L’UGUAGLIANZA
Ecco qui spiegata l’evoluzione del concetto di uguaglianza a partire dalle teorie seicentesche
Ispirato dopo la la lettura del libro di Eugenio Somaini “paradigmi dell’uguaglianza” (edit. Laterza)
(La pagina verrà aggiornata periodicamente)
CAPITOLO I
L’EPOCA DELLA NASCITA DEGLI STATI NAZIONALI
L’epoca dei grandi pensatori come Hobbes, Locke e Spinoza è un’epoca in cui si assiste al costituirsi di una nuova società, quella fondata sugli Stati nazionali. Il riconoscersi parte di uno Stato (al tempo di Locke possiamo parlare di pre-Stato) comporta anche a formulare una definizione dello stesso, nel tentativo di spiegarlo e riconoscerlo. È l’epoca anche dei contrattualismi (Locke e Hobbes sono politologi contrattualisti): la società si impegna a sottoscrivere un contratto (astratto) in cui definisce il suo assetto sociale, i compiti e i doveri degli amministratori e il rapporto tra i governati e i governatori.
Tra le condizioni pre-contrattuali e quelle risultanti dal contratto sociale, particolare rilievo è dato alla libertà: è infatti inammissibile, secondo i contrattualisti, che il popolo rinunci alla totale libertà di cui godeva nello Stato di Natura (stato in cui l’uomo non è soggetto ad alcuna legge, dunque completamente libero di ogni iniziativa) e autodefinirsi “soggetto totale” del potere, in questo caso dello Stato. La società, infatti, nasce e si forma proprio per garantire le libertà dell’individuo e per proteggerlo dalle angherie dei suoi simili, soprusi che i contrattualisti, invece, collocavano nel tempo in cui l’uomo era costretto a difendersi solitario dai più potenti, nel periodo pre-societario, quello cioè dello Stato di Natura.
Per gli autori come Locke e Hobbes, tuttavia, la nozione di stato di natura assolveva due importanti funzioni: da un lato si voleva mettere in evidenza le condizioni in cui vivrebbero gli uomini se lo Stato cessasse di esistere; dall’altro per evidenziare i diritti fondamentali dell’uomo (come il diritto alla vita o alla proprietà).
Locke diceva:
“Se l’uomo nello stato di natura è così libero come si è detto, se è padrone assoluto della propria persona e dei propri beni, pari al più grande fra tutti e a nessuno soggetto, perché rinuncia alla sua libertà? Perché cede il suo imperio e si assoggetta al dominio e al controllo di un altro potere? A ciò è ovvio rispondere che, sebbene nello stato di natura egli abbia un tale diritto, tuttavia il godimento di esso è molto incerto e continuamente esposto alle violazioni da parte degli altri. Infatti, essendo tutti re tanto quanto lui, essendo tutti suoi pari ed essendo per lo più poco rispettosi dell’equità e della giustizia, il godimento della proprietà che egli ha in questo stato è molto incerto, molto insicuro. Ciò lo induce a desiderare di abbandonare una condizione che, per quanto libera, è piena di rischi e di continui pericoli. Non è senza ragione che egli cerca e desidera unirsi in società con altri che sono già riuniti, o hanno in mente di riunirsi, per la reciproca salvaguardia della loro vita, libertà e beni: cose che io denomino con il termine generale di proprietà”.
HOBBES: NELLO STATO DI NATURA SI E’ LIBERI ED UGUALI
Secondo Hobbes “l’uomo non è per natura atto a vivere socialmente” perché il rapporto tra l’individuo e “l’altro” finiscono con l’essere sempre conflittuali: c’è chi difende la propria libertà dai soprusi dei potenti e chi, i potenti, tenta di appropriarsi delle proprietà e delle libertà dei più deboli. Lo stato di natura hobbesiano, insomma, è pervaso da un impulso difensivo e dal desiderio di prevalere sugli altri.
Possiamo dunque dire che la condotta umana secondo Hobbes, tanto nello stato di natura quanto nella società civile, è caratterizzata da un egoismo radicale”. È una visione pessimista della natura: l’uomo tenterà in eterno di arrivare sempre più in alto perché insoddisfatto del proprio stato.
SPINOZA: NELLO STATO DI NATURA NON SI E’ UGUALI
Diverso il pensiero di Spinoza: ogni essere umano è caratterizzato da un principio attivo cui si dà il nome di potere. Potenza è la combinazione delle energie e delle capacità con passioni e desideri. È, insomma, la capacità (o l’energia) con la quale si arriva al desiderio (o alla propria passione). Spinoza non condivide l’idea di Hobbes per cui nello stato di natura ogni uomo è uguale all’altro, perché la potenza e la libertà individuale varia da uomo a uomo. Concorda però con Hobbes quando dice che le ineguaglianze aumentano con lo sviluppo della società civile, perché le qualità e le capacità di tutti (la potenza dell’uomo) aumentano, e non necessariamente in eguale misura.
LOCKE: NELLO STATO DI NATURA SI E’ UGUALMENTE LIBERI, MA PREVALE LA GIUSTIZIA E NON LA PREPOTENZA
La concezione dell’uomo che ha Locke è sicuramente più positiva e rosea di quella di Hobbes: l’essere umano, secondo Locke, è di natura socievole e dotato di senso di giustizia. Il fatto che nello stato di natura l’uomo entri in conflittualità con i suoi simili non è causato (teoria hobbesiana) dal suo senso di prepotenza e dalla volontà di prevalere sugli altri, quanto piuttosto il fatto che, in assenza di un’autorità Terza che regolamenta la vita degli individui, ognuno è portato ad agire nel modo in cui, personalmente, intende la giustizia, e tende necessariamente a farlo a proprio vantaggio.
Ciò porta l’umanità dello stato di natura ad una situazione di incertezza e profonda litigiosità che tenda a trasformare una condizione pacifica di vita in uno “Stato di Guerra”, come lo intende Locke.
Scrive Eugenio Somaini nel suo “paradigmi dell’uguaglianza” (edit. Laterza):
“Per tutti e tre gli autori gli uomini che popolano lo stato di natura presentano, dal punto di vista delle motivazioni e dei tratti psicologici, caratteristiche moderne, non sono individui primitivi, ma soggetti civilizzati che vivono in un contesto anarchico, cittadini in attesa di uno Stato: esso [lo Stato di Natura] rappresenta l’antefatto storico degli Stati esistenti, ma la giustificazione contro fattuale della loro esistenza”.
IL CONTRATTO: PASSAGGIO DALLO STATO DI NATURA ALLA SOCIETA’ CIVILE
Attraverso la stipula del contratto (io, uomo, metto sotto contratto con gli altri uomini le mie libertà e quelle degli altri, affinché tra di noi non ci siano più soprusi) avviene il passaggio dallo stato di natura dell’uomo allo stato civile, dall’uguaglianza di fatto all’uguaglianza di diritto.
Ciò che però differenzia Spinoza, Locke e Hobbes, non è la volontà di arrivare alla stipulazione di un contratto (presente in tutti e tre) quanto invece il tipo di libertà che ogni uomo mette sotto contratto.
La portata delle libertà rimaste all’uomo è molto limitata secondo Hobbes, più estesa per Spinoza, larga per Locke (secondo il quale i cittadini conservano larga parte delle libertà presenti nello stato di natura).
Con la stipula del contratto si hanno due tipi di natura: orizzontale, che riguarda i rapporti tra gli individui, e verticale, che riguarda i rapporti tra gli individui e il potere (i suoi governanti).
LA LEGGE DI NATURA
È vero che la legislazione della società civile serve per gli uomini a condurre una vita che possa permettere al debole di vivere e non essere sottomesso al prepotente, ma l’efficacia di tale legislazione sarebbe limitata se l’individuo dello stato di società non avesse aggiunto altre norme, non scritte, di portata generale e che sono essenziali per il corretto svolgimento dei rapporti stabiliti dai contratti. Possiamo definirle come norme di bagaglio morale degli uomini per il quieto vivere, comuni ai membri di ogni società. Hobbes le poneva sotto l’etichetta di “leggi naturali”.
Queste norme sarebbero inoperanti sotto lo stato di natura, ma con la costituzione di una società e delle sue leggi, queste norme possono ampiamente svolgere una funzione regolativa.
UGUAGLIANZA DALLA SFERA CIVILE ALLA SFERA POLITICA
Con il passaggio dallo stato di natura allo stato civile, per tutti e tre gli autori è ormai acquisito il dato che tutti gli uomini raggiungano un certo grado di civiltà. Diversa, però, è la concezione dello stato politico in tutti e tre: la libertà politica non è la libertà civile.
Secondo Hobbes tutti i poteri politici di un uomo dello stato di natura sono trasferiti per intero al sovrano, in modo irrevocabile. Il contratto sociale è inscindibile, di conseguenza quando la comunità firma non avrà più diritto a giudicare il modus operandi del sovrano, che eserciterà il suo potere nei modi che ritiene migliori per la salvezza dello Stato: il privato del monarca equivale al pubblico della comunità, perché secondo Hobbes l’interesse personale del monarca, alla fine, finisce con l’essere interesse collettivo.
Secondo Locke, invece, importante è distinguere i poteri: il potere esecutivo, la corona, deve essere diviso dal potere legislativo, il Parlamento. Non ci sarebbe vera giustizia, secondo Locke, in un Paese in cui l’esecutivo e il legislativo sono una cosa sola. Il potere sovrano, a differenza del pensiero di Hobbes, è comunque quello del popolo: i cittadini hanno il diritto, e il dovere, di dissentire nel caso in cui i poteri che governano vengono meno al loro patto sociale. Di conseguenza possono ritornare allo stato di natura, stato nel quale sono proprio loro a detenere tutti i poteri, quello esecutivo e legislativo.
Secondo Spinoza i diritti civili corrispondono ai diritti politici: non possiamo però considerare Spinoza un democratico moderno, poiché nel suo pensiero manca l’idea del suffragio universale. Ciò che però lo porta ad un pensiero di tipo moderno è il corretto funzionamento dello Stato. Scrive Somaini nel suo libro: “per gli organi di tipo assembleare Spinoza auspica un elevato grado di rappresentatività, consistente nel comprendere una quota relativamente elevata dei gruppi sociali che li esprimono, combinata con un sistema di rotazione nelle cariche e con l’esclusione della possibilità di ripetere uno stesso mandato. Queste condizione introducono nelle costituzioni politiche un elemento ugualitario, consistente nell’offrire a tutti una significativa probabilità di essere chiamati a ricoprire cariche pubbliche”.
LA PROPRIETA’ PRIVATA
Hobbes riteneva che fosse possibile parlare di proprietà privata soltanto nel quadro dello stato civile: nello stato di natura, infatti, nessuno può parlare di privato, poiché non esisteva nessun privato.
Locke riteneva invece che la proprietà privata era un diritto naturale che l’uomo acquisiva attraverso il lavoro. Ciò che produco (un campo coltivato) e ciò che faccio funzionare con il lavoro delle mie mani (la costruzione, per dire, di una carrozza) porta a considerare l’oggetto della questione una proprietà privata. Secondo Locke, infatti, “il grande e principale fine per il quale gli uomini si uniscono in Stati e si assoggettano a un governo è la salvaguardia della loro proprietà”. L’appropriazione delle risorse naturali, dunque, non violerebbe la legge di natura, l’importante è consentire anche agli altri di poter fare altrettanto.
TOLLERANZA
Tra i tre autori Locke è quello che più chiaramente ha individuato il principio della Tolleranza tra gli uomini, affermando il carattere indissolubile del nesso tra pace civile, sovranità della legge e tolleranza religiosa.
Scrive Locke: “Ne’ le persone, ne’ le Chiese e neppure gli Stati possono avere un qualche diritto di colpire gli uni i beni civili degli altri e di privarsi a vicenda delle cose di questo mondo con il pretesto della religione”.
E a proposito della religione egli scrive:
“l’autorità religiosa, qualunque sia la sua origine, deve essere rinchiusa entro i confini della Chiesa e in nessun modo estendersi alle cose civili, in quanto la stessa Chiesa è distinta e separata dallo Stato e dalle faccende civili. I confini sono fissi e irrevocabili dall’una e dall’altra parte”.
“Nessun privato deve in nessun modo danneggiare o diminuire i beni civili di un altro perché questi si professa estraneo alla sua religione. A costui devono essere inviolabilmente riservati tutti i diritti che gli spettano come uomo e come cittadino”.
CAPITOLO II
L’EPOCA DELLA RIVOLUZIONE FRANCESE
L’uguaglianza secondo Rousseau può essere concettualizzato in tre contesti diversi:
- nello stato di natura
- nella repubblica
- nello Stato corrotto
I primi due casi sono caratterizzati dall’uguaglianza, anche se in forme e in modi diversi l’uno dall’altro, il terzo caso invece è contraddistinto da una forma di ineguaglianza, distinto tra due “specie di ineguaglianze: la prima naturale o fisica, la seconda ineguaglianza morale o politica”.
I casi in cui in una società si arriva all’ineguaglianza possono essere di diversi tipi:
- divisione del lavoro: ognuno si specializza in attività diverse
- la divisione del lavoro e l’affinamento dei gusti conferiscono un valore particolare a qualità che prima ne erano prive
- accumulo di troppe ricchezze e troppo potere
La Repubblica, secondo Rousseau, può essere un buon compromesso per arrivare a condizioni di uguaglianza: distribuzione uniforme della ricchezza e partecipazione della vita pubblica.
Il governo deve impedire la disuguaglianza, perciò in una società non ci possono essere pochi ricchi e tanti poveri, questa per Rousseau è la più atroce tra le forme di diseguaglianza. Anche la proprietà privata sarebbe una forma di diseguaglianza. Per questo la proprietà privata, che nonostante tutto rappresenta le fondamenta di una società, deve essere distinta in forma equa: ricchezza e proprietà devono diventare il necessario per tutti, da evitare l’eccessivo accumularsi della ricchezza. È importante sottolineare che la ricchezza non deve però essere idealmente uguale per tutti gli individui, con un livellamento che è uguale per tutti. L’importante è che non ci sia troppo da una parte e poco dall’altra, cosicché non ci sia una dominazione di un uomo sull’altro:
“quanto all’uguaglianza, non bisogna intendere con questo termine che i gradi di potenza e di ricchezza siano assolutamente uguali; ma che, quanto alla potenza, essa non si traduca mai in violenza, e non si eserciti se non in virtù del grado delle leggi; e quanto alla ricchezza, che nessun cittadino sia tanto ricco da poterne comprare un altro, e nessuno tanto povero da essere costretto a vendersi”.
La riconversione della società in una Repubblica comporta anche questa trasformazione:
- muta la natura della libertà. Rousseau dice: “bisogna ben distinguere la libertà naturale, la quale non ha per limiti che le sole forze dell’individuo, della libertà civile, la quale è limitata dalla volontà generale”.
E poi la proprietà privata. Secondo Rousseau non è un diritto dell’uomo, e soprattutto è considerata una forma di disuguaglianza sociale e una possibile minaccia per la libertà. È chiaro per Rousseau la proprietà privata è un elemento importante di una società, vitale, ma si oppone a proprietà individuali troppo estese (che generano disuguaglianza) e all’impiego delle stesse che oggi noi chiamiamo speculative. Dice Rousseau:
“il diritto che ciascun singolo ha sul proprio fondo è sempre subordinato al diritto che la comunità ha su tutto il territorio”.
Rossueau, in sostanza, potremo considerarlo una combinazione di elementi classici e moderni. Infatti per certi aspetti egli ricalca le idee tipiche di società fondata su un certo tipo di Stato realizzato nel periodo classico (con netta preferenza per Sparta e per la Roma repubblicana), dunque un certo tipo di repubblicanesimo antico; mentre per altri aspetti anticipa tutti i temi del repubblicanesimo moderno.
CONDORCET
Merita un approfondimento generale nel panorama appena tracciato anche Condorcet, critico dell’egualitarismo repubblicano e, al tempo stesso, creativo di una visione modernissima dello Stato.
Condorcet condivide molte delle idee rousseauiane, ma al tempo stesso suddivide le diseguaglianze del suo concetto in due diverse tipologie: disuguaglianze naturali (e legittime) e disuguaglianze artificiali (illegittime). Sono insomma le ineguaglianze di diritto, che consistono in privilegi, discriminazioni o soprusi, e le diseguaglianze di fatto, che riguardano i possedimenti materiali, le caratteristiche personali e le relazioni sociali.
Per sopperire alle diseguaglianze artificiali, Condorcet pone dei punti fondamentali che oggi possiamo considerare di estrema moderntià:
1- solo l’istruzione pubblica può rendere effettiva l’uguaglianza dei diritti
2- l’istruzione deve essere uguale per gli uomini e per le donne
3- l’istruzione deve essere commisurata alle capacità di ognuno
4- l’istruzione deve essere un compito pubblico, mentre l’educazione deve essere lasciata alla sfera privata.
KANT: UGUAGLIANZA E INDIPENDENZA
Secondo Kant, fortemente influenzato dal pensiero rousseauiano, e radicalizzatore dello stesso, è convinto che lo Stato debba permettere ai membri della società di vivere come soggetti morali.
Kant scrive: “lo Stato civile, considerato come stato giuridico è fondato sui seguenti principi a priori: 1) la libertà di ogni membro della società in quanto uomo; 2) l’uguaglianza di esso con ogni altro, in quanto suddito; 3) l’indipendenza di ogni membro in un corpo comune, in quanto cittadino”.
Significa che, dunque, ogni uomo è ugualmente libero e ogni cittadino ugualmente indipendente.
Il pensiero di Kant sull’uomo nella società, poi, è anche di tipo meritocratico. Condanna infatti qualsiasi forma di discriminazione o di privilegi che abbiano a che fare con le posizioni sociali. Scrive: “nessuno può trasmettere per via di successione ai suoi discendenti il privilegio della posizione sociale che egli occupa nella comunità”. Anche in questo caso è palese la visione di Kant del cittadino ugualmente indipendente e dell’uomo ugualmente libero: l’uguaglianza delle opportunità è un elemento caratteristico del pensiero kantiano.
CAPITOLO III
IL CAPITALISMO E LA DEMOCRAZIA
Nel corso del XIX secolo si poté parlare di liberalizzazione del commercio internazionale (ulteriore colpo alla visione ottimistica dei vecchi liberali), considerata dai liberali una sicura fonte di progresso. Con il trascorrere del tempo, però, lo Stato accrebbe il suo “dominio” anche per quanto riguarda la sfera del commercio, attraverso l’imposizione di dazi e, in alcuni casi, come produttore industriale. Venne meno, insomma, il concetto liberale dello Stato minimo, e prese sempre più forma una progressiva espansione dei compiti dello stesso nella sfera della produzione, della sfera sociale e politica.
TOQUEVILLE
Toqueville è famoso soprattutto per aver analizzato le caratteristiche della democrazia, soprattutto quelle della democrazia americana. Secondo Toqueville, poi, il tema della democrazia è fortemente intrecciato con quello dell’uguaglianza: sono i due aspetti di un medesimo fenomeno. Secondo Somaini, invece, i due aspetti devono essere tenuti distinti.
Scrive nel suo libro:
1- tutto ciò che ha a che fare con la democrazia riguarda anche l’uguaglianza.
2- La democrazia è tendenzialmente ugualitaria e l’uguaglianza democratica.
3- L’uguaglianza viene prima della democrazia, sia in senso storico sia in senso logico, in quanto ne rappresenta per così dire il principio formativo.
Secondo Toqueville la sfera dell’uguaglianza riguarda più l’essere che il possedere. Infatti per Toqueville il semplice possesso di beni o di risorse, in più rispetto ad un altro individuo, non può essere considerata disuguaglianza, a meno che i soggetti in questione non vivano in mondi materiali differenti, distinti da una scala gerarchica delle classi. Per Toqueville, in sostanza, una società egualitaria è una società non divisa dalle classi sociali. Scrive Somaini: “l’uguaglianza è quindi definita in termini essenzialmente negativi come una situazione in cui sono assenti gli elementi di differenziazione tipici della società aristocratica”.
TIRANNIA DELLA DEMOCRAZIA
(dai miei appunti)
L’UTILITARISMO
Cos’è l’utilitarismo? Già nella versione originaria di Bentham se ne parla come teorema per riformare la società, e si colloca nella tradizione illuminista di questa analisi critica.
L’approccio utilitarista può essere così riassunto:
1 – la qualità di una esistenza si misura con gli stati di benessere di un soggetto.
2 – le circostanze in cui un soggetto si trova vengono associate ad un grado di utilità che può essere confrontato con altre situazioni (con altri relativi gradi di utilità).
3 – i vari gradi di utilità di un soggetto durante la sua vita possono essere sommati, per vedere l’utilità generale di quel soggetto.
4 – gli indici di utilità di vari soggetti possono essere confrontati tra loro, e possono anche essere sommati per esaminare l’indice di utilità di una società.
STUART MILL
Mill è sicuramente tra i più grandi sostenitori dell’utilitarismo. Per Mill, ma come per tutti gli utilitaristi, la libertà non è un concetto fondamentale in sé, ma rappresenterebbe un mezzo per arrivare alla realizzazione dell’utilità di ognuno. Non è importante, insomma, tanto la libertà quanto l’utilità. Nel suo libro “Sulla libertà”, è evidente il concetto di utilitarismo soggettivo. Egli considera ognuno di noi la persona più adatta a prendersi cura degli interessi propri: i risultati che ognuno può ottenere sono tanto migliori quanto minori sono gli ostacoli che vengono posti alle sue scelte.
L’OPINIONE
Secondo Mill l’opinione di ognuno è un elemento fondamentale e distintivo dell’individuo, e nella società deve corrispondere per ognuno l’uguale capacità di poter far valere le proprie opinioni, giuste o sbagliate che siano. Mill privilegia l’aspetto rappresentativo della politica in una società, che così dovrebbe articolarsi:
1- Attraverso la rappresentanza dovrebbe essere fatto valere il diritto di tutti di esprimere le proprie opinioni.
2- La dialettica parlamentare dà la possibilità di far esporre a tutti i diversi punti di vista.
Possiamo considerare le posizioni politiche e private di Mill (libertà d’opinione politica e libertà di ognuno di salvaguardare come meglio crede la propria persona) pensieri democratici della società, perché, scrive Somaini, “estendono gli elementi egualitari della sfera civile e delle libertà personali a quella politica e anche sociale”.
C’è però una caratteristica del pensiero milliano che lo differenzia dalle idee democratiche oggi intese. Secondo Mill, e qui possiamo pensarla come una sorta di contraddizione, il suffragio non può essere universale. L’utilità della collettività può essere delegata soltanto a chi detiene una certa conoscenza delle diverse classi di beni o piaceri: non tutti possono, e riescono, a badare al bene collettivo. Il voto elettorale può e deve essere dato soltanto a chi detiene un’istruzione superiore (esclusi dunque e soprattutto gli analfabeti); negare il voto, per Mill, è lecito anche per chi non paga le tasse e per i disoccupati. Il voto, insomma, diventa una questione di merito. Somaini: “[per Mill]Chi non concorre alla produzione della ricchezza sociale non ha titolo per poter partecipare alle decisioni riguardo al modo in cui deve essere impiegata quella parte di essa [la ricchezza] che entra nella sfera della sovranità pubblica”.
SOCIALISTI UTOPICI DEL XIX SECOLO
I rapporti di tipo capitalistico affermatisi nel XIX hanno rinnovato anche il concetto di uguaglianza (e la distribuzione della società).
Somaini: “Agli inizi del secolo in Francia e in Inghilterra una serie di autori che vanno sotto il nome generico di socialisti utopisti denunciano le forme di povertà che accompagnano lo sviluppo dei nuovi rapporti economici, formulando progetti di radicale trasformazione sociale, di cui in alcuni casi intraprendono direttamente la realizzazione in forma sperimentale con la fondazione di comunità che si separano dal resto della società per darsi regole proprie da applicare praticamente a tutti gli aspetti della vita sociale”.
Gli aspetti di organizzazione sociale di questi socialisti utopisti così si fondavano:
- Proprietà collettiva dei mezzi di produzione, da realizzarsi attraverso imprese di tipo cooperativo.
- Gestione collettiva di una serie di servizi.
- Sostituzione dei rapporti individualisti di mercato con rapporti comunitari.
Sistemi egalitari di distribuzione pubblica.
SOCALISTI LIBERALI
Nel XIX secolo in Gran Bretagna nasce un nuovo tipo di orientamento politico (con autori come Green, Ritchie e Hobhouse) che prende il nome di socialismo liberale: un modello più radicalmente sociale del riformismo liberale di Stuart Mill.
Alle teorie liberali classiche dell’individualismo della libertà e della proprietà, si rimpiazzano aspetti più precisi: secondo Hobhouse la libertà non può essere intesa propriamente come “assenza di costrizioni”, cioè un tipo di libertà negativa, ma piuttosto come libertà positiva: una serie di azioni possibili all’interno di una società. Mentre i socialisti utopisti e i marxisti, poi, consideravano necessaria una collettivizzazione della proprietà dei mezzi di produzione e la trasformazione dello Stato, i socialisti liberali prendevano per assodato le libertà, e la difesa del diritto, sancite dal liberalismo e difendevano coscientemente la proprietà privata, a patto che questa fosse regolamentata dall’azione dello Stato in modo da promuovere tutti senza differenzazioni di genere.
La richiesta dei socialisti liberali affinché lo Stato fosse preposto ad intervenire nelle sfere dell’istruzione, della salute, dei trasporti e delle abitazioni ha di fatto fortemente influenzato la politica sociale moderna sulla concezione del welfare State.
MARX E L’UGUAGLIANZA NEL SOCIALISMO
Secondo Karl Marx i modi di produzione della storia sono stati differenti: quelli delle società primitive, il sistema schiavistico, quello feudale e infine capitalistico.
Schiavistico
Nel sistema schiavistico non c’era differenza tra l’uomo, i mezzi di produzione e la terra: erano tutti possedimenti del proprietario. Nel sistema schiavistico, insomma, l’uomo era una merce
Feudale
Nel sistema feudale l’uomo non era più una merce di scambio o un mezzo, ma era legato alla terra per la quale lavorava, in un rapporto o patto sancito con il proprietario terriero (protezione in cambio di beni da coltivare e produrre).
Capitalistico
Nel sistema capitalistico l’uomo è un soggetto sotto contratto: può lavorare per il miglior offerente (a diventare una merce non è più l’uomo stesso, ma la sua forza-lavoro) e ricevere un cospicuo salario a seconda della decisione presa per contratto con il datore di lavoro. Non possiede i mezzi di produzione e non controlla l’attività.
LA PROPRIETA’ COME STRUMENTO DI ISOLAMENTO TRA LE PERSONE
Con il socialismo radicale di Marx si ha un netto cambiamento della concezione libertà e uguaglianza. Scrive Somaini:
“mentre in precedenza quanti, come Rousseau, avevano visto nella comparsa della proprietà privata l’origine delle ineguaglianze ritenevano che il ripristino dell’uguaglianza non solo fosse compatibile, ma addirittura richiedesse l’uguale distribuzione della proprietà, seppure nel quadro di valori comunitari, Marx, insieme agli altri pensatori socialisti, riteneva che l’estensione della proprietà al di là della sfera dei beni direttamente consumabili avrebbe teso a isolare gli individui, separandoli dal flusso dei rapporti comunitari, e avrebbe portato a concepire i rapporti sociali non come rapporti di collaborazione a un processo collettivo, ma come rapporti reificati tra possessori di cose da scambiarsi su un mercato”.
L’ACCUMULAZIONE ORIGINARIA
Scrive Marx: “la cosiddetta accumulazione originaria non è altro che il processo storico di separazione del produttore dai mezzi di produzione. Esso appare “originario” perché costituisce la preistoria del capitale e del modo di produzione ad esso corrispondente”.
In pratica che significa: secondo Marx il sistema capitalistico (lavoratore salariato che lavora con mezzi non propri per il datore di lavoro) non è altro che il risultato di una condizione ereditata da sistemi o fasi precedenti. L’accumulazione originaria non è altro allora che il processo pre-capitalistico che ha portato poi al sistema capitalistico del lavoratore distinto dai soggetti (datori di lavoro) che hanno il possesso delle attività e dei mezzi di produzione.
Un esempio di accumulazione originaria non può che essere il sistema feudale, per cui il signorotto ha accumulato ricchezze e beni lavorati dal contadino; ma secondo Marx anche eventi come guerre e rivoluzioni hanno ridistribuito le ricchezze in una tal maniera da portare poi alla divisione tra i soggetti che detengono i beni e i salariati.
Somaini: “Rispetto al socialismo il comunismo rappresenta un indubbio progresso nella direzione dell’uguaglianza, ma non il raggiungimento di un’uguaglianza completa, che agli occhi di Marx sarebbe non solo impossibile ma addirittura indispensabile: in una società comunista dovrebbero esserci un’uguale libertà e un uguale grado di soddisfacimento dei bisogni, ma non un’uguaglianza in termini materiali, essendo l’uguale soddisfacimento di bisogni diversi incompatibile con un’uguale disponibilità di risorse”.
CAPITOLO IV
IL PERIODO CONTEMPORANEO
Marx ha influenzato molto il concetto di uguaglianza della nostra epoca, ma al tempo stesso, per altri aspetti, la riflessione contemporanea se n’è distanziata, riallacciandosi a pensieri precedenti.
UTILITAIRSMO MODERNO
Nel periodo contemporaneo, nonostante le forti critiche ricevute nel corso della storia, l’utilitarismo è ancora un concetto politico che occupa ogni dibattito riguardo la giustizia.
Il concetto chiave dell’utilitarismo è la soddisfazione individuale e collettiva. Infatti, secondo gli utilitaristi, come a livello individuale la condotta umana mira a raggiungere le proprie soddisfazioni e i propri desideri, così anche a livello collettivo la società dovrebbe mirare alla massima soddisfazione possibile.
L’uguaglianza nell’utilitarismo si manifesta quando nel pensiero utilitarista si tiene ad uguale considerazione l’utilità di ciascuno: si dà insomma un uguale peso (negli individui) nella determinazione delle soddisfazioni personali, che sommate portano alle soddisfazioni collettive.
Il fatto è che con questa teoria utilitarista, dicono i critici, potrebbe portare a forme di discriminazione sulle minoranze: se è vero come è vero che le utilità individuali concorrono (con peso uguale) alla formazione dell’utilità collettiva, allora significa che maggiore sarà l’utilità di chi la pensa in modo comune, e meno considerazione l’avranno quelle minoranze che concorrono ad una utilità differente.
RAWLS E LA TEORIA ETICA DELLA GIUSTIZIA
Nella seconda metà del Novecento fu Rawls a influenzare fortemente il pensiero politico contemporaneo, con una nuova teoria sulla giustizia. Per Rawls il concetto di giustizia non avrebbe dovuto vertere sull’idea collettiva di ciò che è bene, perché il problema sarebbe stabilire cosa è bene, essendo un termine a carattere fortemente individuale. Giustizia per Rawls avrebbe dovuto intendersi ciò che è giusto, e la scelta dei principi che devono regolare la vita della società deve essere affidata a soggetti che decidano in condizioni di assoluta imparzialità per il fatto di essere posti dietro un “velo di ignoranza”.
Insomma, essendo pervasi da questo velo di ignoranza circa la conoscenza delle nostre condizioni future relative a povertà o ricchezza, saremmo costretti ad adottare due principi infallibili di giustizia per ciascuno. I beni suddivisi da Rawls che l’uomo ricercherebbe sono di due categorie: 1) diritti e libertà; 2) reddito e ricchezza. I beni qui elencati devono essere distribuiti in maniera uguale per tutti:
1- Principio dell’Eguale libertà (ogni persona ha un eguale diritto al più ampio sistema di libertà fondamentali: libertà politiche, civili, di coscienza, di espressione ecc.)
1- Principio di Differenza (le ineguaglianze economiche e sociali devono servire al più grande beneficio dei meno avvantaggiati: redistribuzione del reddito)
Le critiche maggiori, secondo Barberis (autore del libro “Libertà” edit. Il Mulino), riguardano il Principio di Differenza: “questo è stato interpretato dai libertari come una sorta di cambiale in bianco per politiche redistributive che interferirebbero con la libertà individuale non meno gravemente di quelle vietate dal Principio dell’Eguale libertà”.


