli altri cittadini, le leggi del Paese in cui vive, cosa questa sulla quale non si può transigere nemmeno per faccende di dettaglio, infini tamente meno gravi di un omicidio (…).

(…) Ma questa smania di educare o «rieducare» è una questione che va ben al di là del problema dell’immigrazione e riguarda quello che io ho chiamato «il vizio oscuro dell’Occidente»; vale a dire la pretesa di omologare tutto l’universo mondo alla nostra storia, alla nostra cultura, alle nostre concezioni, ai nostri princìpi e ai nostri schemi mentali”.

DEMOCRAZIA COME FORMA DI TIRANNIDE

“E’ dai tempi dell’antica Grecia che vale il principio che “è lecito uccidere il tiranno”, cioè che è moralmente legittimo abbattere il dittatore con la violenza (…).

(…) Naturalmente anche una democrazia può essere rovesciata con la forza. Ma questo è immorale. E’ anzi il massimo reato politico dell’epoca presente. Benché sia nata da rivoluzioni violente e cruente (inglese, francese, americana), che hanno rovesciato i vecchi regimi spargendo fiumi di sangue, la democrazia, ora che è egemone, rifiuta, anche concettualmente, che le possa essere resa la pariglia e dichiara non sono inammissibili – il che è comprensibile, dal suo punto di vista – ma anche “immorali” le rivoluzioni contro di essa.

La motivazione è, almeno apparentemente, logica: il dittatore può essere cambiato solo con la violenza, in democrazia i cittadini possono scegliere coloro che li governano (…).

(…) Anche il regime democratico, come quello dittatoriale, può essere rovesciato con la violenza (…). Anche la democrazia è una forma di tirannide. Scrive Voltaire nel suo Dizionario Filosofico: “noi distinguiamo la tirannide di uno solo e quella di parecchi. Questa tirannide dei parecchi sarebbe quella di un ceto o di una corporazione che usurpasse i diritti degli altri ed esercitasse il dispotismo per mezzo delle leggi appositamente alterate”.

Ma questo è ciò che avviene esattamente nella liberaldemocrazia dove le oligarchie opprimono l’individuo “usurpando il diritto degli altri ed esercitando il dispotismo per mezzo delle leggi appositamente alterate”. Ma poiché questa “tirannide dei parecchi” è mascherata da democrazia, il cittadino è moralmente disarmato.

Così mentre in dittatura io posso almeno coltivare la speranza di liberarmi legittimamente del tiranno tirandogli un colpo di pistola, nella liberaldemocrazia il cittadino deve subire le violenze, gli abusi, i soprusi, le soperchierie della “tirannide dei parecchi” senza potersi sentire autorizzato moralmente a liberarsene con la violenza”.

CHI E’ IL PRIMITIVO?

“Le guerre è meglio che non ci siano, ma se vengono fatte è bene rispettarne il verdetto, perché anch’esse hanno una loro logica e una loro ecologia e andare ad alterarle significa quasi sempre creare guai peggiori di quelli che si volevano evitare.

Montaigne racconta che i cannibali del sud America “per lungo tempo trattano bene i loro prigionieri, con tutte le comodità possibili”, poi, un giorno, li uccidono e se li mangiano.

Noi li teniamo in gabbie all’aperto, esposte alla pioggia, al vento e al sole, illuminate giorno e notte, pisciamo loro addosso, pisciamo sul Corano, li mettiamo nudi, facciamo loro un clistere e li obblighiamo a indossare un pannolone, li facciamo camminare a quattro zampe tenuti al guinzaglio, li umiliamo e li torturiamo sessualmente. Chi è il cannibale?

I Nuer, tribù del Sudan meridionale non ancora islamizzata, sono una società senza capi, un’anarchia ordinata. Un Nuer non tollera di ricevere ordini da chicchessia, perché non si ritiene inferiore a nessuno. E’ una società di liberi e uguali basata sulla violenza. Perché se si offende non dico un Nuer, ma la sua mucca, ci si becca di sicuro un colpo di zagaglia (la loro arma letale)

I Nuer razziano spesso e volentieri i vicini Dinka. Non solo è impensabile che il prigioniero Dinka venga molestato sessualmente, ma non può nemmeno essere toccato ne’ gli si può dare alcun ordine.Dopo un periodo di quarantena il Dinka viene integrato nella società Nuer, diventa Nuer a tuti gli effetti, con uguali diritti. Chi è il primitivo?”.

LA GLOBALIZZAZIONE ECONOMICA

“I cosiddetti paesi in via di sviluppo sono, come dice la parola stessa, inseriti nella logica di mercato globale. Ma con conseguenze per loro devastanti. Gli abitanti del Terzo Mondo diventano degli sradicati, eccentrici rispetto alla propria cultura che è finita in un angolo. Si aggrappano all’unico valore ancora rimasto, quello religioso, e per reazione tendono a declinarlo in senso integralista, fondamentalista, fanatico, estremista ed eventualmente terrorista. Nell’Africa centrale, invece, nessuna reazione è possibile, perché i veri neri avevano culture belle e affascinanti ma leggere, religioni altrettanto belle, panteiste quindi estremamente tolleranti, ma proprio per questo inermi e perciò l’Africa si è lasciata affondare senza resistere al modello industriale e Occidentale”.

“Lo sradicamento delle popolazioni del Terzo Mondo produce il fenomeno, inevitabile, delle migrazioni bibliche. Privati della loro storia, delle loro tradizioni, della loro economia, della loro socialità, di quel tessuto di solidarietà, familiare, clanica, tribale, che era il loro modo di sopravvivenza e che il modello industriale ha lacerato irrimediabilmente, ridotti a vivere in desolate periferie dell’Impero e con i suoi materiali di risulta, questi uomini e queste donne cercano di raggiungerne il centro. Ma i paesi industrializzati si oppongono ferocemente a questa immigrazione quando non sia funzionale ai loro interessi, quando gli immigrati non vengano a sostituire gli autoctoni in lavori che questi non vogliono più fare. La concezione occidentale della globalizzazione è questa: libera circolazione dei capitali e delle merci ma non degli uomini. Cioè il capitale può andare a cercare la propria collocazione geografica là dove è meglio remunerato, gli uomini, che spesso proprio da quel capitale sono stati resi miserabili, no, non avrebbero questo diritto”.

PROGRESSO

“Che l’umanità occidentale abbia realizzato straordinari progressi dal punto di vista materiale è fuori discussione. Anche se ci sarebbe da vedere a scapito di chi o di che cosa è avvenuto questo accumulo, perché se è vero quello che dice Democrito, che “nulla si crea e nulla si distrugge”, ad un incremento da una parte non può che corrispondere un decremento da un’altra, così come se c’è qualcuno che guadagna alla Borsa di New York è matematico che qualcun altro sta perdendo qualcosa, magari in parti diversissime e lontanissime del mondo. E non può essere certamente casuale che nei due secoli e mezzo in cui l’Occidente si è enormemente arricchito da punto di vista materiale, il Terzo Mondo si sia parallelamente impoverito, arrivando in alcune aree alla fame e alla sete endemiche, cioè permanenti, fenomeni sconosciuti prima di quell’esportazione del modello industriale, monetario e finanziario che si chiama globalizzazione“.

RAZZISMO

“Il razzismo non è solo la convinzione della purezza etnica di un popolo ma anche della sua superiorità su tutti gli altri e quindi del suo diritto a dominarli e a usarli per i propri comodi. Questa conezione, che è stata propria dei popoli europei per secoli, è stata completamente squalificata e resa innominabile con la sconfitta del nazismo (dalla sua sconfitta, non dalle sue aberrazioni: se Hitler avesse vinto la guerra, oggi, in Europa, saremmo tutti nazisti e apertamente razzisti e guarderemmo la democrazia con lo stesso orrore e disprezzo che adesso riserviamo al nazionalsocialismo).

Poiché il razzismo propriamente detto è diventato impresentabile lo si è fatto rinascere, in Occidente, nella forma della “cultura superiore”, che ha il diritto e il dovere di insegnare le buone, civili e moderne maniere alle altre, che è razzismo anch’esso, come quello che l’ha preceduto, ma edulcorato dalle parole. Con la differenza che il razzismo classico si accontentava di dominare, ma, proprio per preservare la presunta “purezza”, si guardava bene dal voler assimilare “l’altro” e quindi, sia pure in modo stravolto, ne riconosceva la diversità. Il razzismo moderno, oltre a dominare, pretende di omologare “l’altro” a sé e quindi di togliere di mezzo la sua diversità in una maniera ancor più radicale del primo”.

VIZIO OSCURO DELL’OCCIDENTE

“Affermo che noi viviamo in un mondo meraviglioso. Noialtri occidentali abbiamo l’insigne privilegio di vivere nella migliore società che la storia dell’umanità abbia mai conosciuto. E’ la società che la storia dell’umanità abbia mai conosciuto. E’ la società più giusta, più ugualitaria, più umana“. Così Karl Popper, il filosofo considerato di punta della democrazia a libero mercato basata sulla scienza applicata tecnologicamente.

Fin qui, almeno all’apparenza, nulla di nuovo sotto il sole. Infatti ogni civiltà, cultura, società, finché non è stata spazzata via dalla faccia della terra, si è considerata la migliore.

Prendiamo un Nuer. Sono una popolazione nilotica che vive nel Sudan meridionale, in condizioni di eccezionale difficoltà. Bene, se voi vi rivolgete ad un Nuer vi dirà non solo che il suo è “il Paese più bello del mondo”, ma che non saprebbe immaginare una società migliore perché “è la più umana, la più giusta, la più ugualitaria”. Ma che la sua civiltà è preferibile a ogni altra l’avrebbe potuto dire a suo tempo un babilonese, un assiro, un sumero, un inca, un egizio, un cartaginese, un persiano, un antico romano.

La novità della civiltà occidentale non è di considerarsi la migliore, cosa vecchia quanto il mondo, ma da ritenersi il frutto di un lungo processo evolutivo di cui essa stessa rappresenterebbe il culmine, il fine e anche la fine. Questa idea di progresso era estranea a ogni altra civiltà.

E’ l’Occidente sinceramente convinto di avere dalla sua il diritto e la morale, che col suo “migliore dei mondi possibili” devasta e disgrega tutti gli altri, che distrugge e bombarda con la serenità della buona coscienza, a far paura. E’ l’Occidente che, non diversamente dalla Santa Inquisizione, tortura le sue vittime ma ha la pretesa di farlo per il proprio Bene. E’ questo che è troppo. E’ questo che è l’Intollerabile.

1 Comments

  1. stefano fait

    tutti eccellenti personaggi, salvo Massimo Fini al quale non perdonerò mai questa dissennata ed infantilmente virilistica considerazione: “Eppure la guerra ha avuto un ruolo determinante nella storia dell’uomo. Sia dal punto di vista politico e sociale che, e forse soprattutto, esistenziale. Soddisfa pulsioni e bisogni profondi, in genere sacrificati nei periodi di pace. La guerra consente di liberare, legittimamente, l’aggressività naturale, e vitale, che è in ciascuno di noi. È evasione dal frustrante tran tran quotidiano, dalla noia, dal senso di inutilità e di vuoto che, soprattutto nelle società opulente, ci prende alla gola. È avventura. La guerra evoca e rafforza la solidarietà di gruppo e di squadra. Ci si sente, e si è, meno soli, in guerra. La guerra attenua le differenze di classe, di ceto, di status economico che perdono importanza. Si è tutti un po’ più uguali, in guerra. La guerra, come il servizio militare, l’università, il gioco regolato, ha la qualità del tempo d’attesa, del tempo sospeso, la cui fine non dipende da noi, al quale ci si consegna totalmente e che ci libera da ogni responsabilità personale. La guerra riconduce tutto, a cominciare dai sentimenti, all’essenziale. Ci libera dall’orpello, dal superfluo, dall’inutile. Ci rende tutti, in ogni senso, più magri. La guerra conferisce un enorme valore alla vita. Per la semplice ragione che è la morte a dare valore alla vita. Il rischio concreto, vicino, incombente, della morte rende ogni istante della nostra esistenza, anche il più banale, di un’intensità senza pari. Anche se è doloroso dirlo la guerra è un’occasione irripetibile e inestimabile per imparare ad amare ed apprezzare la vita”(da Elogio della guerra, Marsilio, 1999)


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